Intervista a Enzo Bonora Professore Ordinario di Endocrinologia dell’Università di Verona.


Si parla spesso di medicina personalizzata, un aspetto che nel caso del diabete, viste anche le sue complicanze, diventa quasi un imperativo dal quale non poter prescindere. Ma in che modo questo approccio personalizzato può essere davvero messo al servizio del paziente?

Non bisogna mai dimenticare che i pazienti non sono tutti uguali. E questo non è solo un modo dire. Ogni persona ha una storia clinica a sé e, quindi, è corretto che ognuno abbia un percorso terapeutico personalizzato. Non basta dire “diabete” per identificare un paziente. C’è chi ha il diabete a 50 anni e chi a 70, chi ha il diabete e conduce uno stile di vita attivo anche dal punto di vista lavorativo e chi invece fa una vita più tranquilla, chi ha avuto una diagnosi precoce e chi, invece, una diagnosi tardiva, ecc. Gli obiettivi della cura del diabete sono diversi e sono legati anche agli obiettivi di vita che noi riusciamo a costruire per ogni singolo paziente. E, quindi, le strategie terapeutiche sono completamente diverse.

 

 

Come è cambiato il diabete nel tempo?

Le cose sono cambiate nel tempo. Ci sono pazienti con diabete di tipo 2 più giovani rispetto a quelli che potevo incontrare 40 anni fa all’inizio della mia carriera. Perché stanno cambiando in modo sempre più pressante le abitudini di vita, le circostanze nelle quali viviamo e lavoriamo. E questa è una tendenza che credo sia inesorabile anche perché non si sta facendo nulla per contrastare la malattia nel momento della sua insorgenza.

Ci stiamo accorgendo ora che c’è un’epidemia di diabete ma non facciamo niente per evitare che questa epidemia aumenti sempre di più, per contrastare tutte le condizioni favorenti. E così il numero delle persone con diabete continuerà ad aumentare. Il nostro sforzo in questo momento, anche dal punto di vista terapeutico, è giustamente sulla prevenzione delle complicanze ma dovremmo impegnarci anche a rimuovere le condizioni che favoriscono l’insorgenza della malattia: città più vivibili più “a misura di attività fisica”, condizioni di lavoro meno sedentarie, maggiore attenzione all’alimentazione ecc.

L’informazione e l’educazione della popolazione, sia quella sana che quella che già si misura con il problema diabete resta, quindi, la strada maestra da percorrere se vogliamo davvero combattere la malattia. In questo senso ritengo che la campagna social ‘#spingersioltre’ promossa da MSD Italia sia un valido esempio di come si possano virtuosamente usare questi nuovi mezzi di comunicazione. Una campagna educazionale, con solide basi scientifiche ma un linguaggio ‘a misura’ di social, è uno strumento utile per il paziente ma anche per il diabetologo perché è da supporto al lavoro educazionale che ogni giorno facciamo. Inoltre, stimola il paziente ma anche il caregiver a scoprire nuove tematiche e ad informarsi dal proprio medico di fiducia, a porre quesiti al diabetologo in un processo attivo nel percorso di cura. Un paziente informato è un paziente consapevole, il primo alleato nella lotta alla malattia.

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