La diffusione virale di informazioni false o sbagliate rispetto a quelle basate sull’evidenza rappresenta una seria minaccia per la società. La cura a questi mali è l’esperienza.

 

Un anno fa il mondo è affondato sotto le prime ondate della pandemia. Ora i Paesi in cui i programmi di vaccinazione sono stati ampliati sembrano tornare alla normalità, mentre altri Paesi come l’India e il Brasile devono affrontare nuovi traumi. Ma al di là del virus che ha causato così tante vite, la crisi ha mostrato chiaramente il problema crescente dell’infodemia, la patologia “infodemica”: troppe informazioni, e troppe di esse non informate, incomprese o semplicemente sbagliate. E, dopo una lunga pausa, i no vax che rialzano la testa, in piazza e sui social.

Evitare la scienza parlata (che porta qualifiche e soldi solo a chi parla) e lavorare sui fatti con ricercatori delle università più qualificate del mondo, attingendo alla loro profonda comprensione dei problemi per fornire nuove informazioni sugli argomenti cruciali. Condividere i risultati di ricerche all’avanguardia, informando (analizzando e se serve criticando) sulle decisioni che saranno cruciali per domani, dalla ripartenza (se si vuole ricostruzione) dopo il coronavirus all’affrontare altre sfide globali come il cambiamento climatico, la resistenza microbica e la crescente disuguaglianza.

Ora tutto questo ha costi, soprattutto da parte di chi ha l’esperienza ma non lavora per qualcuno con questi compiti. Nel 2021 ci ritroviamo come nel 2001: l’esperienza nel settore dell’informazione medico-scientifica non serve, meglio spendere pochissimo e avere le mani libere nel manipolare chi deve essere informato quando occorre per “interessi superiori” se non “occulti”. Cosa fare allora? Basterebbe aiutare chi cerca di lavorare bene e lo fa gratis. Per esempio, condividendo le notizie, perché non si possono cliccare milioni di volte argomenti futili e commerciali e non interessarsi alla vita reale e alla salute.