Svezia, Brasile, Africa, Russi e Cina: come stanno affrontando la malattia?

 

Mentre l’Europa si organizza per riaprire i confini dei Paesi dell’area Schengen, l’America sta entrando nel vivo della pandemia. È diventato il continente più colpito dal coronavirus. Gli Stati Uniti attualmente sono il Paese con più contagi al mondo, con più di 1,5 milioni di casi positivi e quasi 90 mila morti. La crisi, inoltre, ha dato vita a 38,6 milioni di nuovi disoccupati. Solo la scorsa settimana sono stati oltre 2,4 milioni le persone che hanno fatto domanda per l’indennità di disoccupazione negli Stati Uniti, dopo l’ultima ondata di licenziamenti a causa dell’epidemia da coronavirus che appena due mesi fa ha cominciato a portare l’economia statunitense in una profonda recessione.

 

E nel resto dell’America Latina e dei Caraibi?

I contagi da Covid-19 sono arrivati a 504.000. L’epicentro dell’America Latina è in Brasile, dove venerdì scorso si è dimesso il ministro della Salute che era in carica da appena un mese. Secondo i dati ufficiali, il Paese conta oggi più di 16.000 morti e 240.000 casi confermati, domenica scorsa 14 mila in un giorno. Il ministro Teich si è dimesso perchè aveva consigliato l’isolamento sociale applicato nella maggior parte dei Paesi del mondo. Ma il presidente Bolsonaro non è d’accordo e continua a sostenere che l’economia del Paese è più importante dei decessi per coronavirus. Il Perù conta più di 90.000 contagi e 2.600 morti, mentre il Cile ha raggiunto un nuovo record di morti giornaliere, con 29 vittime nelle ultime 24 ore. Domenica il Cile ha confermato 29 nuovi decessi. Finora è il numero più alto di morti per il quarto giorno consecutivo. In totale il Paese andino ha registrato 43.781 contagi e 450 morti. Intanto Santiago, la capitale, sta vivendo il suo secondo giorno di quarantena obbligatoria.

Il Messico, con 5.117 morti e 49.219 casi, ha iniziato una fase 2 dopo il lockdown dal 18 maggio.

 

Il quadro generale che cosa ci dice?

Centoseimila contagi di coronavirus in un giorno nel mondo il 20 maggio. Dice il direttore generale dell’Organizzazione mondiale della salute (OMS), Tedros Adhanom Ghebreyesus, che precisa: “Nelle ultime 24 ore sono stati riportati all’OMS 106.000 nuovi casi di coronavirus, il numero più alto in un giorno da quando è iniziata la pandemia. Quasi due terzi di questi sono stati registrati in solo quattro Paesi». E ribadisce che “la strada è ancora lunga”. I quattro Paesi sono Stati Uniti, Spagna, Russia, Brasile. Seguono Regno Unito e Italia.

 

In Brasile niente lockdown e boom di morti?

Il numero di morti per coronavirus in Brasile è cresciuto del 120% in due settimane, con un forte aumento dei casi soprattutto nello Stato di Rio de Janeiro e nelle province della regione amazzonica. A Rio il numero dei decessi per Covid-19 è passato da 1.205 registrati il 6 maggio a 3.237 di ieri, con un aumento del 270%, secondo un rapporto del portale di notizie Uol. San Paolo e Rio, entrambi nella regione sud-orientale, restano gli Stati più colpiti dalla malattia.

 

E la Svezia, con lockdown soft, registra il tasso di mortalità più alto del mondo. Che sta accadendo?

Attualmente è il paese con il più alto tasso di mortalità pro capite per coronavirus nel mondo: ha superato la Gran Bretagna, l’Italia e il Belgio. Lo riferisce il Daily Telegraph online citando i dati raccolti dal sito web Our World in Data, secondo cui la Svezia ha avuto 6,08 decessi per milione di abitanti al giorno su una media mobile di sette giorni tra il 13 maggio e il 20 maggio. Questo, secondo la stessa fonte, è il più alto del mondo, al di sopra del Regno Unito, del Belgio e degli Stati Uniti, che hanno rispettivamente 5,57, 4,28 e 4,11. Intanto Standard Ethics (Agenzia internazionale di valutazione etica) boccia l’approccio sanitario della Svezia al coronavirus, declassando il rating a “EEE-“ dal precedente “EEE”, il voto massimo. Durante la prima fase della pandemia da Covid-19, “la politica sanitaria svedese non è stata conforme a quanto consigliato dall’OMS”, sottolinea l’agenzia di valutazione etica. È opinione degli analisti di Standard Ethics che ciò abbia prodotto rischi aggiuntivi alla popolazione svedese ed europea. La maggior parte delle aziende, dei ristoranti, dei bar e delle scuole è rimasta aperta, anche se alla fine di marzo sono stati proibiti incontri di oltre 50 persone. L’obiettivo per le autorità svedesi è quello di arrivare all’immunità di gregge. Ma questo obiettivo al momento sembra non funzionare e sta uccidendo. Non sembra scelta molto etica

 

Perché in Svezia la Covid-19 ha fatto più vittime che nel resto della Scandinavia?

L’approccio svedese di mancata chiusura delle attività, basato sulla responsabilità personale, per ora non ha portato gli effetti sperati rispetto a quanto successo oltre confine, dove è stato applicato il lockdown. La situazione del contagio in Scandinavia non è omogenea: il monitoraggio dei dati fornito dalla John Hopkins University ha registrato per la Svezia più di 31mila positivi al Covid-19 e quasi 4mila morti. Il blog di statistica Our World in Data ha analizzato il numero dei decessi nel Paese, notando come, a partire dall’inizio d’aprile, abbia avuto un incremento costante: solo nell’ultima settimana ogni giorno sono morte più di 6 persone su un milione. Differenza notevole con i Paesi limitrofi, cioè Norvegia, Finlandia e Danimarca, che presentano una situazione completamente diversa. I contagi sono molti contenuti (intorno ai 10mila: solo in Danimarca si superano di poco gli 11mila) e i decessi sono abbondantemente sotto i mille (in Norvegia, per esempio, sono 234). A distinguere la Svezia dai suoi confinanti è, appunto, la mancata imposizione di politiche di distanziamento sociale: non c’è stata alcuna chiusura di attività, né alcun limite agli spostamenti dei cittadini, e il governo ha deciso di affidarsi piuttosto al senso di responsabilità dei singoli. Dietro c’è sempre la logica di salvare l’economia, nonostante i rischi.

 

E l’immunità di gregge?

Gli ultimi dati, soprattutto se confrontati con quelli degli altri Paesi scandinavi, lasciano qualche dubbio sul suo raggiungimento e la situazione potrebbe non essere così sotto controllo come dichiarato dalle autorità sanitarie svedesi. Soprattutto nelle case di cura per anziani: come è accaduto in altri Paesi in Europa, la maggior parte dei morti è over 70 e concentrata in questi luoghi, dove le persone non riescono a ricevere assistenza medica adeguata. D’altra parte, in tutta Europa il 60% delle morti da Covid-19 si sono verificate nelle residenze e case di cura per anziani.

 

Le conseguenze sull’economia svedese nel breve e lungo periodo?

Nel 2020 il Pil svedese perderà il 6,1%. Non è molto se paragonato ai Paesi più colpiti, come Spagna e Italia, ma è perfettamente in linea con quello degli Stati limitrofi che, invece, hanno adottato una politica di blocco completamente diversa. Inoltre, la Danimarca sta valutando se aprire i suoi confini con Germania e Norvegia, ma non con la Svezia, perché lì la situazione di Covid-19 è ancora fuori controllo.

 

E la Spagna che fa?

In Spagna si va verso l’uso obbligatorio delle mascherine, che finora era precauzione facoltativa. Lo ha annunciato il governo: “Le mascherine saranno obbligatorie sui mezzi di trasporto pubblici – come già avviene – ma anche negli spazi chiusi e nelle strade, se la distanza di sicurezza minima di due metri non può essere rispettata”. Ed è stato prorogato per la quinta volta lo stato di emergenza, in vigore dal 14 marzo. Il premier Pedro Sanchez ha proposto un altro mese di proroga, ritenendo questa “l’unica strada possibile” per non compromettere i risultati finora raggiunti nella lotta al virus.

 

Infine, crisi in Russia.

I casi di coronavirus in Russia sono quasi 300mila: secondo il centro di risposta all’emergenza, nelle ultime 24 ore sono stati registrati altri 9.263 contagi, portando a 299.941 il numero complessivo di casi.

 

In Africa scelte dolorose. Di che si tratta?

In Malawi, a metà aprile, l’Alta Corte ha vietato al Governo di adottare il lockdown per fronteggiare l’emergenza Covid-19. La sentenza ha risposto all’appello del Malawi Human Rights Defenders Coalition, la coalizione malawiana per la difesa dei diritti umani, che sosteneva l’importanza di delineare una sorta di rete di sicurezza sociale per quella parte della popolazione più povera e vulnerabile. Meglio morti per il virus che di fame. Il Malawi è uno dei paesi più poveri del mondo. Questo triste primato è attualmente condiviso con il Burundi, il Niger, la Repubblica Centroafricana, la Repubblica Democratica del Congo… Ed è proprio in questi contesti che le misure di contenimento rischiano di arrecare conseguenze gravissime, per alcuni analisti peggiori della pandemia stessa.

 

Dove il lockdown è impossibile

Il lockdown presuppone che si possa avere una casa nella quale vivere e rimanere; se nei Paesi ricchi la pandemia ha fatto emergere i gravi problemi che hanno colpito le fasce più deboli della popolazione, in particolare i senza tetto, nei Paesi poveri non sempre si vive in una casa come comunemente la si immagina. E non sempre le città sono costruite rispettando i canoni di un’urbanizzazione socialmente e ambientalmente sostenibile. Restare nella propria abitazione, prestare attenzione all’igiene personale e mantenere una distanza di sicurezza tra persone permette di evitare il contagio. Ma vivere in una casa oggi non è possibile per una persona su otto nel mondo. Circa un miliardo di uomini, donne e bambini, vive negli slums, nelle villas miserias, nelle favelas, nelle bidonville, nelle shanty towns, nelle township, in quelle baraccopoli in cui chiamare vita la propria esistenza a volte può essere estremamente difficile.

 

 

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