Gli studiosi hanno scovato 13 punti deboli del genoma umano che dovrebbe causare forme di malattia importante con la presenza del coronavirus.

 

Chi rischia di più con il coronavirus? A questa domanda hanno provato a rispondere alcuni scienziati con uno studio pubblicato su Nature e riportato dal Corriere della Sera. Gli approfondimenti hanno portato a mettere in evidenza alcuni punti deboli del genoma di alcune popolazioni.

Le ricerche, comunque, andranno avanti nelle prossime settimane con l’obiettivo di raccogliere ulteriori dati e dare delle risposte molto più chiare anche ai governatori impegnati a capire come comportarsi in questa lotta.

La ricerca sembra aver confermato come il fumo e l’alto indice di massa corporea potrebbero portare a rischi molto alti in caso di contagio da Covid-19. In particolare, gli studiosi hanno scovato 13 punti deboli del genoma umano che dovrebbe causare forme di malattia importante con la presenza del coronavirus.

L’altra parte della ricerca sarà dedicata al long-Covid. In questo caso, però, gli studi sono ancora in corso e non si hanno delle indicazioni ben precise.

Gli esperti nelle prossime settimane proseguiranno tutti gli approfondimenti del caso. E si cercherà di capire anche se con le varianti il quadro complessivo cambierà. Al momento non sembrano esserci particolari problemi in questo senso e i vaccini, come confermato anche dall’Iss, proteggono dalle mutazioni registrate in tutto il mondo. Ma il virus cambia quotidianamente ed è alto il rischio di dover ripartire da zero in un prossimo futuro non molto lontano.

Sono 13 i punti del genoma umano fortemente associati al rischio di infezione da Coronavirus o alla gravità del Covid. Lo afferma uno dei più grandi studi di associazione sull’intero genoma Covid, pubblicato oggi sulla rivista ‘Nature’: coinvolti quasi 50mila pazienti Covid, 2 milioni di controlli su cittadini non infetti, oltre 3.500 ricercatori per 61 sotto-studi provenienti da 25 Paesi.

Nel marzo del 2020, mentre la letalità del virus Sars-CoV-2 in Italia è straordinariamente più alta che altrove, i medici si accorgono che non tutte le persone si ammalano con la stessa gravità. Da qui una domanda: quali fattori genetici influenzano lo sviluppo di una malattia grave o letale, piuttosto che di sintomi lievi o del tutto assenti? Ad aprile 2020, 4 ricercatori Humanitas pubblicano in open access uno dei primi studi sulla genetica di Covid-19, lavoro presto approfondito grazie ad un consorzio tra Italia, Spagna, Germania e Norvegia. Come loro, tanti scienziati nel mondo iniziano a cercare nei geni una risposta al quesito clinico.

Lo studio pubblicato oggi racchiude anche quei primi sforzi. Questo grande impegno globale, ‘Covid-19 Host Genomics Initiative’, ha permesso di individuare 13 loci, o posizioni nel genoma umano, che sono fortemente associati al rischio di infezione da Sars-CoV-2 o alla gravità della malattia. I risultati potrebbero aiutare a identificare target per future terapie e dimostrare l’utilità degli studi genetici nella comprensione delle malattie infettive.

La ‘Covid-19 Host Genomics Initiative’ è stata fondata nel marzo 2020 da Andrea Ganna, group leader presso l’Institute for Molecular Medicine Finland (Fimm) dell’Università di Helsinki, e da Mark Daly, direttore di Fimm e membro del Broad Institute del Mit e di Harvard di Boston, Massachusetts. L’iniziativa è diventata una delle più estese collaborazioni nel campo della genetica umana. Nell’area milanese, oltre a Humanitas hanno partecipato l’Università degli Studi di Milano e l’Università degli studi di Milano-Bicocca, che collaborano a un progetto chiamato Genius (Genetics Against Coronavirus), sostenuto anche da una donazione di Intesa Sanpaolo.

Dei 13 loci identificati finora dal team del consorzio globale – descrive una nota – due avevano frequenze più elevate tra i pazienti dell’Asia orientale o dell’Asia meridionale rispetto a quelli di origine europea. Uno di questi due loci, in particolare, è vicino al gene Foxp4, che è collegato al cancro del polmone. La variante Foxp4 associata a forme clinicamente gravi di Covid-19 aumenta l’espressione del gene, suggerendo che l’inibizione del gene potrebbe essere una potenziale strategia terapeutica. Questo sottolinea l’importanza di analizzare campioni provenienti da popolazioni con background genetico diverso. Altri loci associati a Covid-19 grave includono Dpp9, un gene coinvolto anche nel cancro del polmone e nella fibrosi polmonare, e Tyk2, che è implicato in alcune malattie autoimmuni.

Sebbene i vaccini conferiscano protezione contro l’infezione, c’è ancora un notevole margine di miglioramento nel trattamento del Covid-19, che può avvalersi dei risultati delle analisi genetiche.

 

 

Leggi anche:

Foto crediti: Envato Elelents (ove non diversamente specificato)

Riproduzione riservata (c)