Così le fake news girano in rete e si diffondono come un virus.

 

Una guerra casa per casa. Ormai siamo arrivati a questo punto. Per ora sta avvenendo al Nord, ma non è detto che nelle prossime settimane non capiti anche al Sud. Il governo si è ritagliato lo stesso ruolo di Radio Londra durante il secondo conflitto mondiale: lancia segnali, consigli, suggerimenti, ma la guerra, nei fatti, la Resistenza, è sulle spalle di ognuno di noi.

La battaglia in realtà è stata lasciata in mano al senso civico, alla responsabilità, al rigore di ogni singolo cittadino. Un banco di prova con qualche falla che sta rinviando il messaggio liberatorio di Radio Londra. Ma che, fatti alla mano (ossia il numero di casi, di morti e di ricoverati), sta facendo aumentare quel senso civico all’inizio scricchiolante. Il nemico è il nuovo coronavirus causa di una pandemia globale che sta minando la salute e l’economia dell’intero pianeta, o quasi.

Ma c’è un altro nemico da combattere, emerso fortemente in questa pandemia, un altro virus, che se diventa virale fa rischiare il corto circuito delle autorità sanitarie e delle istituzioni. È il virus ombra del Covid-19 ed è il responsabile di una nuova malattia, attesa ma mai contagiosa come in questa occasione: l’”infodemia”.

Così l’ha definita l’Organizzazione mondiale della Salute (OMS). Si tratta dell’epidemia informativa. La diffusione di notizie imprecise, che contribuiscono a creare psicosi, è un fenomeno studiato da tempo tra chi si occupa di comunicazione delle emergenze. Ma in questa occasione ha contagiato più del solito. Gli esempi, in questi giorni, non mancano.

La disinformazione ha un ruolo chiave nella diffusione del panico.

Mentre l’ansia per un patogeno sconosciuto è completamente giustificata, l’allarme diffuso sembra stato gonfiato attraverso la disinformazione martellante sui social.

Il motivo principale del panico è perché non si sa molto della stessa Covid-19. Paura dell’ignoto aggravata dalla disinformazione sul tasso di mortalità di Covid-19. Variabile da essere inferiore a quello dell’influenza stagionale a essere vicino alla peste nera medioevale. Perfino il presidente USA Donald Trump su questo tema ha perso punti, passando in un paio di giorni da un “poco più di un’influenza” all’emergenza nazionale.

E il fatto che questo focolaio virale abbia avuto origine in Cina ha alimentato la sfiducia nelle cifre: il passato tentativo del governo cinese di censurare i resoconti della stampa sull’epidemia di SARS del 2003 ha creato sospetti anche su Covid-19. A sua volta, anche per questo, sono cresciuti gli atteggiamenti razzisti nei confronti dei cinesi che vivono in altri Paesi. L’idea dell’”untore” trova sempre facile terreno di sviluppo in questi casi.

Un articolo su The Economist lo ha definito “l’agente patogeno del pregiudizio” e ha fornito esempi di razzismo anti-cinese innescato dall’epidemia di Covid-19. Nel Regno Unito, ci sono state notizie di pendolari che evitavano attivamente di stare seduti o in piedi vicino a persone di origine cinese sui trasporti pubblici e la Chinatown di Londra ha visto un forte declino nell’affluenza ai ristoranti tipici. Altrove sono stati segnalati casi di bullismo nei parchi giochi, nonché hashtag e petizioni online, che chiedevano ai cinesi di stare lontano da scuole, università e fuori da alcuni Paesi.

Aumentate anche le proposte di cure finte, di cure truffa. Sebbene i media abbiano indubbiamente un ruolo nella diffusione della disinformazione in generale, anche nell’incoraggiare il razzismo anti-cinese, i social media sono i maggiori responsabili della situazione venutasi a creare dallo scoppio dell’epidemia da Covid-19. Usando anche foto di altre situazioni. Gli utenti dei social media, d’altra parte, non devono conformarsi a standard di affidabilità nei loro post. Siamo nell’epoca degli influencer che basano i loro guadagni non sulla correttezza di ciò che mostrano, dicono o scrivono ma sul numero dei “mi piace” ai loro post o al numero di condivisioni. Tutto lasciato andare senza regole, nemmeno da parte degli Ordini professionali laddove esistono come in Italia.

Tra gli esempi più preoccupanti di disinformazione sui social ci sono cure e misure di prevenzione da denuncia. Due esempi: la convinzione che gli antibiotici e il vaccino anti-influenzale possano proteggere i pazienti da Covid-19. Tutto falso, ma circolante nei social soprattutto nord-europei e statunitensi. E che farmaci alternativi aiutano a “salvare” le persone con Covid-19? Altro terreno minato, che va dalle compresse anti-tenia a tisane di semi di carom e finocchio in acqua calda, un rimedio che si ritiene possa aiutare l’allattamento al seno delle nuove madri e che non ha nulla a che fare con i virus.

Non solo, la disinformazione può diffondere il panico e anche peggiorare le epidemie, secondo un recente rapporto dell’Università inglese dell’East Anglia (UEA). Utilizzando un modello di simulazione al computer, che prevede la diffusione di una malattia infettiva in base al comportamento delle popolazioni, i ricercatori UEA hanno scoperto che ridurre la quantità di consigli dannosi circolanti online di appena il 10% riduce la gravità dell’epidemia.

Paul Hunter, infettivologo della UEA, commenta: “Quando si parla di Covid-19 ci sono speculazioni, disinformazione e notizie false circolanti su Internet: su come il virus ha avuto origine, su che cosa lo provoca e su come si diffonde. La disinformazione significa che i cattivi consigli possono circolare molto rapidamente e cambiare il comportamento umano verso le malattie in modo da correre maggiori rischi”.

Di conseguenza, l’OMS questa volta ha cercato di intervenire e ha definito la quantità di notizie false intorno all’epidemia di Covid-19 come “infodemia”. Una nuova pericolosa patologia. In una conferenza stampa, il direttore generale OMS, Tedros Adhanom Ghebreyesus, ha affermato che la disinformazione “sta rendendo ancora più difficile il lavoro degli operatori sanitari”.

E per la prima volta Facebook, Twitter e Google stanno intervenendo. Covid-19 sta cambiando il flusso di notizie medico-scientifiche sui social. Oggi, quando si fa una ricerca su Google per il nuovo coronavirus, il primo link che appare è quello dell’OMS (prima compariva dopo 2-3 schermate). Twitter sta favorendo un approccio simile. Facebook sta lavorando per rimuovere post falsi o fuorvianti relativi all’epidemia.

Tuttavia, l’OMS ha chiesto ai social media e ai giganti della tecnologia di lavorare ancora di più per combattere la disinformazione e le sue conseguenze negative. Tedros ha aggiunto: “All’OMS non stiamo solo combattendo il virus, stiamo anche combattendo i troll e le teorie della cospirazione che minano la nostra risposta”. In realtà esiste un’enorme quantità di disinformazione, che può diffondersi rapidamente sui social media e sui media tradizionali, minando pesantemente il lavoro della salute pubblica. È un virus, quello della disinformazione, che si diffonde più rapidamente di Covid-19. Diventa quindi prioritario cercare una cura a questa nuova epidemia globale: la ”infodemia” come l’ha definita il direttore generale dell’OMS, o meglio come la definirei io  la “disinfodemia”.

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Foto crediti: Envato Elelents (ove non diversamente specificato)

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