Carlo Francesco Selmi, Responsabile Unità Operativa di Reumatologia e Immunologia Clinica di Humanitas: diagnosi precoci, terapie che evitano le deformità, pianificazione della gravidanza.

 

 

Quali sono oggi le buone notizie per chi ha una diagnosi di patologia infiammatoria cronica come l’Artrite Reumatoide?

Le buone notizie che oggi i pazienti affetti da Artrite Reumatoide, una malattia cronica che si manifesta soprattutto con infiammazione articolare ma colpisce l’intero organismo, ricevono sono numerose. In primo luogo, le persone hanno eccellenti probabilità di ricevere la diagnosi molto prima rispetto al passato e questo, perché siamo diventati più bravi a sospettarla e abbiamo tecniche di laboratorio che ci permettono di riconoscere la malattia in uno stadio più precoce.

Secondo, dal punto di vista della terapia, oggi le raccomandazioni sono universali e internazionalmente note e, quindi, la probabilità che la stessa persona riceva lo stesso trattamento in Centri diversi è molto più alta rispetto al passato. Terzo punto, nel trattamento si utilizza molto meno il cortisone e questa è una differenza abissale rispetto agli anni passati, quando il cortisone veniva impiegato ad alte dosi per lunghissimi periodi di tempo causando una serie di effetti collaterali a medio e lungo termine di cui dopo si raccolgono gli amari esiti.

Ma le buone notizie non finiscono qui: un’altra novità riguarda le donne in età fertile, alle quali oggi si può permettere una gravidanza di successo, concordando i tempi e sincronizzando le terapie affinché non siano dannose per il feto. È un grandissimo risultato degli ultimi anni.

In definitiva è tutto lo scenario dell’Artrite Reumatoide che è in rapida evoluzione: per quanto riguarda il trattamento, oggi sappiamo qual è l’obiettivo da raggiungere, che deve essere un controllo della malattia il più profondo possibile attraverso quella che si chiama ‘remissione’, che significa un peso della malattia minimo in modo da interferire meno possibile o per nulla nelle attività quotidiane delle persone.

Quindi, controllare il dolore e mantenere un’abilità funzionale massima. Rispetto al passato, abbiamo allargato le nostre conoscenze sull’Artrite Reumatoide, e attraverso queste informazioni siamo in grado di colpire dei bersagli molto accurati all’interno del sistema immunitario impiegando i farmaci biologici e le piccole molecole per annientarli e portare al controllo della malattia.

E possiamo disegnare molto meglio il percorso che si delinea per i pazienti, un percorso che oggi non è più condizionato dalle deformità. Un dato che mi piace riportare è che 20 anni fa esistevano in tutti i Centri ortopedici le divisioni di ortopedia dell’Artrite Reumatoide, perché tante persone dovevano sottoporsi ad interventi per risolvere le gravi deformità.

Oggi queste divisioni sono scomparse perché la curva degli interventi chirurgici per l’Artrite Reumatoide è letteralmente crollata dopo l’arrivo dei farmaci biologici e delle piccole molecole. I pazienti che non riusciamo a controllare e che, nonostante tutto, progrediscono, sono ormai una minoranza e sono casi molto più rari rispetto alla norma nella quale invece si riesce a prevenire le deformità.

 

Qual è oggi l’obiettivo delle terapie per l’Artrite Reumatoide? E quali sono i prossimi traguardi della ricerca?

L’obiettivo delle cure deve essere quello di consentire al paziente di fare una vita normale attraverso la terapia, perché lasciare le persone senza terapia è molto difficile. Teniamo conto che nella maggior parte dei casi l’Artrite Reumatoide si manifesta in età relativamente giovane, tra la quarta e la quinta decade di vita e che l’80% dei pazienti è di sesso femminile.

Quindi in persone pienamente attive l’aspetto della qualità di vita è fondamentale. Oggi riusciamo a bloccare l’infiammazione e, quindi, arrestare la progressione della malattia e a controllarne i sintomi. Ci sono certamente pazienti che tendono a rispondere peggio alla terapia, si tratta di quei soggetti che al momento della diagnosi presentano già segni di erosione, piccoli fori all’interno dell’osso; oppure pazienti con forme di AR siero-positive, che hanno gli anticorpi specifici dell’Artrite Reumatoide, in particolare gli anti-citrullina, che vengono rivelati da specifici esami del sangue eseguiti per aiutare nella diagnosi.

Il sogno nel trattamento dell’Artrite Reumatoide è tirare indietro le lancette, quindi riportare la situazione a prima della comparsa dell’infiammazione cronica, che comporterebbe far guarire la persona con Artrite Reumatoide. Noi oggi possiamo soltanto controllare questa malattia.

L’altro auspicio è riportare più pazienti possibili alla remissione con la terapia giusta, subito; infine, controllare la malattia ma al minor prezzo possibile, perché tutte le terapie per l’Artrite Reumatoide consistono in immunosoppressori e come tali hanno un profilo di rischio, per esempio dal punto di vista infettivo, che va tenuto sotto controllo.

 

Quanto conta una corretta informazione in questa malattia?

Oggi i pazienti sanno dove trovare le informazioni e spesso sono i primi a sospettare di avere un’Artrite Reumatoide. Anche tra i medici le cose vanno meglio che in passato, riusciamo a fare diagnosi prima sebbene ancora tardi rispetto a quanto vorremmo, perché prima si tratta e prima la terapia ha probabilità di successo.

Naturalmente ci sono ancora sacche di scarsa cultura sull’Artrite Reumatoide, c’è ancora molto da fare. Un aspetto critico è legato al fatto che le terapie più innovative, biologici e piccole molecole, sono prescrivibili solo da alcuni Centri prescrittori che li dispensano attraverso le farmacie ospedaliere.

Quindi, esiste la possibilità che un collega che non esercita in questi Centri utilizzi terapie meno efficaci che vengano impiegate nel tempo. I dati dimostrano che se la diagnosi tarda più di 6 mesi, c’è una buona probabilità che il paziente abbia già qualche erosione, un fatto che oggi non possiamo più accettare.