Le RSA e il sistema sanitario sotto accusa per l’inedeguate precauzioni contro il coronavirus.

 

Se prima eravamo il Paese dei record per la longevità insieme al Giappone, dopo questa pandemia saremmo il Paese che entrerà nella storia per la strage degli anziani. Vero, di fronte al virus sono più fragili, hanno altre patologie che vengono aggravate per il coronavirus, sono fragili e malnutriti. Ma che la strage si sia perpetrata laddove dovevano stare più al sicuro, nelle Rsa, assume chiaramente le connotazioni della malasanità.

Di certo c’è un insieme di effetti negativi, a partire dalla crisi economica gravata sulla sanità con carenza di tamponi, posti letto in terapia intensiva, ventilatori, perfino di mascherine e protezioni per medici e personale della Rsa. Poi, effetto «nessuno li controlla se mangiano o meno», quindi effetto malnutrizione che non aiuta certamente di fronte a un’infezione virale.

Un dato che dovrebbe far rabbrividire: un milione e mezzo di anziani malnutriti (dato sottostimato) tra i quali un milione gravemente malnutriti, anche tra quelli ospiti delle residenze sociosanitarie per anziani (Rsa), delle case di riposo o in quant’altro subentrato (a volte solo nel cambio di denominazione) agli ospizi dei tempi passati. La cronaca spesso ripropone casi di maltrattamenti e di parenti che non vogliono i loro anziani in casa.

Addirittura, esistono situazioni di degenze «coatte» durante quei periodi dell’anno in cui avere un malato di Alzheimer o di Parkinson, o a volte solo un anziano disabile, in casa rovina i progetti di ferie o quant’altro del parentado.

Pensate quindi che cosa è potuto capitare nell’affrontare una pandemia da distanziamento fisico e isolamento per gli over 65 (per difenderli però e non per farli ammalare), nel momento in cui vi sono state delibere come quelle della Regione Lombardia e del Piemonte. Che cosa dicevano?

In Lombardia delibera regionale XI/2906 dell′8 marzo. Data in cui era già chiara la pandemia, chi colpiva di più, quale prevenzione funzionava meglio, la delibera dava la possibilità alle Rsa, su base volontaria, di ospitare pazienti Covid dimessi dagli ospedali, dedicandogli strutture apposite. Il motivo era la necessità di “liberare rapidamente i posti letto degli ospedali per acuti (terapie intensive, sub intensive, malattie infettive, pneumologia, degenze ordinare).

Il Trivulzio a Milano, da quel momento, ha agito come centro di “smistamento” degli infetti nelle altre strutture, ma non avrebbe implementato i percorsi separati, mettendo di conseguenza a rischio tutti gli anziani, anche quelli non infettati fino a qual momento. In Piemonte, un provvedimento (l’altra delibera) per alleggerire gli ospedali ha autorizzato il trasferimento di pazienti alle residenze sanitarie assistenziali. L’assessore alla Sanità Icardi: «Non è così». Ma a Torino, già il 22 marzo, 80 positivi erano stati collocati in una casa di riposo.

Nel bollettino ufficiale della Regione Piemonte non ce n’è traccia, ma la delibera che prevedeva di alleggerire la pressione sui presidi ospedalieri attivando posti letto per pazienti positivi al coronavirus nelle Rsa era operativa dal 20 marzo. Impone percorsi e spazi dedicati, come è ovvio. Ma all’interno di quelle stesse strutture, 730 in tutta la Regione, che ospitano di norma circa 30 mila anziani fragili, non autosufficienti e spesso pluri-patologici: bersagli preferiti dal virus.

Nessuno può dire: non lo sapevo. Insomma, la delibera non c’era ma 80 positivi al coronavirus dopo il 20 marzo sono finiti in Rsa. Peraltro, in tutt’Italia, in quel periodo di bolla dell’epidemia nessun tampone agli anziani. Solo se sintomatici, e quindi solo se portati in ospedale rischiando il contagio anche se non avevano il coronavirus ma un semplice raffreddore. E, poi, positivi o non, rimandati in Rsa.

E questo ha inciso, e forse incide ancora se ci basiamo sulle recenti ispezioni dei Nas, sul numero di morti in Italia?

Certamente, da Nord a Sud, ma solo i morti nelle Rsa in Lombardia spiegherebbero anche il numero considerato anomalo di morti in generale. L’impatto del Covid-19 sulle residenze per anziani lombarde? Per settimane quando il virus stava dilagando i tamponi non sono stati fatti a (quasi) nessuno degli anziani ospiti delle Rsa. Ogni bilancio, ovunque, è dunque perennemente aleatorio. Nella Città metropolitana di Milano, per esempio, i dati ufficiali ci dicono che dal 20 febbraio al 31 marzo nelle 59 Rsa presenti sul territorio di Milano ci sono stati 983 decessi, di cui 337 per patologie correlabili o comunque sospette Covid-19.

L’elenco si aggiorna continuamente e all’appello mancano i dati certi di aprile, che contano mediamente una decina di morti al giorno. Solo al Pio Albergo Trivulzio i morti di Covid sarebbero, al 7 aprile, 150; 140 alla Don Gnocchi. A Legnano alla Sant’Erasmo dei 29 decessi registrati dal 20 febbraio 2 sono certamente causati dal Covid, 10 fortemente sospetti, 5 dubbi, 12 altre cause; ad Abbiategrasso 3 confermati da Covid, a San Vittore Olona uno con tampone positivo: nelle altre decine di casi sul territorio quasi sempre nessuno ha effettuato tamponi.

Nei due centri del focolaio, nelle zone di Codogno e di Alzano, nelle case di riposo all’epoca è nettamente cresciuta la percentuale di decessi rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, senza Covid. Ma il dato record, in quei giorni caldi, è stato nel Milanese: a Mediglia i morti erano arrivati a 61. In tutte le Rsa della Lombardia si contavano morti, positivi e non, morti senza sapere di che perché il tampone non è stato fatto. A una certa età la morte per arresto cardiaco è un classico nei certificati, visto che nel dubbio il governo italiano aveva vietato le autopsie.

Nessuno di questi deceduto in ospedale, spesso morti senza nemmeno essere ventilati. E con familiari e personale a contatto con loro senza protezioni almeno in una fascia temporale che va dll’8 marzo al 15-16 marzo. Mascherine? Le avevano ma non le mettevano perché qualche “genio” riteneva che spaventassero gli ospiti.

Citiamo solo un numero di per sé da strage: a Bergamo stando a una proiezione dei sindacati sarebbero stati oltre 1.100 i morti, ma cifre ufficiali non ce ne sono e la modalità di calcolo tutta da certificare. Sarebbero in realtà 1.500 i decessi avvenuti nelle 65 Rsa della provincia, “pari al 25% degli ospiti”. Solo dai primi di aprile si sono cominciati ad effettuare i tamponi ai primi operatori al rientro nelle Rsa dopo la malattia. Prima nessun tampone.

Anche a Brescia è impossibile avere dei dati validati: si stimano però 200 decessi in tutto, con casi limite in alcune strutture come a Iseo con 40 morti in un solo mese. Ats Insubria e Cgil, Cisl e Uil contabilizzavano invece 184 decessi nelle province di Varese e Como (30 accertati, il resto con sintomi sospetti) su 10.068 ospiti in strutture, con un totale di 956 tamponi effettuati. A Lecco in un mese in una casa di riposo a Brivio, la Rsa Carlo e Elisa Frigerio, è morto quasi il 20% degli ospiti con 23 decessi tra i 127 anziani accuditi nella struttura di cui 18 quasi certamente per complicanze da Covid-19, mentre quattro molto probabilmente no. A Olgiate Molgora su 60 utenti residenti hanno perso la vita in 15; alla filiale di Merate del Pio Albergo Trivulzio i decessi da marzo in poi sono stati più di 40 su oltre 220 ospiti, almeno quattro volte tanto quelli dello stesso periodo dell’anno scorso.

A Monza i decessi ufficiali per Covid sono stati 60, ma anche qui il fenomeno appare fortemente sottostimato (a Vimercate, per esempio, su 20 ospiti morti ne risultano solo 2 da Covid-19). L’elenco sarebbe lungo e sommare i morti ci porta a oltre 2.000 in Rsa, non in terapia intensiva in ospedale.

Quindi le inchieste della magistratura partite nelle Rsa italiane dovrebbero come minimo riguardare anche la “strage degli innocenti”. Durante la prima drammatica ondata, ma anche per verificare se nella seconda ondata è effettivamente cambiato qualcosa. A partire dai tamponi per tracciare l’esistente.

Si è partiti, la prima inchiesta di allora, dal noto Pio Albergo Trivulzio di Milano. La Guardia di Finanza ha perquisito la struttura, gli uffici, cartelle cliniche, eccetera, nell’ambito dell’inchiesta aperta dalla Procura: le ipotesi di reato nei confronti del dg Giuseppe Calicchio erano di epidemia colposa e omicidio colposo. Vari operatori sanitari della struttura hanno denunciato la mancanza di protezioni individuali.

Inoltre, sarebbero stati invitati dalla direzione della Rsa a non indossare le mascherine per non creare il panico tra i pazienti. Secondo una lettera sottoscritta da circa 90 medici, le mascherine sarebbero state a disposizione “a partire già dal 23 febbraio”. Ma le inchieste oggi sono in varie Regioni e stanno fioccando irregolarità, inapplicazione delle norme anti Covid e i “soliti” maltrattamenti. Segnalate decine di infrazioni e molti sono gli indagati.

 

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Foto crediti: Envato Elelents (ove non diversamente specificato)

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