Quali sono realmente i rischi di una pandemia e che cosa si sa del nuovo virus.

 

Coronavirus. Cerchiamo di fare il punto al 2 febbraio 2020. Niente allarmismi, ma l’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) è sempre preoccupata quando compaiono questi nuovi virus, in particolare quelli che fanno un salto di specie dagli animali all’uomo.

Sono decenni che teme la pandemia con la P maiuscola, come la Spagnola che uccise decine di milioni di persone nel mondo alla fine della Prima Guerra mondiale, tra il 1918 e il 1920. Quindi non sorprende l’allerta rosso globale dell’OMS, ed è la quinta volta negli ultimi anni. Coronavirus emergenza globale.

Non solo il contagio si sta propagando rapidamente nel Paesi asiatici ed europei, ma un’altra notizia è destinata a creare allarme. Un uomo di 44 anni è morto il primo febbraio nelle Filippine. Si tratta di un cittadino cinese arrivato nelle Filippine il 25 gennaio e subito ricoverato. È il primo decesso fuori dalla Cina. E si sa questo aumenta le preoccupazioni internazionali: il virus ha superato i confini del focolaio iniziale. Lo scenario cambia. E gli specialisti che da anni paventano la super pandemia cominciano a cercare la soluzione. «Le condizioni dell’uomo – comunica l’OMS – sono andate progressivamente peggiorando e si sono definitivamente deteriorate nelle ultime 24 ore sino alla morte». La causa del decesso è il coronavirus.

La scienza lavora giorno e notte, i pazienti ricoverati allo Spallanzani di Roma sono in discrete condizioni in stretto isolamento, ma nei laboratori dello Spallanzani è stato anche isolato il virus. Tutto merito dei ricercatori italiani. E sembra che un’azienda specializzata sia riuscita a mettere a punto un test per la diagnosi rapida.

La Cina ringrazia perché ha visto un brusco aumento delle morti: secondo le statistiche ufficiali il numero di decessi è salito da 259 a 304 in 24 ore. I casi confermati del virus sono saliti a 14.380, secondo i media statali, con la maggior parte dei nuovi casi nell’Hubei, la provincia cinese centrale dove l’epidemia è scoppiata per la prima volta, a dicembre.

A Wuhan il paziente zero ricoverato il primo dicembre 2019 (per questo il nuovo virus è siglato 2019-nCov), a Wuhan l’ospedale in prima linea, il Jinyintan, a Wuhan il primo medico morto per prestare le cure. A Wuhan i primi pazienti dimessi dopo l’infezione: il 30 gennaio 20, 37 il 31 gennaio. Tutti ora dovranno passare due settimane in quarantena precauzionale. Guariti ma sotto osservazione. E sempre a Wuhan i primi suicidi, contagiati che non trovano posto in ospedale e che per paura di contagiare i familiari e gli amici decidono di farla finita, tanta è la psicosi in atto. Un altro ospedale da mille posti letto è stato costruito in una settimana (così si fa in Cina) e aperto ai ricoveri dal primo febbraio. Si chiama Huoshenshan ed è gestito dai medici militari.

La preoccupazione è alle stelle, il virus è stato rintracciato anche in Francia (3 persone), in Thailandia (8 persone), in Australia e Stati Uniti (5 persone infette in ognuno), in Italia (2), nelle Filippine, in Germania, in Africa.  Ma l’elenco si arricchisce in continuazione ed è inutile fare bollettini che evolvono in poche ore. Fuori dalla asetticità dei numeri, un breve spazio alle emozioni, agli eroi, ai drammi: un ricordo per Liang Wudong, ex capo del dipartimento di otorinolaringoiatria dell’ospedale di Hubei Jinyintan, il primo medico che ha perso la vita infettandosi per curare senza soste i tanti ricoverati. Da poco pensionato, era tornato a lavorare in ospedale per l’emergenza. E viene da ricordare il caso simile del medico italiano Carlo Urbani che perse la vita durante l’epidemia di SARS.

Un passo indietro, come detto l’OMS ha negli ultimi anni dichiarato per cinque volte l’emergenza sanitaria su scala mondiale: nel 2009 per il virus influenza H1N1 (cosiddetta suina), nel 2014 per polio nel 2014 per Ebola nell’africa dell’Ovest, nel 2016 per il virus Zika, e nel 2019 per Ebola nella repubblica democratica del Congo.

Intanto il primo identikit del Coronavirus causa dell’emergenza globale è stato tracciato da una prima analisi di 452 infettati:

– La trasmissione da uomo a uomo è evidente già dalla metà di dicembre del 2019.

– Età media dei soggetti affetti 59 anni (intervallo 15-89 anni), 56% maschi

– Il periodo medio d’incubazione è 5.2 giorni (da qui il calcolo di un periodo d’isolamento di 14 giorni)

– al momento l’epidemia raddoppia il numero di soggetti affetti ogni 7.4 giorni e per ogni soggetto affetto, 2.2 sono stati successivamente infettati. L’evoluzione è sotto stretta valutazione dai CDC americano ed europeo, a parte l’OMS. Responsabile di un errore di comunicazione (già fatto in passato) che per paura di creare allarmismi poi ne crea di più gravi.

Prima l’OMS annuncia rischio moderato e poche ore dopo cambia il comunicato passando dal livello moderato ad alto. “Il rischio è molto alto per la Cina e alto a livello regionale e globale”, si legge nel rapporto rilasciato il 27 gennaio.

Comunque, come riporta la rivista Nature sul suo sito, il tasso di diffusione è paragonabile a quello del virus della Sars (sindrome acuta respiratoria) nelle prime fasi dell’epidemia del 2002-2003. In particolare, secondo le ultime stime dei ricercatori dell’Imperial College di Londra, che stanno collaborando con l’OMS, ogni persona che viene contagiata da 2019-nCov può infettarne a sua volta altre 2,6 in media, con un tasso che varia tra 1,5 e 3,5. Un valore, quindi, leggermente più alto di quello pubblicato dall’OMS il 27 gennaio, che andava invece da 1,4 a 2,5. Responsabile di sintomi molto simili a quelli della Sars (polmonite, febbre, tosse, stanchezza, mal di testa), il coronavirus può diffondersi più rapidamente di quanto pensato finora. Secondo uno studio sul Lancet, infatti, potenzialmente le persone che non hanno sintomi possono ugualmente trasmette il virus. “Per questo è essenziale isolare i pazienti e rintracciare e mettere in quarantena le persone venute a contatto quanto prima – sottolineano gli autori dello studio – ed educare le persone ad una corretta igiene personale, all’igiene del cibo e allertare gli operatori sanitari all’adozione di regole per controllare l’infezione ed evitare eventi di sovra-diffusione del virus”.

Sfatiamo anche le prime voci che coinvolgevano il pesce. Finora si pensava che il primo caso di infezione da coronavirus fosse stato nel mercato ittico di Wuhan. Eppure, uno studio appena pubblicato sul Lancet ha dimostrato che il primo caso di infezione risale al primo dicembre e che la persona infettata non si sarebbe recata in quel mercato. Secondo le analisi, inoltre, dei primi 41 casi, 27 erano stati al mercato ittico di Wuhan a partire dal 10 dicembre, mentre altri 13 non hanno avuto alcun collegamento con il mercato. L’ipotesi più accreditata, quindi, è che il virus possa essere stato portato nel mercato ittico di Wuhan da una persona già infetta. L’OMS ha pubblicato in questi giorni una sorta di decalogo per ridurre il rischio che vale la pena riportare:

* Lavarsi di frequente le mani con le soluzioni igienizzanti a base di alcol o con acqua e sapone

* Coprirsi il naso e la bocca con un fazzolettino quando si tossisce o si stranutisce, gettare il fazzolettino e lavarsi le mani

* Evitare contatti ravvicinati con persone che presentino febbre e tosse

* Rivolgersi tempestivamente al medico in caso di febbre e tosse, facendogli anche presente se di recente si sono compiuti viaggi all’estero

* Evitare di consumare alimenti di origine animale crudi o solo parzialmente cotti. Maneggiare i cibi crudi di origine animale in modo da evitare che possano contaminare altri alimenti crudi (verdure, frutta)

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Foto crediti: Envato Elelents (ove non diversamente specificato)

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