I posti letto nelle terapie intensive non sono aumentati a sufficienza. Eppure ci sono stati sei mesi di tempo per prepararsi.

 

Non chiedetevi cosa può far il governo per voi, ma cosa potete fare voi per il governo. Sembra, parafrasando il celebre motto kennediano, che questo sia il messaggio che i politici al potere oggi lanciano agli italiani: siete voi che dovete aiutarci a fermare la seconda ondata di coronavirus, coi vostri comportamenti e le vostre rinunce.

E se non ci riuscite allora ecco che interveniamo: stop a calcio e calcetto, feste, cene al ristorante a tarda sera, matrimoni, funerali e cerimonie contingentate. Poi si vedrà. Sacrifici che si possono accettare, per la salute di tutti, ma è lecito chiedersi davvero: cosa ha fatto il governo per noi?

In questi mesi, dal lockdown in avanti, si è provveduto a rinforzare le strutture sanitarie e il personale medico infermieristico? Si sono preparati nuovi posti nelle terapie intensive? Si sono approntati nuovi padiglioni o modificato quelli vecchi per accogliere i pazienti più gravi? Si è discusso con le regioni per una gestione dei territori?

Quello che già si teme, infatti, è un collasso del sistema sanitario, con le terapie intensive imballate e non in grado di accogliere tutti i malati di Covid. Questo sarebbe il dramma; peggio che a Bergamo la primavera scorsa. Ma in questi mesi, in vista della annunciatissima seconda ondata, cosa si è fatto in concreto?

L’impressione è che, in mancanza di un numero sufficiente di posti in terapie intensive, si punti tutto sulla prevenzione alla circolazione del virus, con limiti e divieti. Come dire: non siamo in grado di fornire cinture di sicurezza su tutte le auto, quindi imponiamo strettissimi limiti di velocità auspicando che così non ci siano incidenti. E no, il diritto a non morire deve essere garantito anche a chi va a 30 km all’ora.

Il problema, però, arriva da lontano. I tagli alla sanità nell’ultimo decennio adesso pesano, eccome. Ricordo quando, qualche anno fa, a una conferenza stampa un noto politico si vantava per il risparmio economico derivante dalla chiusura dei piccoli ospedali nella sua regione. Alla mia domanda: “ma per gli anziani non è problematico se ora per recarsi al pronto soccorso devono fare 50 chilometri?” rispose che in questo modo il servizio sarebbe stato per loro migliore perché curati in centri più attrezzati.

Quindi, per non rischiare di vedere i nostri cari o noi stessi in attesa di un respiratore in ospedale, seguiamo tre regole semplicissime: mascherina sempre su bocca e naso anche all’aperto, lavarsi le mani il più possibile e mantenere (quando si può) adeguata distanza da altre persone. E usare l’app Immuni, augurandoci che la scarichi il maggior numero di persone possibile.

 

Leggi anche:

Foto crediti: Envato Elelents (ove non diversamente specificato)

Riproduzione riservata (c)

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.