Trecentomila anni di storia dei nostri fratelli. Di Silvana Condemi e François Savatier.
Brutti, sporchi e cattivi. Per oltre un secolo, da quando furono ritrovati i primi resti nell’omonima località in Germania, l’uomo di Neanderthal è stato descritto più o meno così: rozzo e poco intelligente, nonché sgraziato e pure un po’ impedito.
Tanto è vero che Neanderthal è diventato, nel linguaggio comune, antonomasia ed epiteto della persona grezza, brutale e stupida.
Ma davvero questo rappresentante del genere Homo, estinto 40mila anni fa, aveva queste caratteristiche? Per niente, e il libro della Condemi e Salvatier (la prima paleontologa, il secondo giornalista scientifico) rimette le cose a posto, rivalutando appieno l’ominide vissuto nel paleolitico.
Innanzitutto non ci sono prove che fosse meno intelligente del Sapiens, anzi: manufatti ed arte rupestre ne dimostrano pari abilità cognitive; poi, un altro luogo comune che viene demolito, è il suo aspetto fisico; tutt’altro di quel che ci si potrebbe aspettare: era albino, con la pelle bianchissima, occhi chiari e capelli a “pel di carota”.
Come sappiamo queste cose? Ma grazie alle moderne tecniche di analisi del DNA. Gli scienziati hanno potuto mappare il genoma neandertaliano, scoprendo che una piccola parte di esso (tra l’1 e il 4%), sopravvive ancora in noi, fornendo la prova che la nostra specie, quella dei Sapiens, si è in qualche modo ibridata con la loro. E forse l’ha assimilata.
Certo, non avevano i canoni di bellezza moderni, con quel cranio a forma di pallone da rugby, una protuberanza ossea sporgente sulle sopracciglia, senza mento, il corpo tozzo e il fusto cilindrico: ma è proprio quello che gli serviva per sopravvivere a tutte le glaciazioni e i repentini cambi climatici che sono occorsi nei trecentomila anni della loro permanenza su questo pianeta.
Ma come vivevano, dunque? Sapevano parlare? Come era organizzata la “società” dei Neanderthal? Perché cacciavano solo grandi prede ed è vero che erano cannibali? Tutte domande a cui gli autori cercano di dare una risposa alla luce delle più recenti scoperte.
Leggendo il testo ci si fa un’idea senza pregiudizi e preconcetti sul primo europeo della storia. Sì, perché, come spiegano gli autori, Neanderthal fu il primo uomo a colonizzare il nostro continente, mentre il suo fratello gemello, il Sapiens, è rimasto in Africa fino a centomila anni fa, prima di migrare e stabilirsi in ogni angolo del globo.
E, come viene illustrato nel libro, a causare (probabilmente indirettamente) l’estinzione della specie.
Perché è un libro da leggere
Sebbene breve e senza approfondimenti troppo specialistici o digressioni, è uno di quei pochi libri che, oltre a presentare con rigore e facilità di comprensione le teorie più accreditate in un ambito di ricerca che ha ancora molto da dire, stimola anche riflessioni interessanti e profonde.
Partendo proprio dalla estinzione della specie, ad opera, a quanto pare, proprio della nostra: l’arrivo dei Sapiens ha in qualche modo provocato la loro scomparsa.
Le ipotesi che gli autori esaminano sono molte: non può essere accaduta per un genocidio “pianificato”, né per uno choc dovuto a nuovi batteri e virus portati dai Sapiens (come successe agli amerindi per l’arrivo degli europei), perché è avventa molto lentamente, nel corso di oltre 5.000 anni.
E allora che è successo? Probabilmente quel che vediamo oggi con gli scoiattoli americani che hanno soppiantato quelli autoctoni europei, per esempio: la specie che meglio sa sfruttare la nicchia ecologica soppianta quella rivale, per pura legge evolutiva darwiniana.
Il Sapiens aveva (ed ha) una tendenza ad espandersi superiore a quella dei Neanderthal.
Ma questo potrebbe essere anche la causa della sua stessa precoce fine: mentre il Neanderthal aveva stabilito un equilibrio con l’ambiente circostante, che gli ha consentito di vivere in armonia con le atre specie, predate e predatori, per 300.000 anni (fino al nostro arrivo), noi in soli 40.000 anni abbiamo causato l’estinzione di centinaia di migliaia di specie animali e vegetali, oltre che di tutte le altre di Homo (oltre al Neanderthal anche quello di Denisiova, una specie scoperta nel 2008 in Siberia).
Questa frenesia espansionistica, propria solo della nostra specie, sta bruciando tutte le risorse a disposizione del pianeta.
E la nostra stessa intelligenza potrebbe essere la causa della nostra estinzione. Perché, in un certo senso, potrebbe portare a cancellare i progressi evolutivi della nostra specie, nel nobile tentativo di cercare invece di migliorarli.
Pare infatti che sa stata proprio la specializzazione dei compiti tra i sessi che abbia conferito ai Sapiens quel vantaggio che ha permesso di soppiantare i rivali: presso i Neanderthal anche le donne partecipavano alla caccia, mentre i nostri antenati, diversificando le attività a seconda del genere, hanno consentito una più efficiente distribuzione di tempo e risorse, che ha significato in parole povere un migliore stile di vita, con più risorse e meno fatica.
Questo ha portato a una maggiore fertilità e alla conseguente invasione di quel paradiso oggi perduto che era l’habitat perfetto per il Neanderthal.
