Presentate al 54° Congresso della Società Italiana di Neurologia le novità su diagnosi e trattamento per queste patologie: mente per l’Alzheimer non esiste ancora una cura definitiva, passi avanti si sono fatti nella diagnosi precoce e per il Parkinson con terapie biologiche mirate.

 

 

 

“Le terapie farmacologiche consolidate per la malattia di Alzheimer (inibitori della colinesterasi e memantina) non modificano il decorso della malattia e forniscono solo un modesto beneficio clinico”, afferma Annachiara Cagnin, Professoressa Associata di Neurologia Università di Padova.

“Tuttavia, negli ultimi due decenni la ricerca ha permesso di arrivare alla diagnosi biologica con la neuropatologia in vitro, attraverso tecniche di imaging e con l’analisi del liquor: sappiamo così che i depositi di di proteina iniziano 15-20 anni prima dell’esordio della malattia”.

“Sempre grazie alla ricerca, nella diagnosi è in arrivo una piccola rivoluzione, perché da un prelievo di sangue potremo avere le stesse informazioni ottenibili dal liquor, grazie a marcatori plasmatici che ora stiamo provando sul campo”.

“Il futuro è la terapia biologica e sono in corso molti trial clinici in USA, UK e Giappone con anticorpi monoclonali”.

Le misure dei biomarcatori di amiloide, tau e neurodegenerazione sono state parte integrante degli studi clinici sulla malattia di Alzheimer per i farmaci biologici, per la selezione dei pazienti e il monitoraggio dell’efficacia.

Ad oggi, due anticorpi monoclonali che hanno come bersaglio la proteina beta-amiloide (donanemab e lecanemab) sono stati approvati negli Stati Uniti, in UK, e sono in fase di valutazione da parte di altri Paesi.

Gli studi clinici hanno dimostrato che gli anticorpi monoclonali sono efficaci nel rimuovere l’amiloide dal cervello nelle persone con malattia di Alzheimer precoce.

I benefici cognitivi e funzionali sono statisticamente significativi, ma non raggiungono la differenza minima clinicamente importante. Anomalie di imaging correlate all’amiloide di edema vasogenico e microemorragie si verificano più frequentemente durante il trattamento; Sebbene questi siano solitamente asintomatici o transitori, in alcune persone sono gravi o fatali.

È improbabile che il targeting dell’amiloide come strategia unimodale sia sufficiente e le terapie future potrebbero dover essere multimodali, mirando a target che coinvolgono diversi meccanismi patogenetici.

Il peso della demenza è maggiore nella popolazione anziana dove domina la comorbilità e l’eziologia mista; si attenua la relazione tra biomarcatori, fenotipo clinico e patologia e la fragilità e la comorbilità influiscono sulla cognitività.

Ciò crea sfide nell’identificazione di terapie efficaci per le fasce d’età in cui la demenza è più diffusa.

Per quanto riguarda il Parknson, Fabrizio Stocchi, Professore Ordinario Università San Raffaele di Roma, fa notare che dal 1995 al 2015 i casi sono raddoppiati.

Ed entro il 2040, dagli attuali 6 milioni di persone colpite, si arriverà a un totale di 12. “In un paziente su quattro l’esordio avviene prima dei 50 anni”.

“La malattia è causata dall’aggregarsi della proteina α-sinucleina, il killer della sostanza nera del cervello: si comporta come un prione, cioè come un agente infettante che non è né virale né batterico e che porta le cellule a morte”.

“Gli sforzi della ricerca sono volti a bloccare questo agente patogeno, che diventa pericoloso quando avviene la sua aggregazione”.

“Sono in corso due trial clinici su farmaci anti aggreganti e che daranno risultati nel 2025; c’è anche uno studio di fase I con anticorpi monoclonali che potrebbe portare a una svolta epocale”.

La malattia di Parkinson è la malattia neurologica in più rapida crescita a livello globale e pone notevoli sfide gestionali a causa della disabilità progressiva, dell’insorgenza di sintomi resistenti alla levodopa e delle complicanze correlate al trattamento.

“Identifichiamo due principali priorità di ricerca per i prossimi anni: in primo luogo, rallentare la progressione della malattia attraverso l’integrazione di biomarcatori sensibili e terapie biologiche mirate, e in secondo luogo, migliorare i trattamenti sintomatici esistenti, che comprendono terapie chirurgiche e infusionali, con l’obiettivo di posticipare le complicanze e migliorare la gestione a lungo termine del paziente”.

Il percorso verso la modificazione della malattia è ostacolato dalla fisiopatologia multiforme e dai diversi meccanismi alla base della malattia di Parkinson.

Gli studi in corso sono diretti all’aggregazione della α-sinucleina, integrati da sforzi per affrontare percorsi specifici associati alle forme genetiche meno comuni della malattia.

Il successo di questi sforzi si basa sulla definizione di solidi endpoint, sull’integrazione della tecnologia e sull’identificazione di biomarcatori affidabili per la diagnosi precoce e il monitoraggio continuo della progressione della malattia.

Nel contesto del trattamento dei sintomi, l’attenzione dovrebbe spostarsi verso il perfezionamento degli approcci esistenti e la promozione dello sviluppo di nuove strategie terapeutiche che mirino ai sintomi resistenti alla levodopa e alle manifestazioni cliniche che compromettono sostanzialmente la qualità della vita.

In questo contesto, occorre ricordare i progressi nell’utilizzo della Stimolazione Cerebrale Profonda e dell’utilizzazione della neuroablazione del VIM (nucleo Ventrale Intermedio Mediale del talamo) mediante ultrasuoni focalizzati sotto guida della Risonanza Magnetica (MR-guided Focused Ultra-Sound o MRgFUS), tecniche ormai presenti su tutto il territorio nazionale a conferma della loro efficacia.