Un consensus pubblicato su The Lancet ha ridefinito una delle condizioni ormonali più diffuse tra le donne in età fertile: non più solo “ovaie”, ma un quadro che coinvolge ormoni, metabolismo e infiammazione. Il commento di Franco Vicariotto (SIFIOG) apre anche agli integratori come possibili alleati nella gestione della sindrome.

 

 

 


Una delle condizioni ormonali più diffuse tra le donne in età fertile ha un nome nuovo. Nel maggio 2026 la rivista scientifica The Lancet ha pubblicato i risultati di un processo di consenso internazionale, durato oltre un decennio che ha portato a sostituire la sigla PCOS, sindrome dell’ovaio policistico, con PMOS, sindrome ovarica polimetabolica-endocrina.

Al lavoro hanno preso parte più di cinquanta organizzazioni scientifiche e associazioni di pazienti in tutto il mondo, in un percorso che ha raccolto oltre quattordicimila risposte tra donne con la sindrome e professionisti sanitari.

Il vecchio nome, spiegano gli autori dello studio, è impreciso: “ovaio policistico” richiama la presenza di cisti ovariche, che invece non sono un tratto necessario della condizione, e ha per anni ridotto l’attenzione alla sola componente ovarica, lasciando in ombra la sua natura più ampia. 

Il nuovo acronimo racconta la condizione attraverso tre elementi. Polimetabolica-endocrina indica che alla base ci sono più squilibri ormonali che interagiscono tra loro, non solo a livello ovarico: insulina, androgeni e altri assi endocrini sono coinvolti insieme.

Metabolica riconosce l’insulino-resistenza e l’aumento del rischio di obesità, diabete di tipo 2 e malattie cardiovascolari.

Ovarica mantiene il legame con la componente riproduttiva, cioè le alterazioni dell’ovulazione e le difficoltà di fertilità, che restano tra i tratti distintivi della sindrome.

Secondo lo studio, la PMOS riguarda circa una donna su otto, il che la rende una delle condizioni ormonali più comuni in età fertile, pur restando spesso sottodiagnosticata.

Al cambio di nome, Franco Vicariotto, ginecologo  e fondatore della Società  Italiana Fitoterapia e Integratori in Ostetricia e Ginecologia (SIFIOG) , affianca una lettura sul piano clinico: 

“Il passaggio da PCOS a PMOS non è una semplice questione terminologica: può essere un cambiamento di paradigma nella pratica clinica. La nuova definizione restituisce alla sindrome la sua natura multisistemica e impone di guardare oltre l’ovaio, considerando insulino-resistenza, infiammazione cronica di basso grado e stato nutrizionale della paziente come parti dello stesso quadro .” In questa lettura, la micronutrizione può diventare uno strumento da integrare, accanto agli interventi su stile di vita e terapia farmacologica.

“La salute intestinale va considerata anche in ginecologia poiché un microbiota alterato e una barriera intestinale più permeabile sono collegati a squilibri metabolici e a un eccesso di ormoni androgeni. Importanti anche la correzione di eventuali carenze di vitamina D, utile per la sensibilità all’insulina, e di folati, rilevanti per il metabolismo degli zuccheri e per contenere l’infiammazione. Un altro aspetto da considerare nella salute femminile riguarda proprio l’infiammazione di basso grado, una sorta di infiammazione “silenziosa” e cronica che caratterizza la PMOS e ne favorisce il peggioramento nel tempo. Alcune sostanze naturali con proprietà antiossidanti e antinfiammatorie, come curcuminoidi e boswellia, si sono dimostrate promettenti nel migliorare i parametri metabolici e un ulteriore aiuto può arrivare dal favorire il  naturale “spegnimento” di questa infiammazione; infatti, quando l’organismo non riesce a farlo da solo, integrare le proresolvine rappresenta un approccio nuovo e promettente, indicato in letteratura come una vera “novel therapy” – conclude Vicariotto.