Nuovi studi e simulazioni riportano in auge la decennale diatriba sulla presenza di una fantomatica super Terra orbitante oltre Nettuno.

 

Da quando, nell’ormai lontano 1930, fu scoperto il pianeta Plutone ben oltre l’orbita dell’ultimo pianeta allora conosciuto – Nettuno –, si pensò che il quadro degli abitanti del Sistema Solare fosse definitivamente delineato.

Tuttavia, negli anni a seguire, sempre più astronomi si convinsero che poteva esistere un altro inquilino attorno alla nostra stella, non ancora avvistato, ma che avrebbe svelato la sua presenza tramite le perturbazioni gravitazionali indotte sugli altri corpi del Sistema Solare esterno.

Partì una lunga e faticosa caccia, ma nessun telescopio riuscì mai a mettere a fuoco qualcosa che avrebbe potuto essere la prova definitiva dell’esistenza di questo pianeta misterioso, chiamato appunto X, simbolo dell’incognita matematica per eccellenza, ma anche un riferimento al decimo numero romano.

Infatti, fino a quando nel 2006 Plutone non fu declassato a pianeta nano, i componenti del sistema solare erano giusto nove, e il nuovo arrivato avrebbe preso quindi posto col numero cardinale successivo.

Il decimo pianeta è, al momento, ancora un’ipotesi sulla carta, sebbene i tentativi per individuarlo non siano mai stati abbandonati.

Ultimo, in questa direzione, un lavoro pubblicato su The Astronomical Journal da due ricercatori del Department of Astronomy & Planetary Science, Northern Arizona University.

Prima di spiegare perché secondo i due astronomi esisterebbe un pianeta X – e molto massiccio, circa 20 volte la Terra – oltre l’orbita di Nettuno, chiariamo perché finora non è stato mai osservato, sebbene la tecnologia in nostro possesso ci consente di scovare pianeti ben più distanti, che orbitano attorno a stelle lontane 1500 anni luce.

La spiegazione è semplice: in quei casi l’esopianeta è rilevato quando transita davanti alla propria stella, causando una piccola eclisse, oppure dalla variazione che induce sulla posizione o velocità della stella nel cielo, che subisce, seppur minimamente la sua influenza gravitazionale, ma che noi da Terra siamo in grado di misurare.

Il pianeta X, invece, si dovrebbe trovare così lontano dal Sole che la luce riflessa dalla nostra stella dalla sua superficie sarebbe debolissima: impossibile captarla a meno che non si conosca esattamente la posizione dell’oggetto nel momento in cui lo si va a osservare. Dati che non abbiamo ovviamente: né la distanza, né la posizione sul perimetro dell’orbita, proprio perché il decimo pianeta è, e forse sarà per sempre, solo un’ipotesi suggestiva.

Ma veniamo allo studio appena citato. I ricercatori hanno indagato su una caratteristica che compare in una regione del Sistema Solare compresa tra le 50 e 65 unità astronomiche (UA: un’unità astronomica equivale alla distanza Terra-Sole, 149 e rotti milioni di chilometri), che stranamente è vuota di oggetti con determinati parametri orbitali.

Oltre l’orbita di Nettuno non c’è solo Plutone, ma anche una pletora di corpi minori, cioè pianeti nani come Sedna (scoperto nel 2003) o 2012 VP‎113 , oggetti ben oltre l’estensione nota della Fascia di Kuiper‎ (una regione del sistema solare che si estende dall’orbita di Nettuno fino a 50 UA dal Sole) e quelli come Leleākūhonua (designazione provvisoria: 2015 TG‎387), scoperti vicino alla Nube di Oort (una nube sferica di comete posta tra 20 000 e 100000 UA dal Sole, cioè circa 2.400 volte la distanza tra il Sole e Plutone).

‎‎Ebbene, tra le orbite dei pianeti minori del sistema solare esterno, non ci sono oggetti con perielio (minima distanza della loro orbita dal Sole) compreso tra circa 50 e 65 UA con eccentricità (valore numerico che indica lo schiacciamento della circonferenza orbitale verso una forma a ellisse) ‎‎ ‎‎maggiore di 0,65. Secondo i ricercatori, ‎un pianeta lontano potrebbe essere la causa di questa mancanza, denominata gap di perielio.

Questi oggetti sono stati classificati come Extreme Trans-Neptunian Objects (ETNOs) per perielio‎ oltre le 40 UA, e oggetti Inner Oort Cloud (IOCs) se è maggiore di 65 UA.‎

‎‎‎Secondo gli studiosi alcune orbite del Pianeta X possono spartire la popolazione di oggetti tra ETNOs e IOCs, causando il gap osservato in quella regione.

Hanno quindi eseguito simulazioni dinamiche al computer con e senza la presenza del Pianeta X, ‎ scoprendo che né la popolazione ETNO né la popolazione del CIO possono essere formate esclusivamente dall’influenza di Nettuno.

E nemmeno, secondo i loro calcoli, dalle maree galattiche e dai passaggi stellari ravvicinati sulla Nube di Oort. Questo meccanismo ha dimostrato di avere una probabilità ∼20%-30% di posizionare oggetti in orbite all’interno delle regioni ETNO e IOC. Tuttavia, questo metodo non sembra produrre un gap di perielio.

Nelle loro simulazioni dinamiche, si sono concentrati sulla capacità del Pianeta X di causare il gap del perielio attraverso interazioni secolari.‎

‎‎Da queste simulazioni risulta che il Pianeta X spiega il gap del perielio del sistema solare esterno attraverso influenze sull’orbita di quegli oggetti di durata millenaria.

Questa la spiegazione tecnica fornita nel loro articolo. In sintesi: un pianeta di circa 20 volte la Terra, in un’orbita oltre quella di Nettuno, avrebbe, col passare dei secoli e tramite la sua influenza gravitazionale, spazzato via oggetti più piccoli in una fascia tra le 50 e 65 UA da Sole, causando un vuoto che oggi osserviamo proprio in quella regione.

E questo vuoto sarebbe la prova della sua esistenza, stando ai calcoli delle simulazioni. Adesso bisogna solo osservarlo, se davvero è la causa della distribuzione e morfologia delle orbite dei corpi minori a grande distanza dal Sole.

 

 

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