Queste donne e questi uomini sono depositari di un sapere antico, pertanto meritano sostegno, anche per la loro intrepida tenacia.

 

 

 

Nell’immaginario collettivo, la Costiera Amalfitana, Patrimonio UNESCO, il più aspro e roccioso dei lati della Penisola che si protende sul mare fra Napoli e Salerno, ha una cornice verdeggiante che si stria d’oro per le fitte piantagioni di limoni, della varietà di nicchia e d’eccellenza “Sfusato di Amalfi”, inerpicanti sui suoi crinali.

A vista, non appare un dato essenziale: questo magico paesaggio rimane così affascinante, grazie all’azione di tutela svolta dai coltivatori dei limoni che, malgrado una redditività ormai ai minimi termini, difendono strenuamente un territorio terrazzato con antichi muretti a secco che i loro nonni, i loro padri, loro stessi hanno strappato alle rocce e alla montagna a picco sul mare.

La giornalista e scrittrice Flavia Amabile li ha ribattezzati “I Contadini Volanti” e sin dal 2015 si sta spendendo perché questa coltura non getti la spugna per le difficoltà economiche sempre più macroscopiche e per l’abbandono delle giovani generazioni.

Lo fa con mostre fotografiche, pubblicazioni, podcast, instancabilmente, affinché tutti sappiano che c’è chi fa un’agricoltura “eroica”, mentre i consumisti di turno, nella Grande Distribuzione, prediligono limoni ‘anonimi’, senza tracciamento (o con tracciamenti improbabili).

Queste donne e questi uomini sono depositari di un sapere antico, pertanto meritano sostegno, anche per la loro intrepida tenacia.

Occorrerebbe un riconoscimento che li incentivasse a proseguire nella loro opera di tutela di un’area così fragile, soggetta a frane, incendi, dilavamento, inadirimento. Insomma, ci vorrebbe un “reddito di custodia”.

Sono loro, infatti, che mitigano gli effetti di questi accadimenti naturali o dolosi, presenziando l’area e intervenendo ancor prima delle autorità amministrative; nel caso di incendio, ad esempio, le capienti peschiere utilizzate di routine per l’innaffiamento delle piante di limoni, tornano utili per le operazioni di spegnimento dei roghi lungo gli irti costoni.

Dai loro racconti, fatti con semplicità, dinanzi alla telecamera di Flavia, emerge un impegno faticoso, totale. C’è chi, come Reginalda Casaburi, oggi novantenne, trascinava sulla nuca,  giù dai terrazzamenti alla fettuccia ondulata della strada della Costiera, ceste anche di 120 chili; o come Fernanda Rispoli, di Amalfi, che energica come una trentenne a 85 anni e mezzo, lo scorso maggio, confezionava instancabilmente ceste per il trasporto in Italia e all’estero e pesava limoni con un’antica stadera, quella dei suoi antenati.

Oppure, ci sono i coniugi Vincenza Ruocco e Lucio (Guido) Pappalardo, che lodano l’insostituibilità delle tecniche antiche, nella coltivazione delle piante, come lo spruzzare il verderame o applicare piegature delle foglie e l’uso dei pali di castagno, proprio come facevano i contadini dei tempi più antichi.

Affermano, audaci, che, in anni pre Ue, il concime più efficace veniva dalle deiezioni dei pollai e negli anni ’50 e ’60 ci si litigava per dividersi il contenuto dei pozzi neri. Una fase ormai superata, che, però, insinua qualche dubbio sull’uso della chimica, sia pure soft, come avviene oggi.

D’altronde queste coltivazioni, nell’area, hanno radici antiche; attecchite nel XIII secolo, allorché arrivarono le piantine di limone dall’Oriente, grazie ai naviganti della gloriosa Repubblica marinara di Amalfi, il massimo fulgore si ebbe fra il XIX e i primi 60 anni del XX secolo, con una vera e propria “microeconomia limoniera”.

A fine ‘700, infatti, si scoprirono gli effetti taumaturgici del limone sullo scorbuto, malattia che falcidiava gli equipaggi delle navi. In primis i navigli inglesi attraccavano in Costiera, persino in rade senza strutture portuali, per caricare casse e casse di limoni.

I nostri antenati badavano al sodo e poco importava loro che i frutti fossero un po’ stortignoccoli e diseguali.

Oggi, noi, schifiltosi discendenti, siamo attratti solo da limoni da boutique – provengano pure da piantagioni esotiche dell’altro capo del mondo! – e lasciamo che i grossisti e i mercati strozzino i “Contadini volanti”, pagando loro i limoni a 80 centesimi al chilo (ma giungono nella nostra spesa a ben altri prezzi). Ed è un prezzo monstre: l’anno scorso, infatti, la redditività all’origine di un chilo di limoni era assai più bassa: 50 cent al chilo.

Racconta Flavia Amabile: “Ogni giardino di limoni, che si estende verso l’alto anche per 20 o 30 terrazze, fino ai 400 metri di altezza, rappresenta un ecosistema perfetto: è autosufficiente perché, al suo interno, contiene tutto ciò di cui ha bisogno.

Ha la propria peschiera, che raccoglie le acque piovane, distribuite su ogni terrazza con un sistema di canali e rubinetti per l’innaffiamento.

Si combattono i parassiti, stendendo le piante su pergolati di rami di castagni autoctoni, cresciuti a quote più alte, e i lavoratori piegano le foglie affinché siano tutte perfettamente areate, legandole con rametti dei salici che crescono nel perimetro del giardino.”

E’ un lavoro che non si ferma mai: “Ad autunno inoltrato – spiega – gli agricoltori tendono le reti di protezione, perché le piante temono gli sbalzi di temperatura e ne soffrono le zagare, che assicureranno il raccolto dell’anno dopo.

Lo stop di un paio di mesi, fra gennaio e febbraio, le genti del limone lo utilizzano per preparare i rametti di salice e i pali di castagno da sostituire. A marzo si inizia la raccolta. Un circuito senza fine, con i suoi infaticabili lavoratori, che si sentono quasi investiti da una missione.”

Un piccolo mondo antico e moderno al tempo stesso, che combatte contro una modernità omologante. Potrebbe offrire posti di lavoro, anche recuperando i giardini abbandonati, pericolosi per gli altri perché, come dice Salvatore Aceto, amalfitano, sesta generazione di limonicultori: “Vi alligna il malsecco, un cancro della pianta estremamente contagioso. Occorre, nel caso, espiantare le malate, bonificare l’area e reimpiantarne di giovani, che impiegheranno 20 anni per andare a regime. E se il giardino è abbandonato il malsecco va avanti, attaccando anche quelli presidiati.”

Pure nel caso l’appezzamento venga coltivato con perizia, vanno tenuti in conto alcuni elementi. Afferma Aceto: “I nostri giardini di limoni si arrampicano su monti e colline, partendo da quota 70 metri s.l.m. fino a toccare i 400 metri, terrazza dopo terrazza. Chi vi lavora, per lo più sono ucraini o italiani che spesso hanno superato i 65 anni e svolgono un lavoro faticoso e avaro di redditività. Quest’anno, che è quello di buona resa, nei miei 2,5 ettari, riuscirò a trarre 750 quintali di limoni, l’anno scorso ne raccogliemmo 500 quintali, nell’alternanza fra anno pieno e anno vuoto.

Sui mercati, però, vengo etichettati come “Sfusati di Amalfi” ben più di quelli che realmente si producono nella nostra area tipica. Dovremmo centuplicare le nostre terrazze, cosa impossibile, per produrne tanti. Quello che servirebbe per attrarre le giovani generazioni e dare ossigeno alle vecchie, sarebbe un “reddito di contadinanza.””

 

Di Annamaria Barbato Ricci