Gli esperti spiegano alcuni concetti chiave del disturbo: le tipologie genetiche, la relazione luce-melatonina, le orexine e i nuovi trattamenti farmacologici che sembrano essere promettenti.

 

 

Nel precedente articolo abbiamo dato alcune importanti informazioni su questa patologia, che può essere una condizione angosciante in grado di incidere in modo rilevante sulla qualità di vita del paziente compromettendo lavoro, studio, vita sociale e di relazione.

Le persone che soffrono di insonnia infatti evidenziano:

  • una probabilità tre volte maggiore di sentirsi giù di morale o depresse, rispetto alle persone con un ritmo di sonno normale;
  • probabilità due volte maggiori di sperimentare scarsi livelli di energia e bassa motivazione per dedicarsi all’esercizio fisico o per partecipare ad attività sociali;
  • maggiori probabilità di sentirsi irritabili e incompresi, con possibili ripercussioni sulle relazioni nella vita privata e lavorativa;
  • probabilità tre volte maggiori di scarsa concentrazione durante il giorno rispetto a chi dorme bene.

Vediamo ora di approfondire ulteriormente altri aspetti fondamentali di questa condizione, partendo dalle cause

 

Le cause fisiopatologiche

Il salutare alternarsi di stati di veglia e sonno è regolato da sistemi distinti di segnalazione nel cervello.

Si ritiene che la principale causa fisiopatologica dell’insonnia sia legata all’iperattivazione del sistema di segnalazione della veglia nel cervello, nota anche come “reazione di attacco o fuga” che interferisce con il naturale “spegnimento” necessario per dormire. Quando una persona si accinge a dormire si determina una vera e propria “gara” tra i centri della veglia, che tendono a mantenerla sveglia, e i centri del sonno, che stimolano l’addormentamento.

L’insonnia si instaura quando la persona non riesce a “spegnere” i centri della veglia e ad abbandonarsi a quelli del sonno. In particolare, nei pazienti affetti da insonnia è stata osservata una ridotta disattivazione delle regioni cerebrali coinvolte nel controllo esecutivo, nell’attenzione e nella consapevolezza di sé.

 

Perché si dorme di meno: il social jet lag

A questo risponde Luigi De Gennaro, Professore Ordinario di Psicobiologia e Psicologia Fisiologica e di Psicofisiologia del sonno normale e patologico, Sapienza Università di Roma.

“Le modificazioni avvenute dopo la rivoluzione industriale e l’introduzione dell’illuminazione artificiale si stima possano aver ridotto di circa 2 ore il tempo medio dedicato al sonno”.

“Alcuni fenomeni indiretti suggeriscono comunque l’esistenza di una cronica deprivazione di sonno: il cosiddetto social jet lag, che consiste nella stabile differenza del tempo (e momento) di sonno tra i giorni feriali e quelli festivi, l’uso sistematico di supporti esterni (ad es. sveglia) per determinare la fine del nostro sonno”.

 

Luce e melatonina

“Uno dei grandi nemici del sonno è la luce, che ormai domina nella nostra vita anche oltre il tramonto del sole. La prolungata esposizione alle sorgenti luminose (TV, pc, tablet, smartphone, luce domestica artificiale) nelle ore serali e notturne interferisce con uno dei meccanismi naturali del nostro organismo: il ritmo sonno-veglia. In questa regolazione cronobiologica un ruolo chiave viene giocato dalla melatonina, ormone prodotto dalla ghiandola pineale (epifisi)” dice Liborio Parrino, Direttore Scuola di Specializzazione in Neurologia e Direttore del Centro di Medicina del Sonno, Università di Parma e Direttore della Struttura Complessa di Neurologia, Azienda Ospedaliero-Universitaria di Parma.

“La luce avvia una cascata di eventi biochimici cellulari che coinvolgono occhi, cervello e infine la ghiandola pineale. Quando alla sera la luce del sole comincia ad attenuarsi, i fotorecettori oculari comunicano alla ghiandola pineale che è arrivata l’ora di secernere melatonina. Si avvia allora una fase di graduale salita della concentrazione di melatonina circolante, che raggiunge valori massimi nel cuore della notte per poi cominciare a scendere gradualmente fino ad azzerarsi in coincidenza con il risveglio”.

“Mentre sale la melatonina scende la temperatura corporea che tocca valori minimi quando la melatonina è ai livelli più alti. In pratica, la melatonina partecipa alla regolazione del ritmo sonno-veglia raffreddando il corpo. Più siamo freddi, più dormiamo profondamente in una sorta di letargo in miniatura che non dura tutto l’inverno ma che si consuma nell’arco di una notte”.

“Se alla sera non proteggiamo i nostri occhi da sorgenti luminose naturali o artificiali, la concentrazione di melatonina sale in maniera ridotta e incompleta impedendo alla temperatura interna di scendere adeguatamente. E se anche assumiamo melatonina per via orale (come farmaco o come integratore), la mancata schermatura oculare attenua l’azione raffreddante dell’ormone. Integrazione che potrebbe avere rilevanza clinica dopo i 50 anni quando la produzione di melatonina endogena comincia ad abbassarsi in maniera naturale come processo legato all’invecchiamento.

 

 

Genetica del sonno: cronotipo e ipnotipo

Ci sono persone (ipnotipo) a cui bastano 4-5 ore di sonno per sentirsi riposati e vigili durante la giornata (brevi dormitori). Ci sono persone che invece necessitano di 9-10 ore di sonno per sentirsi bene e poter svolgere le attività quotidiane in maniera adeguata (lunghi dormitori). Essere brevi o lunghi dormitori è un fatto genetico. Come genetica è la marcata similitudine del profilo del sonno nei gemelli monovulari rispetto ai gemelli dizigoti.

Cronotipo: la genetica è coinvolta anche nella distinzione tra allodole (mattutino) e gufi (serotino). Allodole si nasce (sono il 10% della popolazione) e non si diventa (il 60% della popolazione viene definito normale, ovvero ha un’alternanza sonno-veglia 23-7, mentre i gufi rappresentano il restante 30%).

Le allodole sono persone molto attive e performanti al mattino, mentre tendono a spegnersi progressivamente nella seconda parte della giornata. Al contrario i gufi fanno fatica a carburare nelle prime ore del mattino, diventando più lucidi e dinamici man mano che passano le ore.

 

Le Orexine

Le orexine sono neuropeptidi, prodotti nell’ipotalamo da appena 10.000-20.000 cellule nervose.

Si ipotizza che un ruolo primario delle orexine sia quello di controllare il sonno e che i neuroni che rilasciano le orexine siano più attivi durante il giorno.

Per tenerci svegli, questi neuropeptidi stimolano altri neuroni a rilasciare neurotrasmettitori che promuovono la vigilanza come la dopamina, la serotonina e la noradrenalina.

Se le orexine scarseggiano, il cervello ha difficoltà a rimanere sveglio e vigile. Le persone con diagnosi di narcolessia di tipo 1 hanno una riduzione dall’85 al 95% del numero di neuroni che producono orexine. Questa perdita di neuroni produttori di orexina porta ai sintomi della narcolessia, tra cui eccessiva sonnolenza diurna, paralisi del sonno, allucinazioni e cataplessia.

“Nel 2000 si cominciò a studiare le orexine e a capire come questa sostanza teneva “sveglio” il cervello. Si iniziò a pensare a qualcosa che potesse inibire le orexine. Si apriva una nuova frontiera per la cura dell’insonnia”.

“Da allora è partita una lunga e faticosa ricerca per offrire ai pazienti insonni una possibile soluzione. Diverse sono state le molecole individuate negli anni, ma in un modo o nell’altro erano poco efficaci o poco sicure. Bisognava trovare il giusto attacco sul recettore dell’orexina e andarlo ad inibire con un giusto equilibrio tra sonno e veglia, altrimenti si rischiava di riprodurre una condizione di narcolessia indotta”.

 

 

Nuove prospettive di trattamento farmacologico dell’insonnia

“Finalmente arriva una proposta interessante, un antiorexinergico i cui dati preliminari di un ampio studio sembrerebbero dimostrare la sua efficacia senza essere gravato da particolari effetti collaterali. Sappiamo però che questa molecola ha la capacità di “spegnere” l’interruttore”.

“Il nuovo farmaco agisce su quei 10.000-20.000 neuroni orexinergici cercando di bloccare l’attivazione dell’orexina, e siccome essa influenza a cascata molti altri meccanismi d’azione, questi ultimi non ricevendo più stimoli, non si eccitano”.

“Il nuovo antiorexinergico agisce spegnendo alla sorgente la veglia, togliendo l’eccitazione alla sua sorgente e quindi permettendo al cervello di essere più calmo. La ricerca prosegue. Ora dovremo capire quali pazienti potrebbero beneficiare dai vecchi farmaci e quali dal farmaco innovativo o, magari, dalle combinazioni tra le due categorie farmacologiche”.