Vaccino Covid

 

Nel prossimo decennio, una volta raggiunto lo stato endemico, il tasso di letalità di SarsCoV2 potrebbe scendere al di sotto di quello dell’influenza stagionale.

 

L’immunità di gregge sarà la cosa che ci toglierà da un guaio altrimenti mai finito”. Massimo Galli, direttore del reparto malattie infettive dell’ospedale Sacco di Milano, disegna lo scenario degli effetti della vaccinazione rispetto a questa pandemia e da questo virus, per molti versi scientificamente anarchico.

“Il vaccino è la vera exit strategy da questa pandemia, bisogna affrettarsi nei limiti del possibile a farlo. È evidente che una volta fatta la seconda dose, avendo gli anticorpi, si avranno anche dei ‘privilegi’. Si sarà nella condizione di essere molto più liberi nei confronti di qualsiasi restrizione rispetto alle persone che continueranno a non essere vaccinate”.

Le vaccinazioni anti-Covid sono cominciate quasi in tutto il mondo. La speranza di scienziati e politici è che si possa vedere finalmente la luce in fondo al tunnel e si raggiunga la tanto sospirata immunità di gregge. Ma, una volta che la pandemia si concluderà, che fine farà il tanto odiato coronavirus che ha sconvolto la nostra vita? In sostanza, come sarà l’era post-vaccino?

Un passo indietro. Questa pandemia ha influito anche in modo sostanziale sulla ricerca, dallo studio dei vaccini a quello di farmaci efficaci, sulla clinica e sulla produzione. Le scoperte riguardo al nuovo virus sono state fin dall’inizio condivise, rese di dominio pubblico tra gli scienziati di tutto il mondo. Quindi è stato il momento di mettere in pratica nuove tecnologie, allo studio per molti settori medici, dai vaccini ai tumori, dall’immunologia al diabete, dalle patologie neurologiche alle malattie rare.

Tecnologie di “manipolazione” genetica. Così si è arrivati rapidamente ai primi due vaccini approvati in Occidente, con tecniche che se non ci fosse stata un’emergenza sanitaria sarebbero state approvate dalle autorità regolatorie dei farmaci in tempi sicuramente molto più lunghi. In questa situazione è stata attuato il “percorso rapido” da parte dei decisori, il che comporta maggiori controlli sul campo per efficacia ed effetti indesiderati.

Ed ecco approvati i primi due vaccini al mondo che non usano virus inattivati o parti virali replicate, ma l’RNA messaggero di comandi di attacco alle proteine chiave del virus. Del virus o di un suo parente non c’è traccia. E le cellule umane, indotte dall’RNA messaggero artificiale, producono loro stesse “nemici” e le “difese” per eliminarli. Tecnica allo studio per molte altre patologie, non solo virali.

Quindi vaccini innovativi nell’ideazione, nella preparazione, nella produzione e nella distribuzione in grado di preservarne la stabilità. Una sperimentazione quasi sul campo per la prima ondata di dosi da somministrare. La sfida, per tutti i produttori di vaccini in campo, è anche quella di una vaccinazione di massa globale. Stiamo parlando di miliardi di cittadini e di due dosi ad ognuno.

Sulla base degli studi clinici, i vaccini anti Covid di Pfizer-BioNTech e Moderna-NIAID (i primi approvati in Occidente) non solo hanno dimostrato un’efficacia del 95 per cento circa, ma anche una notevole tollerabilità. Durante i trial, infatti, sono emersi solo rari casi di reazioni allergiche severe tra le decine di migliaia di partecipanti, mentre alcuni altri sono stati registrati all’avvio della campagna vaccinale. Nonostante la sicurezza certificata dall’approvazione della Food and Drug Administration (FDA) americana e dell’Agenzia Europea per i Medicinali (EMA), come evidenziato da alcuni esperti in un editoriale pubblicato su Science, le due preparazioni (entrambe basate sull’RNA messaggero) hanno una reattogenicità superiore rispetto a un comune vaccino antinfluenzale. In parole semplici, possono dar vita a effetti collaterali più “intensi”, come mal di testa, dolore al sito dell’iniezione, febbre, dolori muscolari e così via, ma comunque di breve durata.

Alla luce di queste premesse, alcuni (in particolar modo gli allergici) hanno iniziato a preoccuparsi per la vaccinazione, soprattutto a causa dell’eco mediatica sui singoli casi. A rassicurare sulla tollerabilità dei vaccini anti Covid vi è un nuovo studio condotto da esperti allergologi Usa, nel quale si sottolinea che le persone gravemente allergiche ad alimenti, lattice, farmaci orali e veleni possono tranquillamente sottoporsi al vaccino contro il coronavirus SARS-CoV-2. Solo chi ha un’allergia a una delle sostanze utilizzate nella preparazione e nella conservazione dei vaccini dovrebbero stare attenti: per ora il consiglio è evitare la seconda dose se si è avuta una reazione eccessiva dopo la prima.

Comunque sia, la svolta è cominciata. Anche psicologicamente. Non sarà un addio rapido al virus, ma si può già vedere la luce in fondo al tunnel. Dovremo convivere con il virus per un certo periodo, anche se in maniera “più leggera” rispetto a quanto accade oggi. Data l’elevatissima diffusione di Sars-CoV-2 è infatti difficile che i vaccini riescano a debellare del tutto l’infezione, ma è realistico pensare che la malattia Covid-1, causata dal coronavirus, diventerà endemica. Una volta che la maggior parte della popolazione sarà immune, a seguito di infezione naturale o vaccinazione, il virus non sarà una minaccia più di quanto non lo sia un comune raffreddore. Lo rivela uno studio appena pubblicato su Science e condotto dai ricercatori della Emory University e della Penn State University, negli Stati Uniti.

La ricerca si basa su dati epidemiologici e immunologici relativi al virus della Sars del 2003, quello della Mers del 2012 (che causava una malattia grave ma per fortuna dovuta a un virus che non si è diffuso) e altri quattro coronavirus umani diventati ormai endemici, causando per lo più sintomi modesti. Il modello, usato per prevedere la traiettoria della pandemia di Covid-19 nel prossimo decennio, mostra che una volta raggiunto lo stato endemico, il tasso di letalità di SarsCoV2 potrebbe scendere al di sotto di quello dell’influenza stagionale, rendendo il Covid-19 simile ai quattro coronavirus del raffreddore già con noi da anni. I vaccini, inoltre, secondo gli esperti, prevengono la malattia grave, ma non necessariamente l’infezione e la trasmissione e questo significa che il coronavirus continuerà a circolare. Ma senza fare i danni che sta facendo ancora oggi.

In dirittura d’arrivo ci sono poi altri vaccini, a parte quello russo e quelli cinesi approvati prima degli altri due dalle autorità del farmaco domestiche. Così come un vaccino indiano e uno cubano. Fallito invece quello che si stava preparando in Australia.

Al 17 novembre, in base al documento “Draft landscape of COVID-19 candidate vaccines” dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) c’erano 212 vaccini candidati in sperimentazione contro il coronavirus SARS-CoV-2. La maggior parte di essi (164) si trovava ancora nella fase pre-clinica della ricerca, mentre i restanti 48 erano già in sperimentazione clinica, somministrati ai volontari. La corsa al vaccino ha coinvolto, e coinvolge, laboratori, università, centri di ricerca e case farmaceutiche di tutto il mondo, e naturalmente ce ne sono stati alcuni più promettenti di altri, tra i quali quelli già approvati dalle autorità occidentali. E non si tratta solo di quelli a RNA-messaggero.

Ma quali sembrano i migliori della classe?

Il vaccino di Pfizer e BioNTech e quello di Moderna-NIAID sono già in somministrazione e promettono un’efficacia molto alta per dei vaccini. Poi c’è il primo approvato tra i classici: il vaccino di Oxford, Advent-Ibm e Astrazeneca. La preparazione, a differenza di quelle di Pfizer e Moderna, si basa su una tecnologia completamente differente, ovvero su di un adenovirus ingegnerizzato e inattivato (responsabile del raffreddore negli scimpanzé) che viene sfruttato come “navetta di trasporto” per la proteina S o Spike del coronavirus. Una volta iniettato, il sistema immunitario riconosce la proteina estranea e sviluppa anticorpi neutralizzanti. Anche in questo caso l’efficacia rilevata è molto alta, pari al 95 per cento.

Gli altri “contendenti”. Tra i più interessanti, figura sicuramente anche lo “Sputnik V” del Gamaleya Institute di Mosca, che avrebbe dimostrato un’efficacia del 92,5 per cento, ma si tratta di dati ancora incompleti. Il Ministero della Salute russo lo ha comunque approvarlo. In lizza c’è anche l’”antidoto” anti-Covid messo a punto dai laboratori Janssen in Belgio della Johnson & Johnson. Che utilizza un adenovirus modificato che può entrare nelle cellule ma non può replicarsi al loro interno o causare malattie. Meno efficaci sono risultati i due vaccini cinesi (meglio quello di Sinovac). In preparazione anche un vaccino iraniano. Poi uno Sanofi e uno spray. Tutti attualmente in sperimentazione clinica, sull’uomo. L‘Ema si dichiara pronta a valutarli tutti: “Aperti anche a quelli russo e cinese”.

Non meno importante, il vaccino tutto italiano di ReiThera realizzato in collaborazione con l’Istituto Spallanzani e finanziato dalla Regione Lazio e dal Ministero dell’Università e Ricerca. A tal proposito, dice il direttore dello Spallanzani, Francesco Vaia“Una produzione di 100 milioni di dosi di vaccino Reithera renderà l’Italia autosufficiente. Siamo a buon punto, è probabile che sarà pronto a giugno-luglio”. La sua caratteristica: è efficace senza bisogno di una seconda dose. Ovviamente non gode di fondi sufficienti per portare a termine le fasi di sperimentazione che portano all’approvazione. Ma sembra che per l’estate 2021 ci sia.  

L’India, Paese di 1,350 miliardi di abitanti, ha lanciato intanto “la più grande campagna di vaccinazione del mondo”, con l’obiettivo di immunizzare 300 milioni di persone con due dosi nei primi sei-otto mesi. Non si potrà scegliere tra il vaccino Oxford-AstraZeneca e il ‘casalingo’ di Bharat Biotech, entrambi prodotti sul territorio nazionale.

Un nuovo aspetto della pandemia, però, mette in ansia la scienza: le varianti del virus che stanno aumentando nel mondo. La prima è stata la variante inglese. Come specificato dal gruppo di ricerca britannico COVID-19 Genomics UK (COG-UK), specializzato nell’analisi genomica del coronavirus SARS-CoV-2, i virus mutano naturalmente diffondendosi negli ospiti, e anche il patogeno pandemico non fa differenza.

Le varianti emerse da questo processo biologico, determinato da errori casuali (mutazioni) che si verificano replicazione dopo replicazione, da quando il nuovo coronavirus è in circolazione sono a migliaia. Nella stragrande maggioranza dei casi, tuttavia, esse non sono significative dal punto di vista delle caratteristiche virali, come sottolineato da Lucy van Dorp, docente di Genomica Microbica dell’Università della California di Los Angeles. Il rischio principale è che possano determinare un’infezione più grave e mortale, ma anche che possano eludere i vaccini già sviluppati o essere più trasmissibili. Ecco quali sono le varianti del coronavirus finite nel mirino di esperti e istituzioni.

 

 

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