Un nuovo studio ha infatti dimostrato che il 70% dei pazienti sta peggio di prima, ed è stato costretto a cambiare le proprie abitudini per combattere il problema.

 

La pandemia di Covid-19 sta avendo un impatto sanitario, sociale ed economico senza precedenti, paragonabile a quello di una grande guerra globale, e le fasce della popolazione più vulnerabili sono quelle esposte ai rischi e alle conseguenze peggiori.

Fra chi sta soffrendo di più la diffusione del coronavirus SARS-CoV-2 e le misure introdotte per spezzare la catena dei contagi vi sono i pazienti con dolore cronico, la grande maggioranza dei quali ha avuto un peggioramento significativo della propria condizione, in particolar modo durante il lockdown. Un nuovo studio ha infatti dimostrato che ben il 70 per cento di essi sta peggio di prima, ed è stato costretto a cambiare le proprie abitudini per combattere il problema.

A dimostrare l’impatto devastante della pandemia sui pazienti con dolore cronico è stato un team di ricerca spagnolo guidato da scienziati della Facoltà di Scienze della Salute dell’Università Oberta della Catalogna (Barcellona), che hanno collaborato a stretto contatto con i colleghi del Centro di Psicologia Applicata dell’Università Autonoma di Madrid, della Facoltà di Scienze Biologiche dell’Università Europea di Madrid, del Dipartimento di Psicologia dell’Università Rovira i Virgili di Tarragona e di altri istituti.

Gli scienziati, coordinati dal Ruben Nieto dell’eHealth Lab Research Group, sono giunti alle loro conclusioni dopo aver coinvolto in uno studio circa 500 pazienti con dolore cronico di intensità da moderata a grave (fino alla disabilità). I pazienti erano nella maggior parte dei casi donne (88 per cento) e avevano un’età media compresa tra i 30 e i 59 anni.

I partecipanti hanno risposto a specifici sondaggi online standardizzati per misurare la soglia del dolore, chiamati IMMPACT (Initiative on Methods, Measurement, and Pain Assessment in Clinical Trials) e CPGQ (Chronic Pain Grade Questionnaire), a partire dall’inizio del lockdown in Spagna. Dall’analisi dei dati è emerso che il 70 per cento ha subito un peggioramento “in termini di gravità, frequenza degli attacchi e interferenza nelle attività quotidiane”, come si legge in un comunicato stampa dell’ateneo catalano.

Quasi la totalità dei partecipanti ha sperimentato dolore in più punti del corpo, soprattutto all’addome, alla base della schiena e al collo. Il peggioramento del dolore cronico in questi pazienti è risultato essere associato alle preoccupazioni per il futuro, all’incertezza economica, ai problemi legati al lavoro e alla paura di essere contagiati dal coronavirus, oltre che al convivere in casa con altre persone o all’essere legati a qualcuno che ha perso la vita a causa della Covid-19. Rilevante anche l’impatto dell’insonnia, della tristezza, della solitudine e della scarsa attività fisica. Prima della pandemia i principali fattori scatenanti del dolore cronico più menzionati erano lo stress e le condizioni meteo.

Molti pazienti hanno modificato le proprie abitudini per combattere il peggioramento del dolore cronico. Oltre la metà ha aumentato l’assunzione dei farmaci e aumentato le ore di riposo, entrambe condizioni che possono avere un impatto negativo sulla salute, spiegano gli autori dello studio. Fortunatamente, una buona percentuale di essi ha iniziato a dedicarsi più spesso allo stretching, un’attività fisica che può portare benefici contro il dolore cronico.

Gli autori dello studio sottolineano che i pazienti che soffrono di questo problema devono imparare a convivere col problema senza lasciarsi abbattere, ma consapevoli che i centri specializzati che possono aiutarli sono pochi, inoltre non molti operatori sanitari si specializzano in questo delicato campo. Proprio dall’esperienza maturata durante la pandemia potrebbero maturare nuovi approcci per gestire questi pazienti. I dettagli della ricerca “Impact of COVID-19 Lockdown Measures on Spanish People with Chronic Pain: An Online Study Survey” sono stati pubblicati sulla rivista scientifica Journal of Clinical Medicine.

 

 

 

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Foto crediti: Envato Elelents (ove non diversamente specificato)

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