L’approvazione di tre nuovi vaccini potrebbe presto rivoluzionare non solo il decorso della pandemia ma anche i rapporti di forza nella “geopolitica dell’immunizzazione”.

 

Perché l’Europa sta facendo ogni sforzo per affrancarsi da un ruolo di subalternità rispetto, soprattutto, ad Usa e Gran Bretagna. Paesi, questi ultimi, che, per capitali impiegati, attrattività patriottica (PfizerModernaJohnson&Johnson sono aziende americane, AstraZeneca è anglo-svedese) o, più semplicemente, per una più affinata abilità nel trattare, hanno ottenuto “gradimenti” (e forniture) superiori dalle case farmaceutiche rispetto a quelli dell’Ue.

Le grandi speranze di un vaccino “made in Europe” a mRna (come Pfizer e Moderna) vengono oggi riposte nel lavoro che i 600 dipendenti di CureVac stanno portando avanti tra Tubinga e Francoforte, in Germania. Nei laboratori di queste città è stato approntato un antidoto, sempre a doppia dose, giudicato più che promettente dalla comunità scientifica internazionale, e che pare ormai prossimo ad essere accompagnato dalla richiesta di immissione in commercio agli enti regolatori.

Alla sede Ema di Amsterdam sarebbero pronti a valutarla già all’inizio di maggio. L’azienda sta infatti per completare la fase 3, l’ultima che precede la valutazione finale. Il semaforo verde, se tutto andasse per il meglio, potrebbe arrivare in tempi rapidi, forse a fine giugno, visto che gli esperti dell’Agenzia europea dei medicinali, da mesi, stanno revisionando i dati in tempo reale.

Di questo prodotto ha parlato l’immunologo e membro dell’Accademia dei Lincei, Guido Forni, per il quale «se arrivasse nel giro di poche settimane e funzionasse un vaccino europeo a mRna sarebbe fantastico, sarebbe la soluzione. È una ditta tedesca finanziata dall’Europa – ha aggiunto – che ha una tecnologia più avanzata rispetto a Pfizer e Moderna, il vaccino si può conservare a temperatura ambiente e non dovrebbe avere effetti collaterali. L’Ue ha prenotato 450 milioni di dosi. Se tutto va bene questo vaccino sarà la rivoluzione dei vaccini. Dovremmo essere nelle fasi conclusive, poi servirà qualche settimana per l’approvazione dell’Ema e allora comincerà la produzione». Da quanto è dato sapere, all’Italia spetterebbero almeno 30 milioni di dosi, 14 milioni delle quali entro settembre.

E nelle ultime ore il Financial Times ha rivelato che il governo italiano avrebbe avuto dei colloqui preliminari con la società biofarmaceutica svizzera Novartis, e l’italiana ReiThera (per il quale si studia la possibile applicazione della tecnologia mRna) per la produzione in Italia proprio dell’antidoto CureVac. Il premier Mario Draghi avrebbe anche parlato direttamente con l’ad di Moderna, Stéphane Bancel. I colloqui, scrive il quotidiano della City, non sono andati a buon fine perché l’azienda di biotecnologia Usa non è in grado di supervisionare il trasferimento della tecnologia necessaria ai siti di produzione italiani o di fornire personale qualificato a tali siti per aumentare la produzione.

Ma quello tedesco non è l’unico nuovo vaccino all’orizzonte. All’esame dell’Ema c’è anche il prodotto americano Novavax: a base proteica, contiene minuscole particelle ottenute da una versione di laboratorio della proteina spike. Contiene anche un “adiuvante”, una sostanza che contribuisce a rafforzare le risposte immunitarie al vaccino. Una volta iniettato l’antidoto, il sistema immunitario riconoscerà le particelle proteiche come estranee e risponderà producendo gli anticorpi. Prevede due dosi.

Ma anche per il vaccino russo Sputnik si avvicina il giudizio degli enti regolatori occidentali: è composto da due diversi virus che appartengono alla famiglia degli adenovirus, Ad26 e Ad5. Questi adenovirus sono stati modificati in modo da contenere il gene della proteina spike. Non sono in grado di riprodursi nell’organismo e non provocano la malattia. I due adenovirus sono iniettati separatamente: Ad26 è usato nella prima dose e Ad5 è invece utilizzato nel richiamo.

 

 

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