Ancora sconosciute le cause. Dal Corriere dello Sport-Stadio.

. “Ha battuto la testa”, dice l’infermiera. “Crisi di astinenza da alcol e sostanze”, dice la psichiatra che lo ha seguito durante il ricovero per l’intervento alla testa. Di certo si può riassumere in una sintesi: “Il campione dal grande cuore è morto per il grande cuore”. Il che significa che i danni da sostanze all’apparato cardiovascolare e ai centri cerebrali respiratori sono la causa finale della morte. Uno dei tanti legali implicati nella coda di indagini, accuse e controaccuse, disegna un quadro indicativo: “Diego non stava (sembra per sua scelta) in un luogo appropriato (la villa nel quartiere residenziale ‘San Andrés’ di Tigre), dove non c’era un medico di base”. Inoltre ha aggiunto che “la somministrazione dei farmaci era a carico della psichiatra” e la sua frequenza cardiaca superava i parametri normali (108-115 in media). “Se non fosse stato là – ha assicurato – oggi probabilmente sarebbe ancora vivo”. E sembra fosse in crisi depressiva: rinchiuso per tre giorni nella sua stanza, senza neppure guardare la tv.

115 pulsazioni al minuto?  Un paziente con problemi coronarici non può certamente superare le 80 pulsazioni.

Quando è stato dimesso dalla clinica Olivos, in seguito all’operazione al cervello, sembra poi che Diego Armando presentasse chiari segni di astinenza da sostanze. Lo ha scritto la psichiatra Agustina Cosachov, che poi ha seguito Diego nella casa di Tigre dov’è morto. La specialista aveva consigliato anche la presenza continua di un’ambulanza, inutilmente, di fronte alla sua abitazione. Ancora, non è chiaro di che tipo di sostanze si tratti: semplici farmaci o stupefacenti? O alcol. Dire che è morto per crisi di astinenza però non è corretto, caso mai per gli effetti di anni di abusi di sostanze su cuore (ingrossato) e psiche.

Fabrizio Starace, direttore del centro di salute mentale e dipendenze patologiche dell’Asl di Modena, è chiaro: “Anche da ultimo e in maniera pericolosa potrebbe aver usato farmaci o sostanze per contrastare la fase disforica, dall’umore agitato al depresso, all’insonnia, all’esaurimento per assenza di sostanze. Nel tempo la dipendenza si può anche ridurre, ma diventa alta la vulnerabilità, esacerbata da altri farmaci a cui è stato sottoposto (per esempio anestetici e antidolorifici per l’intervento)”. Il tutto in un soggetto che ne ha iniziato a fare uso anche quando successi e vittorie lo avrebbero gratificato, senza bisogno di sostanze. “Il problema è non riuscire a porre un limite alla percezione di piacere e di sofferenza. Avanti con gli anni, poi, perdendo fisicità e momenti gratificanti il desiderio diventa senza asticella, si finisce con l’assumere quantità di sostanze amplificate dall’alcol, a cui si ricorre anche come sedativo in fase di non assunzione di sostanze. Le conseguenze, partite da lontano, sono cardiotossicità e danni rilevanti al sistema cardiovascolare, con pochi margini per governare l’insieme dei danni. Quindi, possibile un cuore ingrossato e non sbagliato dire che un campione dal cuore grande possa essere stato ucciso da un grande cuore”.

Dietro, e nel suo passato di campione di successo, c’è una struttura di personalità predisposta, spiega Starace, “il singolo atleta che si affida al doping o alle sostanze significa che è così dipendente da vittoria o sconfitta da aver bisogno comunque di sostanze per affrontarle. Nella maggioranza dei casi, però, lo sport insegna a gestire queste situazioni. È scuola di vita se gli allenatori non si limitano ai muscoli ma si dedicano anche al cervello degli atleti, soprattutto quando giovani. Lo sport di per sé è antidoto alle sostanze, allena a gestire vittorie e sconfitte. Quando si entra nel vortice c’è una predisposizione ed è difficile uscirne”.

Danni da cuore ingrossato e stress dell’intervento, tradito dal cuore post-chirurgico o da un edema polmonare da cuore scompensato, da una tachicardia parossistica. Certo, forse, un defibrillatore nella villa ci sarebbe dovuto essere. È l’ipotesi di Claudio Mencacci, Direttore del Dipartimento di Neuroscienze e Salute mentale dell’Asst Fatebenefratelli-Sacco di Milano, neuropsicofarmacologo e past president della Società italiana di Psichiatria. “Una lunga storia di uso di sostanze e di alcol crea una serie di polipatologie e una depressione dei centri respiratori che possono comunque portare all’improvviso all’arresto cardiaco o al collasso cardiocircolatorio, cause sempre legate al fatto di aver abusato di sostanze che rallentano funzioni cerebrali, che portano nel tempo a una perdita della gratificazione e al bisogno di ottenerla, mentre si vive nell’ansia, nell’insonnia, nel dolore amplificato da una soglia abbassata dalla dipendenza, in una mancanza di resilienza, di un’incapacità di sopportazione e di controllo della sofferenza”.  Il finale è già scritto.

 

 

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