Dalle demenze giovanili a quelle evitabili da alcol, traumi e carenza vitamina B1. Prof. Sorbi: “strutture residenziali sono poche, private e costose, è un problema sociale”.
Ma quante persone oggi in Italia sono colpite da demenza? I numeri della patologia, ad oggi, si basano solo su stime. “Gli ultimi buoni studi sulle demenze nel nostro Paese risalgono alla fine del ‘900.
Fare studi epidemiologici è estremamente costoso e nessuno ci investe più- ha fatto sapere il professor Sorbi- La stima in Toscana, dove lavoro, è abbastanza rilevante: si parla di circa 100mila pazienti affetti da demenza. In Italia la stima è invece di circa 1,5 milioni di persone, ma nessuno li ha ‘contati’ negli ultimi anni per i motivi che dicevo. La cifra secondo me è sottostimata perché considera le forme conclamate, mentre ormai la ricerca e la clinica si occupano sempre di più di pazienti nella fase precocissima. Questo perché le future nuove terapie, già in uso negli Stati Uniti, anche se non sappiamo se sono realmente efficaci, sono rivolte a pazienti ‘preclinici’, cioè con minimi segni clinici ma evidenza e test di malattia”.
Le proiezioni demografiche mostrano una progressione aritmetica di tale indicatore fino a giungere nel 2051 per l’Italia a 280 anziani per ogni 100 giovani. Sono pertanto in aumento tutte le malattie croniche, in quanto legate all’età, e tra queste le demenze.
Ma ad essere colpiti dalle demenze, sono in maggior numero gli uomini o le donne? Anche di questo ha parlato l’esperto: “La numerosità è maggiore nelle donne perché l’incidenza aumenta con l’età e sappiamo che un numero maggiore di donne, rispetto agli uomini, arriva fino ai 90 anni d’età. Quanto alla percentuale, però, non è molto diversa tra i due sessi. Le demenze giovanili sono invece più frequenti negli uomini, perché è tra loro che alcol e traumi sono più diffusi”.
Parlando dei primi segnali di riconoscimento della patologia, tutte le demenze “iniziano con poco”, purtroppo e per fortuna: purtroppo per il clinico, per fortuna per il paziente.
“Iniziano con un difetto di una delle funzioni cognitive, un tempo si diceva sempre con la memoria, ma non è così- ha spiegato il neurologo- ci sono demenze fronto-temporali, che iniziano per esempio nei lobi frontali, per chi i primi sintomi possono essere un cambiamento del carattere, una minore attenzione alla cura personale, una minore capacità di concentrazione, di attenzione o di programmazione”.
La nostra, intanto, è una società caratterizzata da una perenne e frenetica corsa, con donne e uomini oggi sempre più affannati. Qual è il confine tra stress e patologia? O meglio: quando iniziare a preoccuparsi se, durante una giornata impegnativa, ci si dimentica di una parola oppure di fare qualcosa?
“Questo è un aspetto molto interessante– ha commentato il neurologo- anche perché noi sempre di più vediamo in ambulatorio persone che ci raccontano di fare molte cose ma sempre con più fatica. Quello che possiamo fare è studiarle: come prima cosa va fatta una valutazione neurocognitiva estesa per controllare se i punteggi della valutazione sono adeguati per livello di scolarità, competenze ed età del soggetto. Poi il test va ripetuto, perché un soggetto funzionante bisogna studiarlo in maniera approfondita. Dagli inizi degli anni Duemila abbiamo individuato una nuova categoria di ‘non malati’, con disturbo soggettivo di memoria, alcuni dei quali potrebbero essere nella fase iniziale di malattia. Li stiamo studiando per cercare di cogliere aspetti che possano permettere di predire chi andrà incontro ad una malattia oppure no”.
Un problema, questo, dunque legato all’alta scolarizzazione. “Ma c’è un altro elemento molto importante, evidente negli studi di tutto il mondo: la scolarizzazione ritarda l’insorgenza della clinica della malattia. Io potrei avere la patologia Alzheimer che già sta aggredendo il mio cervello ma stare ancora clinicamente bene, mentre se non fossi stato istruito magari cinque anni fa già avrei avuto i primi disturbi di memoria. La scolarità- ha spiegato il professore- è uno degli elementi più provati di protezione da qualunque forma di demenza: quello che noi pensiamo è che forse ritarda l’insorgenza, ma potrebbe darsi anche che protegga”.
Altri fattori che proteggono sono la socializzazione, svolgere un’attività lavorativa che dia soddisfazioni e fare attività fisica. “Sul benessere dell’attività fisica esiste un modello animale- ha fatto sapere Sorbi- se mettiamo in due gabbie distinte due topi con la stessa mutazione genetica che causa in questi animali una forma di demenza e ad uno, il ‘topo maratoneta’, diamo un tapis roulant mentre all’altro solo cibo, il disturbo cognitivo viene al topo ‘pigro’ e non a quello maratoneta”.
