Chiarito il ruolo di componenti diverse del sistema immunitario, quali anticorpi e cellule T, contro il virus del Covid-19.
Un nuovo studio pubblicato su Nature sembra aver dato risposta ad alcuni interrogativi sullo sviluppo e sul mantenimento dell’immunità dopo la vaccinazione e, più in generale, in seguito all’infezione. L’indagine, condotta da un team di ricercatori guidato da Dan Barouch del Center for Virology and Vaccine Research BIDMC della Harvard Medical School di Boston, ha infatti chiarito la diversa importanza di anticorpi e cellule T nella protezione, analizzando il loro compito specifico nel macaco Rhesus, il primate cui dobbiamo tantissimo nella ricerca medico-scientifica, compresa quella destinata a farmaci e a vaccini contro Covid-19.
Con i tanti candidati vaccini in fase di sperimentazione (ad oggi sono oltre 50 le formulazioni per cui è stato avviato un trial clinico e almeno altre 160 sono oggetto di valutazione in modelli animali), una grande quantità di studi sta fornendo informazioni circa la protezione dall’infezione e dalle forme gravi di Covid-19. Ad oggi, sono tre i vaccini (Pfizer/BionTech, Moderna e Astrazeneca/Oxford) per cui le rispettive società farmaceutiche hanno pubblicato i dati delle analisi ad interim che mostrano alti tassi di protezione negli studi di fase 3 sull’uomo.
Poi ci sono il vaccino russo e i due cinesi già in somministrazione sull’uomo di cui si sa ben sui dati di sicurezza ed efficacia. O meglio si sa quanto riportato dagli sperimentatori russi e cinesi e ben presto si avranno dati sul campo, visto che in Russia è partita la vaccinazione di massa e che i vaccini cinesi sono già stati somministrati in fase di sperimentazione a tre milioni di cinesi.
Comunque, finora nessuna ricerca aveva ancora determinato il preciso ruolo dell’immunità umorale, ovvero quella mediata da molecole circolanti come gli anticorpi, e dell’immunità cellulare, ossia quella mediata dai linfociti, in particolare dalle cellule T, nella protezione contro l’infezione da Sars-Cov-2. Ed è quanto ha fatto lo studio di Harvard.
A partire dai risultati dei precedenti studi, secondo cui l’infezione da Sars-Cov-2 protegge le scimmie Rhesus dalla riesposizione al patogeno, Barouch e colleghi hanno purificato gli anticorpi neutralizzanti prodotti dagli animali che avevano superato l’infezione, somministrandoli a varie concentrazioni a dodici macachi non infettati.
Questa prima sperimentazione ha permesso di comprendere che la protezione da Sars-Cov-2 mediata dagli anticorpi è dose-dipendente. Gli animali che avevano ricevuto quantità maggiori di anticorpi risultavano infatti protetti in modo più completo rispetto ai macachi che avevano ricevuto una minore quantità di anticorpi. Allo stesso modo, quando i ricercatori hanno somministrato le diverse concentrazioni di anticorpi purificati a sei macachi con infezione attiva, quelli che avevano ricevuto le dosi più elevate avevano dimostrato un controllo virale più rapido.
In una seconda serie di esperimenti, il team di Barouch ha valutato il ruolo di specifiche cellule immunitarie (i linfociti T CD8+) nel contribuire alla protezione contro il virus, eliminando queste cellule dal sangue degli animali che si erano ripresi dall’infezione da Sars-CoV-2. La rimozione di queste cellule immunitarie ha reso gli animali vulnerabili all’infezione dopo la riesposizione a SARS-CoV-2.
Risultati che, nel complesso, hanno dunque indicato che “gli anticorpi, da soli, possono proteggere, anche a livelli relativamente bassi, ma sono anche necessari i linfociti T se i livelli di anticorpi sono insufficienti – ha spiegato Barouch -. Tali correlati di protezione sono quindi importanti visti i recenti risultati positivi mostrati dagli studi sull’uomo e la probabilità che questi e altri vaccini diventino ampiamente disponibili in primavera. Di conseguenza – ha concluso – i futuri vaccini potrebbero dover essere autorizzati sulla base di correlati immunitari piuttosto che risultati clinici di efficacia”.
