Un 30% dei guariti potrebbe avere un danno cronico.
Guariti dal Covid-19 tutto a posto? Si torna come prima e in più si è immuni? Per la maggior parte è così, ma per tre guariti su dieci restano “cicatrici” sugli organi colpiti, forse di più perché studi bioptici, sui tessuti colpiti, sono stati fatti solo in Germania, Stati Uniti e Cina. In Italia a Bergamo all’inizio, ma poi sono stati vietati data l’emergenza. E quindi si stanno facendo grazie ai controlli successivi sui guariti. C’è convinzione tra i pneumologi che nei pazienti rimasti per molto tempo negli ospedali e nelle Terapie Intensive il recupero della funzionalità respiratoria, per esempio, sia a lungo termine e, nei casi più gravi, potrebbe non essere completo. Un 30% dei guariti potrebbe avere un “ricordo” cronico del Covid-19. Quanto grave è tutto da studiare.
Gli esperti perciò mettono in guardia: è necessario prevedere percorsi di riabilitazione respiratoria e adeguati follow-up per capire quali pazienti rischiano danni permanenti. Ed è già attivo a Pavia da aprile il primo ambulatorio post-Covid che traccia la strada per lo specifico follow-up dei pazienti.
Il nuovo preoccupante scenario arriva dal meeting digitale della Società Italiana di Pneumologia. La cicatrice lasciata sul polmone dal Covid-19 può infatti comportare un danno respiratorio irreversibile, capace di comportare una nuova patologia e “una nuova emergenza sanitaria”, avverte il pneumologo Luca Richeldi, componente del Comitato tecnico scientifico (CTS) del governo.
“Dopo essere guariti dal Coronavirus i polmoni sono a rischio per almeno 6-12 mesi in quasi tutti coloro che hanno avuto una polmonite da coronavirus e per il 30% di loro i conseguenti problemi respiratori diventeranno cronici”, dice Richeldi. Colpa degli esiti fibrotici, cioè le cicatrici che Covid-19 lascia sui polmoni infettati. Dopo la polmonite da Covid-19 potrebbero perciò essere frequenti alterazioni permanenti della funzione respiratoria ma soprattutto segni diffusi di fibrosi polmonare: il tessuto respiratorio colpito dall’infezione perde le proprie caratteristiche e la propria struttura normale ed elasticità, diventando rigido e poco funzionale, comportando sintomi cronici e necessità, in alcuni pazienti, di ossigenoterapia domiciliare. La fibrosi polmonare potrebbe diventare perciò il pericolo di domani per molti sopravvissuti a Covid-19 e rendere necessario sperimentare nuovi approcci terapeutici, concludono gli specialisti, come i trattamenti con cellule staminali mesenchimali.
Sarebbe anche il caso di verificare quali cicatrici lascia su alti organi, essendo l’infezione in grado di colpire le cellule dei vasi sanguigni e quelle di altri organi, come i reni e il sistema cardio-vascolare.
L’allerta degli esperti emerge dal confronto tra i dati osservati dopo la polmonite da SARS del 2003, “cugina” di quella da Covid-19, e i primi dati osservazionali di follow-up dei sopravvissuti al coronavirus. Ma soprattutto dagli esami autoptici effettuati laddove è stato possibile.
