La disinformazione ha un ruolo chiave nella diffusione del panico.

 

 

 

Ancora caos negli ospedali a causa della carenza di test sul coronavirus. Con operatori sanitari che segnalano ritardi nella risposta del governo federale alla crescente crisi. Funzionari federali hanno dichiarato che entro la fine di questa settimana dovrebbero essere disponibili quasi 1 milione di test. Ma in California, una delle regioni più colpite, saranno disponibili solo 7.400 test, secondo il Dipartimento della sanità pubblica della California.

L’impossibilità di testare ampiamente e rapidamente il nuovo coronavirus ha impedito finora agli Stati Uniti di frenare la diffusione del virus, affermano gli esperti. Senza test, i funzionari della sanità pubblica non sanno dove si sta diffondendo il virus e dove indirizzare gli sforzi per contenerlo. E i morti aumentano. In totale ci sarebbero oltre 9.000 persone in California che sono recentemente tornate da Paesi in cui si sono verificati gravi focolai. Poi ci sono altri che potrebbero essere stati esposti all’interno della comunità e ora sono preoccupati di infettare le loro famiglie. Tutti dovrebbero essere sottoposti a test.

In una lettera inviata al personale medico di un ospedale di Downey e pubblicata dal Times, un coordinatore del controllo delle infezioni ha incaricato i medici di dimettere i pazienti con lievi sintomi di coronavirus, chiedendo loro di auto-isolarsi a casa. A lungo termine, questa tattica renderà praticamente impossibile conoscere il numero totale di casi di coronavirus, almeno fino a quando non saranno disponibili test retrospettivi.

Gli americani continuano a ripetere come un mantra “L’influenza ha ucciso molte più persone del coronavirus. Allora perché tutta la frenesia di Covid-19?”. Lo hanno visto sui social media, l’hanno sentito a una cena e forse l’hanno persino detto loro stessi. “L’influenza ha ucciso decine di migliaia di persone in più. Allora perché tutti impazziscono per il coronavirus?”.

È la domanda è più che ragionevole. Dopotutto, entrambi i virus producono sintomi simili – febbre, dolori muscolari, tosse, affaticamento – e se vivi negli Stati Uniti, attualmente hai molte più probabilità di contrarre l’influenza rispetto al nuovo coronavirus che è nato in Cina alla fine dell’anno scorso. Si stima che 32 milioni di americani abbiano contratto l’influenza da quando la stagione influenzale di quest’anno è iniziata alla fine di settembre, causando circa 18.000 morti, secondo i Centri per il controllo e la prevenzione delle malattie (CDC) di Atlanta.

L’attuale epidemia di Covid-19 ha causato comunque un notevole panico globale. Si sa molto poco sul virus e la disinformazione, in particolare veicolata dai social, ha avuto un impatto significativo sull’ansia popolare che circonda questa epidemia. Il mondo sta per entrare nel quarto mese di questa emergenza sanitaria pubblica, con l’epidemia ormai uscita dal suo epicentro iniziale, Wuhan nella provincia cinese di Hubei.

Apprensione e ansia evidenziate in due sondaggi condotti da GlobalData. Il primo aveva chiesto quanto grave fosse la minaccia Covid-19 per la salute globale. Dei 1.803 intervistati, il 35% ha visto l’epidemia come estremamente grave, il 24% come una minaccia grave e il 22% come una minaccia significativa per la salute globale.

Il secondo sondaggio ha chiesto se ritenessero le autorità sanitarie locali e globali in grado di combattere la situazione. Degli oltre 27.000 che hanno risposto online, il 55% non era sicuro che l’OMS e le autorità sanitarie nazionali potessero combattere questa epidemia. Peraltro, ormai classificabile come pandemia, ma l’OMS non vuole alzare lo stato d’allerta. Solo il 16% era estremamente fiducioso in queste organizzazioni, mentre il restante 29% era abbastanza fiducioso.

Mentre l’ansia per un patogeno sconosciuto è completamente giustificata, l’allarme diffuso sembra stato gonfiato attraverso la disinformazione martellante sui social.

Il motivo principale del panico è perché non si sa molto della stessa Covid-19. Burton Paul, autore di “Is It Serious? Come cercare informazioni sulla salute su Internet “, spiega che questa paura dell’ignoto è aggravata dalla disinformazione sul tasso di mortalità di Covid-19. Sempre meno credono che sia inferiore a quello dell’influenza classica. E il fatto che questo focolaio virale abbia avuto origine in Cina ha alimentato la sfiducia nelle cifre: il passato tentativo del governo cinese di censurare i resoconti della stampa sull’epidemia di SARS del 2003 ha creato sospetti anche su Covid-19. A sua volta, anche per questo, sono cresciuti gli atteggiamenti razzisti nei confronti dei cinesi che vivono in altri Paesi. L’idea dell’”untore” trova sempre facile terreno di sviluppo in questi casi. Un articolo su The Economist lo ha definito “l’agente patogeno del pregiudizio” e ha fornito esempi di razzismo anti-cinese innescato dall’epidemia di Covid-19. Nel Regno Unito, ci sono state notizie di pendolari che evitavano attivamente di stare seduti o in piedi vicino a persone di origine cinese sui trasporti pubblici e la Chinatown di Londra ha visto un forte declino nell’affluenza ai ristoranti tipici. Altrove sono stati segnalati casi di bullismo nei parchi giochi, nonché hashtag e petizioni online, che chiedevano ai cinesi di stare lontano da scuole, università e fuori da alcuni Paesi.

Aumentate anche le proposte di cure finte, di cure truffa. Sebbene i media abbiano indubbiamente un ruolo nella diffusione della disinformazione in generale – anche nell’incoraggiare il razzismo anti-cinese – Burton Paul ritiene che i social media siano i maggiori responsabili della situazione venutasi a creare dallo scoppio dell’epidemia da Covid-19. “I media vogliono attirare l’attenzione, ma se non forniscono informazioni affidabili, la loro credibilità diminuisce”, afferma l’esperto di fake. Gli utenti dei social media, d’altra parte, non devono conformarsi a questi standard di affidabilità nei loro post. Paul nota che tra gli esempi più preoccupanti di disinformazione che ha visto ci sono cure e misure di prevenzione da denuncia. Due esempi: la convinzione che gli antibiotici e il vaccino anti-influenzale possano proteggere i pazienti da Covid-19. Tutto falso, ma circolante nei social soprattutto nord-europei e statunitensi. E i farmaci alternativi che aiutano a “salvare” le persone con Covid-19? Altro terreno minato, che va dalle compresse anti-tenia a tisane di semi di carom e finocchio in acqua calda, che è un rimedio che si ritiene possa aiutare l’allattamento al seno delle nuove madri e che non ha nulla a che fare con i virus. Non solo la disinformazione può diffondere il panico, ma può anche peggiorare le epidemie, secondo un recente rapporto dell’Università inglese dell’East Anglia (UEA). Utilizzando un modello di simulazione al computer, che prevede la diffusione di una malattia infettiva in base al comportamento delle popolazioni, i ricercatori UEA hanno scoperto che ridurre la quantità di consigli dannosi circolanti online di appena il 10% riduce la gravità dell’epidemia. Paul Hunter, infettivologo della UEA, commenta: “Quando si parla di Covid-19 ci sono speculazioni, disinformazione e notizie false circolanti su Internet: su come il virus ha avuto origine, su che cosa lo provoca e su come si diffonde. La disinformazione significa che i cattivi consigli possono circolare molto rapidamente e cambiare il comportamento umano verso le malattie in modo da correre maggiori rischi”. Di conseguenza, l’OMS ha definito la quantità di notizie false intorno all’epidemia di Covid-19 come “infodemia”. Una nuova pericolosa patologia. In una conferenza stampa, il direttore generale dell’OMS, Tedros Adhanom Ghebreyesus, ha affermato che la disinformazione “sta rendendo ancora più difficile il lavoro degli operatori sanitari”.

In effetti Facebook, Twitter e Google stanno intervenendo. Covid-19 sta cambiando il flusso di notizie medico-scientifiche sui social. Oggi, quando si fa una ricerca su Google per il nuovo coronavirus, il primo link che appare è quello dell’OMS (prima compariva dopo 2-3 schermate). Twitter sta favorendo un approccio simile. Facebook sta lavorando per rimuovere post falsi o fuorvianti relativi all’epidemia.

Tuttavia, l’OMS ha chiesto ai social media e ai giganti della tecnologia di lavorare ancora di più per combattere la disinformazione e le sue conseguenze negative. Tedros ha aggiunto: “All’OMS non stiamo solo combattendo il virus, stiamo anche combattendo i troll e le teorie della cospirazione che minano la nostra risposta”. In realtà esiste un’enorme quantità di disinformazione, che può diffondersi rapidamente sui social media e sui media tradizionali, minando pesantemente il lavoro della salute pubblica. È un virus, quello della disinformazione, che si diffonde più rapidamente di Covid-19. Diventa quindi prioritario cercare una cura a questa nuova epidemia globale: la ”infodemia” come l’ha definita il direttore generale dell’OMS, o meglio come la definirei io  la “disinfodemia”.

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Foto crediti: Envato Elelents (ove non diversamente specificato)

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