Il nostro satellite può ospitare forme di vita resistenti a condizioni ostili come quelle presenti sulla superficie lunare? Una prova sembrerebbe indicare di sì, ma resta avvolta in un mistero…

 

 

 

Che il nostro satellite sia disabitato, è ormai provato al di là di ogni ragionevole dubbio. Ma sulla Luna ci potrebbero essere le condizioni favorevoli ad ospitare qualche forma di vita, se per caso capitasse là?

Sulla Terra ci sono innumerevoli specie di batteri che vivono in alcuni degli ambienti più inospitali ed estremi, alcuni addirittura ostili alla vita: negli abissi oceanici a diecimila metri di profondità, dove la pressione dell’acqua è equivalente a quella di 50 aeroplani assieme; nelle profondità del sottosuolo, nei ghiacci, in siti dove la concentrazione di acidi è così elevata da corrodere il metallo; e perfino tra le scorie radioattive.

Quindi, un posto desolato, senza atmosfera, con variazioni termiche tra giorno e notte di centinaia di gradi potrebbe non essere poi così malaccio rispetto a quelli appena descritti.

E, infatti, proprio alcuni batteri, Streptococcus mitis per la precisione, sono stati riportati sulla Terra dalla Luna dagli astronauti della missione Apollo 12, la seconda a far sbarcare esseri umani sul nostro satellite nel settembre del 1969.

I batteri si trovavano nelle lenti della fotocamera a bordo della sonda Surveyor 3, che era stata lanciata dalla Nasa nel 1967 proprio per sondare il terreno per il fututo arrivo degli astronauti. Letteralmente, perché prelevò alcuni campioni del suolo lunare da analizzare.

Gli Streptococcus mitis recuperati assieme alla fotocamera sarebbero quindi sopravvissuti più di due anni sulla superficie lunare, attaccati allo strumento della sonda, che evidentemente non era stato sterilizzato a dovere prima di montarlo e spedirlo nello spazio.

Tuttavia gli scienziati non concordano su quanto trovato. Secondo alcuni, le lenti si sarebbero ricontaminate al ritorno sul nostro pianeta, per procedure inadeguate a isolarle dal mondo esterno, come ad esempio la sacca in cui furono riposte, non a perfetta tenuta stagna ma fatta di materiale poroso.

Il dibattito è ancora aperto, ma una risposta certa non l’avremo mai, almeno da quel campione. Lo strumento, infatti, è ora esposto in un museo e non è quindi più possibile eseguire alcuna analisi, dato che ormai è da decenni a contatto con i microbi del nostro pianeta.