182 ancora nella fase pre-clinica, mentre i restanti 82 hanno già fatto il passaggio all’uomo, essendo stati considerati idonei.

 

In data 19 marzo 2021, in base al documento “Draft landscape and tracker of COVID-19 candidate vaccines” dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), risultano esserci ben 264 vaccini in sperimentazione contro il coronavirus SARS-CoV-2. La stragrande maggioranza di essi (182) si trova ancora nella fase pre-clinica, viene cioè testata su modelli animali e su cellule in coltura (test in vitro/provetta), mentre i restanti 82 hanno già fatto il passaggio all’uomo, essendo stati considerati idonei.

Fra questi ultimi, alcuni hanno già ottenuto l’autorizzazione all’uso di emergenza da parte delle principali autorità regolatorie occidentali, come l’Agenzia Europea per i Medicinali (EMA), la Food and Drug Administration (FDA) americana e l’Agenzia Italiana per il Farmaco (AIFA). Ce ne sono anche altri approvati in Cina, Russia e altri Paesi, che potrebbero presto arrivare anche da noi (in particolar modo lo Sputnik V del Gamaleya Research Institute di Mosca). Questi farmaci sono i pionieri della più grande campagna vaccinale nella storia dell’umanità, e naturalmente non sono tutti uguali, essendo spesso basati tu tecnologie e caratteristiche specifiche.

Al netto delle differenze, i dati più significativi sono quelli relativi all’efficacia (cioè il livello di protezione che riescono a garantire) e alla sicurezza, ovvero la tollerabilità e l’incidenza di reazioni avverse. Se teniamo presente che l’OMS aveva dichiarato di ritenere valido qualunque vaccino con una soglia di efficacia minima del 50 percento, non si può che essere entusiasti di tutti i candidati approvati in Italia, abbondantemente superiori a questo valore.

Il primo a ricevere il via libera (anche) dall’AIFA è stato il BNT162b2/Tozinameran messo a punto dal colosso farmaceutico Pfizer in stretta collaborazione con la società di biotecnologie tedesca BioNTech, con un’efficacia rilevata dagli studi clinici del 95 percento; il secondo a ottenere l’ok è stato l’mRNA-1273 o CX-024414 sviluppato da Moderna Inc., National Institute of Allergy and Infectious Diseases (NIAID) e Biomedical Advanced Research and Development Authority, con un’efficacia del 94 percento; il terzo è stato l’AZD1222/ChAdOx1 della società biofarmaceutica anglo-svedese AstraZeneca, sviluppato in collaborazione tra lo Jenner Institute dell’Università di Oxford e la società di biotecnologie italiana di Pomezia Advent-Irbm, che ha dimostrato un’efficacia dell’82 percento con la seconda dose a tre mesi dalla prima; il quarto e ultimo a essere autorizzato, al momento, è l’Ad26.COV2.S o JNJ-78436735 di Johnsons & Johnsons sviluppato da Janssen Pharmaceutica e Beth Israel Deaconess Medical Center (BIDMC), con un’efficacia del 66 percento.

Questi freddi numeri sembrano indicare che lo Pfizer, ad esempio, abbia un’efficacia estremamente superiore del Johnsons & Johnsons, ma metterli a confronto non è semplice per molteplici ragioni. Al di là delle tecnologie differenti (il primo è un vaccino a mRNA il secondo si basa un vettore virale, con differenti proprietà immunizzanti), basti pensare che il vaccino di Johnsons & Johnson è stato sperimentato durante la piena circolazione delle varianti e si basa su una singola dose. Inoltre va tenuto presente che queste percentuali si riferiscono alla sola protezione contro la COVID-19 sintomatica.

Ma esistono anche altri concetti di efficacia, ad esempio quella contro la malattia grave/ricovero in ospedale e quella dalla morte. Per quanto concerne la protezione dalla malattia grave, ad esempio, dagli studi clinici è emerso che il BNT162b2/Tozinameran di Pfizer-BioNTech ha un’efficacia del 75 percento; quello di Johnson & Johnson dell’85 percento; e il Moderna-NIAID e l’AstraZeneca arrivano addirittura al 100 percento. Questi sono i risultati degli studi clinici, ma ci sono già alcuni dati relativi al “mondo reale” e quindi legati alla campagna vaccinale in corso.

Il farmaco di Pfizer-BioNtech in Israele ha avuto un’efficacia del 92 percento contro la forma severa della COVID-19 e dell’85 percento contro i ricoveri ospedalieri in Scozia. L’AstraZeneca, che ha (ri)ottenuto il via libera dall’EMA dopo lo stop legato ad alcuni rarissimi eventi di trombosi cerebrale (con i quali non è stato dimostrato alcun nesso), ha abbattuto i ricoveri ospedalieri in Scozia del 94 percento.

Ma la caratteristica più significativa per questi quattro vaccini è quella relativa alla protezione dalla morte per COVID-19: tutti quanti, in base agli studi condotti fino ad oggi, garantiscono un’efficacia del 100 percento. Se teniamo conto che alla data odierna, venerdì 19 marzo, dall’inizio della pandemia i morti causati dal coronavirus SARS-CoV-2 sono stati ben 2,7 milioni (104mila dei quali in Italia), e che ogni settimana in Europa ancora oggi perdono la vita 20mila persone (centinaia al giorno nel nostro Paese), questi farmaci rappresentano una vera e propria ancora di salvezza, che si spera possano essere resi disponibili per tutti al più presto.

 

 

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