Scienziati angloamericani hanno sviluppato un algoritmo per identificare le molecole firma biologica della vita.

 

La ricerca della vita extraterrestre, anche all’interno del nostro Sistema Solare, per ora non ha dato frutti. Ma non significa che non sia presente, magari in qualche anfratto che per ora ignoriamo che non abbiamo analizzato a fondo. Sì, ma che cosa dovremmo cercare per la precisione per avere la conferma della presenza di forme di vita aliene?

Si sono posti la domanda ricercatori dell’Università dell’Arizona e di Glasgow, in Scozia, e hanno perciò deciso di elaborare un semplice metodo per avere una risposta precisa. La presenza di molecole organiche su Titano (luna di Saturno) o nello spazio interstellare, per esempio, non è un indicatore affidabile sulla esistenza di vita laggiù, anche se questi agglomerati di atomi sono precursori di formazioni molecolari alla base della vita.

Hanno quindi pensato che sarebbe meglio focalizzare la ricerca sulle firme biologiche di ciò che la vita produce, non di ciò che la vita è. Infatti solo organismi viventi sono in grado di produrre molecole complesse che non si possono formare casualmente in grande abbondanza.

Ecco, cercare quei prodotti della vita è un modo sicuro per trovare la vita stessa. Hanno così elaborato un algoritmo che assegna un punteggio di complessità alle molecole basandosi sul numero di legami che contengono.

Ne è uscito un database con 2,5 milioni di molecole. In base al punteggio di ciascuna si può quindi dedurre se è un prodotto di un processo vivente e quindi un biomarcatore della vita.

Lo hanno sperimentato con campioni di materiale proveniente da meteoriti e sedimenti lacustri dell’era dell’Olocene e del Miocene. (30 mila e 14 milioni di anni fa rispettivamente). Hanno così dimostrato che la vita è l’unico e solo processo che può produrre molecole di una certa complessità, individuando anche la soglia numerica di legami che determinano tale complessità.

L’idea è adesso di usare questo algoritmo nelle future missioni della Nasa, ma anche per individuare l’emergere della vita artificialmente in laboratorio.

 

 

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