Gli esperti rispondono alle domande più frequenti e importanti su questo disturbo: chi colpisce, perché, quali fattori di rischio e perché le donne sono più soggette.

 

 

Se siete abbastanza “vecchi” da ricordarvi del disastro del Challenger, la navicella spaziale della Nasa che esplose subito dopo il decollo nel 1986, allora probabilmente nella vostra vita avrete già sofferto – o soffrite tuttora – di insonnia.

Cosa c’entra l’insonnia con la tragedia che costò la vita a sette astronauti, direte. Il nesso c’è ed è strettissimo. La commissione che indagò sull’incidente stabilì infatti che il cedimento strutturale che portò poi allo scoppio del razzo vettore avvenne anche per errore umano, e alla base di questo c’era la mancanza di sonno.

I turni sfiancanti di tredici ore a cui erano sottoposti i tecnici e gli addetti alla missione furono micidiali e come conseguenza la guarnizione difettosa all’origine del guasto non avrebbe dovuto essere lì quel giorno. Se il personale non fosse stato sottoposto a una tale decurtazione del sonno, forse la sciagura si sarebbe potuta evitare.

“In una lunga serie di eventi catastrofici è stato documentato il ruolo come fattore contributore che la privazione di sonno ha avuto nel determinare gli errori umani alla base delle catastrofi stesse” afferma Luigi De Gennaro, Professore Ordinario di Psicobiologia e Psicologia Fisiologica e di Psicofisiologia
del sonno normale e patologico, Sapienza Università di Roma.

“I costi economici diretti e indiretti sono stati stimati tra 1.56 e 2.28% del PIL per gli USA, 1.86-2.92% per il Giappone, 1.36-1.86% per UK, 1.02-1.56% per la Germania e 0.85-1.56% per il Canada”.

L’insonnia non è alla base solo di infortuni sul lavoro e incidenti automobilistici, ma è un fattore di rischio per moltissime patologie, come l’obesità e la depressione ad esempio.

Ma di questa malattia se ne sa ancora molto poco. Vediamo di fare il punto con l’aiuto degli esperti. Innanzitutto definiamola, partendo dai testi accademici per la diagnostica.

 

Definizione: che cos’è l’insonnia

Nel’International Classification of Sleep disorders (ICSD-3) e nel Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (DSM-V) l’insonnia è classificata come un’insoddisfazione continua di almeno 3 mesi (per almeno 3 notti a settimana) nella qualità o nella quantità di sonno senza la presenza di fattori noti che lo ostacolino.

Può assumere inoltre diverse forme: difficoltà ad addormentarsi; problemi a mantenere il sonno; risveglio precoce o una combinazione di questi fattori.

Se pensate che siete i soli ad avere gli occhi sbarrati nel pieno della notte vi sbagliate: si stima che una persona su 10 soffra di insonnia; quindi 790 milioni in tutto il mondo.

In Italia, secondo i dati dell’Associazione Italiana per la Medicina del Sonno, circa un adulto su quattro soffre di insonnia cronica o transitoria.

 

L’insonnia non è una sola

Ne esistono inoltre tre tipologie: può essere episodica, quando i sintomi dell’insonnia sono presenti da almeno 1 mese, ma da meno di 3; persistente, con sintomi che durano 3 mesi o più; oppure ricorrente, quando la persona ha sperimentato almeno 2 episodi di insonnia persistente (3 mesi o più) nel corso di un anno.

“L’insonnia, sia a breve termine che cronica, è sicuramente una condizione comune. Il disturbo è caratterizzato da una predominante insoddisfazione del soggetto riguardo alla quantità o alla qualità del sonno, associata a difficoltà a prendere sonno, e/o frequenti risvegli nella notte, e/o risveglio precoce al mattino, senza riuscire più a riaddormentarsi” spiega Luigi Ferini-Strambi, Professore Ordinario di Neurologia Università Vita-Salute di Milano, Direttore Centro di Medicina del Sonno IRCCS Ospedale San Raffaele di Milano.

Che prosegue: “La difficoltà a prendere sonno è sicuramente la situazione più frequente (circa il 44% dei casi) secondo un recente studio internazionale sulla prevalenza dell’insonnia nella popolazione generale. Ma è importante ricordare che oltre ad almeno uno di questi aspetti, per fare diagnosi di disturbo da insonnia occorre anche la presenza di ripercussioni negative durante il giorno sia a livello sociale, che lavorativo-scolastico. Questo dato è fondamentale anche per non definire in maniera errata come insonne un soggetto breve dormitore: infatti il breve dormitore pur avendo un ridotto tempo di sonno, presenta un buon funzionamento diurno”.

 

Esistono fattori di rischio per l’insonnia?

Sono numerosi i fattori ambientali che possono interferire con i processi del sonno e quindi favorire lo sviluppo dell’insonnia:

  • alcuni tipi di farmaci, ad esempio steroidi, diuretici e alcuni antidepressivi;
  • eventi di vita importanti, come un trasferimento o un lutto;
  • uso eccessivo di stimolanti come alcol, caffeina o nicotina;
  • stress lavorativo o di tipo economico;
  • depressione e ansia;
  • jetlag o lavoro a turni;
  • ambiente di sonno inadeguato: eccessi di luce e rumore, letto scomodo;
  • altri problemi medici come malattie cardiache, dolori o gambe senza riposo.

 

 

Perché le donne sono più colpite?

“Le donne hanno una probabilità 1,25 volte maggiore rispetto agli uomini di soffrire di insonnia. Questo dato può essere in rapporto anche a due patologie più frequenti nel sesso femminile e spesso causa di sintomi di insonnia: i disturbi d’ansia e la depressione” dice Ferini-Strambi.

“Inoltre, un recente studio norvegese condotto in 1.000 soggetti adulti ha evidenziato che l’uso di apparecchi elettronici e la lettura a letto, condizioni che possono impedire un facile addormentamento, sono più frequenti nelle donne”.

“Per quanto riguarda il mantenimento del sonno, è soprattutto in età menopausale che si osserva un aumento dei risvegli intrasonno, legati alle vampate di calore o alla sudorazione notturna (40-80% delle donne in menopausa), con un miglioramento significativo in corso di terapia ormonale. Anche le sindromi dolorose, più frequenti nel sesso femminile, possono essere causa di un sonno frammentato. Infine, il risveglio precoce mattutino può essere la spia di una depressione: il dato interessante è che il soggetto comincia a risvegliarsi sempre più presto al mattino, senza riuscire a riaddormentarsi, e dopo 10-15 giorni si osservano i primi sintomi depressivi”.

“Una relazione significativa tra cattiva qualità del sonno notturno e volume della sostanza grigia paraippocampale destra sarebbe specifica del sesso femminile” afferma Rosalia Silvestri, Responsabile del Centro di Medicina del Sonno UOSD Neurofisiopatologia e Disordini del Movimento, AOU Messina, Professore Associato in Neurologia,
Dipartimento di Neuroscienze e Neurochirurgia, Università di Messina.

“La donna esprime un rischio maggiore di insonnia in relazione alle varie epoche del suo ciclo riproduttivo, a partire dall’insonnia legata alla disforia premestruale ed all’ovulazione, più evidente nella sindrome dell’ovaio policistico. In gravidanza l’insonnia prevale con l’avanzare della gestazione fino al 52% nelle ultime settimane e correla con la depressione gestazionale preesistente o de novo come specifico fattore di rischio per la depressione post-partum” aggiunge Silvestri.

“In menopausa, appare in gran parte legata alla modificazione del quadro ormonale che interferisce anche con alterazioni del ritmo circadiano come dell’umore, ed è suscettibile al trattamento ormonale sostitutivo come alla melatonina”.

L’insonnia iniziale ed intermedia caratterizza un disturbo del movimento sonno-relato, la sindrome delle gambe senza riposo (RLS), anche questo appannaggio preferito del sesso femminile. Le motivazioni di questa disuguaglianza tra i due sessi ed incremento in specifiche epoche del ciclo riproduttivo sarebbero verosimilmente il risultato di repentini cambiamenti a carico degli ormoni sessuali femminili che influenzano la neurotrasmissione e la plasticità cerebrale.

Oltre al genere femminile, l’insonnia ha una maggiore prevalenza nella popolazione anziana, negli individui con uno status socio-economico basso e in quelli con cattiva salute o bassa qualità della vita.

 

 

La patogenesi dell’insonnia

Nel 1987 Art Spielman del City College di New York propone il modello a tre fattori o modello delle tre P (“predisposing”, “precipitating”, “perpetuating”) per spiegare la patogenesi dell’insonnia. L’insonnia acuta è dovuta sia a tratti personologici (fattori predisponenti), sia ad eventi stressanti (fattori precipitanti); l’insonnia cronica è mantenuta dall’intervento di strategie di coping maladattive (fattori perpetuanti). Quindi, un individuo può essere predisposto all’insonnia per le proprie specifiche caratteristiche di tratto, ma poi ci sono fattori predisponenti di diverso tipo che possono essere:

 

  • biologici, come una iperattivazione causata ad esempio da alti livelli di cortisolo;
  • psicologici, caratterizzati dalla tendenza alla rimuginazione e alla preoccupazione;
  • sociali, come per esempio il dover accudire a figli piccoli, o avere impegni sociali stressanti.

Fattori precipitanti sono eventi specifici (lutto, divorzio, problemi lavorativi o di salute). Fattori perpetuanti sono comportamenti disadattivi (sonnellini diurni o passare troppo tempo a letto) o convinzioni, aspettative e attribuzioni disfunzionali sul sonno (“se non dormo almeno 8 ore domani non riuscirò a combinare nulla”).

 

 

Trattamento

A seconda della causa dell’insonnia e del suo grado di gravità sono disponibili diversi approcci terapeutici.

Le opzioni principali sono:

  • tecniche di “igiene del sonno” ovvero una serie di regole e comportamenti che è bene seguire e adottare per favorire un riposo notturno di qualità;
  • terapia cognitivo-comportamentale;
  • brevi cicli di somministrazione di sonniferi o melatonina.

Le terapie ad azione ipnoinducente attualmente disponibili possono aumentare la sonnolenza nella giornata e compromettere le funzionalità della persona. Questi effetti indicano che le attuali terapie hanno limitate capacità di trattare in modo ottimale le persone affette da insonnia, soprattutto i pazienti anziani.

I farmaci specificamente mirati all’eccessiva attivazione dello stato di veglia migliorano i parametri del sonno senza alcuni degli effetti collaterali associati alle terapie comunemente prescritte per l’insonnia.