Lo studio del DNA dei popoli antichi e moderni ricostruisce la nostra genealogia.

 

 

Certamente eravamo molto meno sul pianeta per esempio 12.000 anni fa. Se oggi (dati di ottobre 2019) siamo circa 7 miliardi e 700 milioni, 12 mila anni fa gli abitanti della Terra erano poco più di 7 milioni. Più tardi, al momento della nascita di Cristo si toccarono i 160 milioni, 55 milioni dei quali abitanti entro i confini dell’Impero Romano. Due milioni stabilmente entro le mura dell’Urbe.

Quindi tutti Romani? Discendenti degli Etruschi? O dei Greci? In realtà le ascendenze sono molteplici e in qualche caso sorprendenti. Da anni la scienza si diletta nel cercare di delineare l’albero genealogico dei vari popoli e oggi, grazie ai progressi tecnologici nello studio di Dna, geni e genomi, si è arrivati a conferme di quanto studiato in un passato meno tecnologico e a sorprese dovute ai metodi di studio attuali.

Il più recente albero genealogico, pubblicato pochi mesi fa su Science (in copertina nel numero di novembre 2019), ha analizzato il Dna umano proveniente da 29 siti archeologici di Roma e territori limitrofi fino a fotografare 12 mila anni di migrazioni e diversità (dal Paleolitico Superiore all’Era Moderna). E sorpresa, ma solo fino a un certo punto, nella zona dove è stata fondata la Città Eterna 8000 anni fa erano stanziali, oltre a cacciatori-raccoglitori, anche agricoltori di origine mediorientale (anatolici e anche iraniani, o meglio persiani).

Successivamente, tra 5.000 e 3.000 anni fa, i DNA analizzati raccontano l’arrivo di popolazioni dalla steppa ucraina. Il “minestrone” genetico aumenta ancor più con la fondazione di Roma e l’espandersi nell’Impero: il DNA “legge” confluenza dai diversi territori dell’impero, con una predominanza dalle aree mediterranee orientali e soprattutto dal Vicino Oriente. Gli eventi storici segnati dalla scissione dell’Impero prima e dalla nascita del Sacro Romano Impero poi comportano un afflusso di ascendenza dall’Europa centrale e settentrionale.

Comunque è risultato che anche nei millenni precedenti la fondazione l’area attorno al Tevere fosse incrocio di migrazioni e passaggi da ogni angolo del mondo. Diversità e inclusività hanno caratterizzato la millenaria storia di Roma e del suo territorio circostante: questo emerge dalla ricostruzione genetico-storica, condotta da un team internazionale composto da genetisti, bioinformatici, antropologi, archeologi e storici della Sapienza e delle università di Stanford e di Vienna, oltre ad altre istituzioni italiane.

Tra siti archeologici, sofisticati esami di laboratorio e analisi di dati antropologici, frammento dopo frammento e con confronti con studi precedenti (Stanford per anni è stata la sala di regia del “padre” degli studi di genetica delle popolazioni, l’italiano Luigi Luca Cavalli-Sforza) sono riusciti a “disegnare” il profilo genetico degli antenati fondatori dell’Antica Roma: un vero puzzle di diverse etnie che va ad incrementarsi sempre più nei secoli successivi. “Non ci aspettavamo di trovare una così ampia diversità genetica già al tempo delle origini di Roma, con individui aventi antenati provenienti dal Nord Africa, dal Vicino Oriente e dalle regioni del Mediterraneo europeo”, sottolinea Ron Pinhasi, che insegna Antropologia evolutiva all’Università di Vienna nonché uno dei senior authors dello studio, insieme a Jonathan Pritchard, docente di Genetica e Biologia all’Università di Stanford e ad Alfredo Coppa, docente di Antropologia fisica alla Sapienza.

Si può dire che tutte le strade portavano a Roma già prima che venisse fondata. E se si pensa a Dna anatolici, iraniani e ucraini presenti nel profilo genetico di Romolo-Remo & C. pensare solo a Etruschi, Sabini e i cosiddetti Latini sembra dopo questo studio essere riduttivo.

Dopo la fondazione dell’Urbe il quadro storico-archeologico è in sintesi questo: la città-stato in una manciata di secoli conquistò il controllo di un impero che si estendeva fino al nord con la Gran Bretagna, a sud nel Nord Africa e ad est nelle attuali Siria, Giordania e Iraq. L’espansione facilitò il movimento e l’interazione delle persone attraverso reti commerciali, nuove infrastrutture stradali, campagne militari e schiavitù. Le fonti e le testimonianze archeologiche indicano stretti collegamenti tra Roma e tutte le altre parti dell’Impero.

La genetica conferma il quadro storico-archeologico, ma lo rende anche più complesso e articolato. Nel periodo dell’Impero si assiste ad un enorme cambiamento nell’ascendenza dei Romani: prevale l’incidenza di antenati provenienti dal Vicino Oriente, probabilmente a causa della presenza in quei luoghi di popolazioni più numerose rispetto a quelle dei confini imperiali occidentali. Pritchard, di Stanford Bio-X, sintetizza: “L’analisi del DNA ha rivelato che, mentre l’Impero Romano si espandeva nel Mar Mediterraneo, immigranti dal Vicino Oriente, Europa e Nord Africa si sono stabiliti a Roma, cambiando sensibilmente il volto di una delle prime grandi città del mondo antico”. E poi? L’albero genealogico si arricchisce ancora.

Nel “minestrone” genetico entrano nuovi DNA, nuovi “alimenti”. I secoli successivi sono segnati da eventi tumultuosi: il trasferimento della capitale a Costantinopoli, la scissione dell’Impero, le malattie che decimarono la popolazione di Roma, la serie di invasioni, tra cui il saccheggio di Roma da parte dei Visigoti nel 410 d.C. Tutti eventi che non sono passati senza aver marchiato l’ascendenza della città, che si è spostata dal Mediterraneo orientale verso l’Europa occidentale. Allo stesso modo, l’ascesa del Sacro Romano Impero comporta un afflusso di ascendenza dall’Europa centrale e settentrionale.

“Lo studio su Roma è stato affrontato con le più moderne tecnologie per il DNA antico che questo gruppo di ricerca utilizza da oltre un decennio, allo scopo di chiarire dettagli non leggibili nel record storico – spiega Pritchard -. I documenti storici e archeologici ci raccontano molto sulla storia politica e sui contatti di vario genere con luoghi diversi – per esempio commercio e schiavitù – ma quei documenti forniscono informazioni limitate sulla composizione genetica della popolazione”. Aggiunge Ron Pinhasi: “I dati sul DNA antico costituiscono una nuova fonte di informazioni che rispecchia molto bene la storia sociale di individui di Roma nel tempo”.

Alfredo Coppa ringrazia la collaborazione di archeologi e antropologi: “Nel nostro studio ci siamo avvalsi del supporto di un gran numero di archeologi e antropologi che, aprendo per noi i loro archivi, ci hanno permesso di inquadrare e interpretare meglio i risultati. Per la prima volta uno studio di così grande portata è applicato alla capitale di uno dei più grandi imperi dell’antichità, Roma, svelando aspetti sconosciuti di una grande civiltà classica”.

Svelato qualche mistero (ma ne restano molti) degli Antichi Romani, facciamo un passo indietro. Uno studio di qualche anno prima era andato a vedere la genetica di popolazione degli italiani che ha dimostrato come il popolo italico sia un grande mix genetico. Meno dei Romani ma il mix è, più o meno, lungo tutta la penisola. Con differenze più tra Est e Ovest che tra Nord e Sud. L’unica che fa storia a sé è la Sardegna, dove si trovano anche tracce di DNA preistorico europeo preservato dall’isolamento come nei Baschi e nei Lapponi. Davide Pettener, antropologo del Dipartimento di Scienze Biologiche, Geologiche e Ambientali dell’Università di Bologna, ha creato una banca di campioni di Dna per tracciare la storia genetica degli Italiani, insieme a Donata Luiselli del Dipartimento di Beni Culturali di Ravenna e collaboratori. Lo studio rientrava in un progetto mondiale finanziato dalla National Geographic Society. Gli Italiani, quindi, da dove provengono? “Si tratta solo di un’aggregazione di tipo geografico. Abbiamo identità genetiche differenti, legate a storie e provenienze diverse e non solo a quelle”, spiega Pettener.

“Coinvolgendo i centri di donazione Avis abbiamo raccolto 3 mila campioni di sangue di italiani provenienti da tutte le regioni – continua -. Ogni persona coinvolta doveva avere i 4 nonni provenienti dalla stessa provincia. I primi dati, pubblicati sulla rivista PlosOne, hanno riguardato i cosiddetti marcatori uniparentali: il cromosoma Y, trasmesso per via paterna e il Dna mitocondriale, per via materna”. Risultato? “Si pensa in genere che la variabilità genetica in Italia segua un cambiamento graduale secondo un asse Nord-Sud — spiega l’esperto in un’intervista al Corriere della Sera —. Invece, dal punto di vista del cromosoma Y (linea paterna), emerge, a parte la Sardegna, un’Italia divisa secondo una linea più longitudinale, che separa una zona nord-occidentale da una sud-orientale.

Ciò non si osserva però con il Dna mitocondriale (linea materna), che ha una distribuzione più omogenea, spiegabile con la maggiore mobilità femminile legata a pratiche matrimoniali che prevedevano lo spostamento della donna. Il quadro complessivo è frutto di spostamenti lungo due traiettorie diverse iniziate nel neolitico, con l’avvento delle tecnologie agricole e dell’allevamento. Nei periodi successivi è successo di tutto: Germani, Greci, Longobardi, Normanni, Svevi, Arabi sono passati lasciando i loro geni”.

 

A proposito di Sardegna, un aspetto interessante di questi studi è quello relativo all’analisi delle popolazioni isolate. “I Sardi – sottolinea Pettener – si differenziano da tutte le popolazioni italiane ed europee. Mentre la Sicilia è stata un hub per tutte le popolazioni mediterranee, la Sardegna conserva le più antiche tracce non avendo subito invasioni e si è differenziata da tutte le popolazioni europee al pari di Baschi e Lapponi. Lo studio delle popolazioni isolate, come e più della Sardegna, per esempio come quella Arbëreshë (le popolazioni di lingua albanese stanziate in alcune zone del Sud), i Ladini, sparsi nelle valli delle Dolomiti, i Cimbri dell’Altopiano di Asiago o i Grichi e i Grecanici del Salento e della Calabria è interessante perché ci permette di vedere come eravamo, presumendo che ci siano stati pochi innesti nel tempo di Dna differente. Una vera macchina del tempo”.

 

Altro studio, altra scoperta. Il confronto fra il DNA mitocondriale dell’attuale popolazione toscana e quello estratto da ossa scoperte in alcune tombe antiche ha mostrato che gli Etruschi non sono arrivati dall’Anatolia, come invece sosteneva Erodoto, ma erano una popolazione autoctona italica, come sosteneva Dionigi di Alicarnasso. Oggi i discendenti di quella antica popolazione sono pochi e dispersi in alcune piccole comunità della Toscana. Per esempio il Murlo, oggetto dei primi studi di genetica delle popolazioni condotti da Cavalli-Sforza, morto nel 2018 a 96 anni, maestro internazionalmente riconosciuto degli studi sul DNA delle popolazioni. Guido Barbujani Università di Ferrara, e David Caramelli, Università di Firenze, hanno firmato lo studio che sembra aver dato una risposta conclusiva sull’origine di questa antica popolazione, una diatriba che si trascina da oltre 2000 anni e che vedeva contrapposta l’ipotesi di Erodoto, secondo cui appunto gli Etruschi sarebbero giunti dall’Anatolia, e quella di Dionigi di Alicarnasso che li voleva invece autoctoni.

Tra tutte le popolazioni europee, quella italiana è comunque un chiaro esempio di quanto le migrazioni abbiano influenzato le popolazioni moderne. Nei millenni, infatti, l’Italia è stata un crocevia di spostamenti e migrazioni per varie specie agendo spesso da ponte tra Africa, Europa e Medio Oriente e favorendo, grazie alla sua posizione al centro del bacino del Mediterraneo, il contatto di popoli e culture. E il DNA di ogni italiano è un mosaico di frammenti con storie e origini diverse.

Nei primi anni ‘60, il padre della genetica di popolazione umana, Luigi Luca Cavalli-Sforza, stava lavorando a un approccio per misurare l’impatto della deriva genetica sulle popolazioni umane. Combinando dati estratti da archivi vescovili e dati genetici della Val Parma, analizzati con l’ausilio dei primi calcolatori elettronici, Cavalli-Sforza mise in evidenza come modelli matematici basati solo sulla deriva permettevano di predire la distribuzione geografica della variabilità genetica. Circa vent’anni dopo, applicando lo stesso approccio su un più vasto campione da diverse Regioni Italiane, Alberto Piazza, collaboratore di Cavalli-Sforza, rappresentò la struttura genetica degli italiani con una tecnica statistica. Le informazioni analizzate erano le frequenze delle varietà differenti (alleli) presenti in poco più di trenta marcatori genetici. La Sardegna risultò decisamente separata dagli altri campioni italiani, mentre il resto dell’Italia mostrava una distribuzione della diversità genetica a “gradiente” estesa lungo l’asse nord-sud della penisola.

In seguito alla pubblicazione del genoma umano nel 2001, è diventato possibile analizzare non decine ma milioni di marcatori genetici distribuiti lungo il DNA di ciascun individuo. E individuare quelli tramandati di generazione in generazione.

Alberto Piazza, oggi professore emerito dopo essere stato cattedratico di Genetica Umana dell’Università di Torino, ci aiuta nel riassumere la situazione: “In poche parole il quadro della variabilità genetica (oltre che linguistica ed onomastica) dell’Italia isola quattro scenari importanti: 1. la separazione della Sardegna dal resto del continente, anzi da tutte le altre popolazioni europee, che probabilmente rivela un’origine più antica della sua popolazione, indipendente da quella delle popolazioni italiche e con ascendenze nel Mediterraneo Medio-Orientale; 2. un gradiente di variabilità da Nord a Sud, di probabile origine preromana, consolidato dalle colonizzazioni greche nell’Italia meridionale; 3. la presenza di aree indipendenti di omogeneità genetica nella regione toscana e intorno alla Liguria; 4. l’eterogeneità genetica all’interno della Sicilia. Tale quadro non soltanto non è stato smentito, ma è stato rafforzato e precisato dalle analisi che si sono susseguite direttamente sul DNA”.

Ma quindi non esiste una razza italica, anzi non esistono proprio le razze? Piazza è chiaro: “Non solo le razze sono state inventate, ma anche la ricostruzione dell’identità etnica è spesso il frutto di una appropriazione culturale”.

“Gli studi di Cavalli Sforza e di altri hanno permesso di definire che il concetto di razza non è biologicamente valido – aggiunge Barbujani -. Si è visto con chiarezza che non ci permette di capire le differenze tra individui, mentre abbandonandolo e lavorando sul confronto tra genomi si aprono grandi strade per la comprensione del nostro passato e della specificità dei singoli esseri umani”.

In un momento storico in cui tornano fortemente di attualità i muri, è bene sottolineare che il DNA non si ferma di fronte a nessun muro e che anche l’individuo più razzista porta in sé frammenti di DNA orientali e africani, se non Neanderthaliani.

Ricordo infine ciò che Luigi Luca Cavalli-Sforza mi disse in un’intervista a Venezia nel 2006. Ecco la mia domanda: “Se in passato l’uomo di Neanderthal è stato spazzato via dal migratore Homo sapiens, oggi vi sono pericoli analoghi legati ai problemi di integrazione tra culture e religioni diverse?”. Ecco la sua risposta: «Ho sentito parlare di muri. Gli unici muri che andrebbero innalzati devono essere quelli contro i criminali e l’ignoranza».

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