Se vedi rosso, fermati e vai dal medico:  uno spot d’autore e una campagna per informare su prevenzione e diagnosi precoce.

 

 

Una macchia rossa può cambiare la vita di una persona. Un giorno qualunque, Fabio, ancora giovane e dinamico, si sveglia, va in bagno e vede del sangue nelle urine. Lo nota, ma sembra non dargli troppa attenzione.

Esce, ha un appuntamento, ma un semaforo rosso lo blocca e gli fa tornare in mente quel ‘segnale’ che l’ha spaventato e disorientato… All’improvviso capisce che non ha tempo da perdere e decide di cambiare strada.

Migliaia di uomini e donne ogni anno in Italia “vedono rosso”: il sangue nelle urine può essere la spia di un tumore della vescica. Un segnale importante, spesso sottovalutato per scarsa conoscenza o paura. Una diagnosi precoce consente di intervenire tempestivamente quando il tumore non è ancora aggressivo e di tenere sotto controllo la malattia.

È il messaggio raccontato dal video-spot fulcro della campagna di sensibilizzazione e informazioneFermati al rosso Tumore della vescica: un segnale può salvarti la vita”, promossa dall’associazione PaLiNUro – Pazienti Liberi dalle Neoplasie UROteliali, con la sponsorizzazione non condizionante di Astellas e con i patrocini di: AIRO – Associazione Italiana Radioterapia e Oncologia clinica, AURO – Associazione Urologi Italiani, CIPOMO – Collegio Italiano dei Primari Oncologi Medici Ospedalieri, FIMMG – Federazione Italiana Medici di Medicina Generale, Fondazione AIOM (Associazione Italiana Oncologi Medici), SIU – Società Italiana di Urologia, SIUrO – Società Italiana di Urologia Oncologica.

L’iniziativa ha l’obiettivo di aumentare la consapevolezza e la sensibilità della popolazione, dei pazienti e dei medici sul tumore della vescica, sull’importanza di non sottovalutare i sintomi e di rivolgersi al medico di famiglia o all’urologo in presenza di campanelli d’allarme.

 

Ma vediamo meglio cos’è il tumore alla vescia e come si cura

“Il  carcinoma uroteliale è anche chiamato transizionale: i due termini sono sinonimi perché le cellule che rivestono internamente le cavità dal rene alla vescica sono dette transizionali” spiega Giario Conti, Segretario Nazionale SIUrO.

Poi fornisce alcuni dati: “Ogni anno ci sono venticinquemila nuove diagnosi e attualmente ci sono circa 310 mila persone che convivono con questo tumore, in prevalenza uomini. È infatti il quarto tumore negli uomini over 45, e in totale colpisce 79 uomini ogni 100 mila. La sopravvivenza a 5 anni è di circa l’80%, ma il 78% nelle donne e i due terzi del carcinomi sono non muscolo infiltranti”.

 

Cosa significa tumore uroteliale non infiltrante

Lo spiega Patrizia Giannatempo, Dirigente SC Oncologia Medica, Fondazione IRCCS Istituto Nazionale dei Tumori di Milano: “il tumore uroteliale si distingue in due tipologie a seconda della profondità alla quale si sviluppa all’interno della vescica, che si può rappresentare come un palloncino a più strati concentrici”.

“Se il cancro si forma nello strato più interno della vescica, che è anche più esposto a fattori di rischio, si parla di tumore non infiltrante e si può agire con un trattamento locale”.

“Quando invece il tumore si trova nel secondo strato, che è composto da muscoli e quindi molto più irrorato da vasi sanguigni, le cellule cancerogene possono entrare in circolo e andare a formare metastasi in altre parti dell’organismo. In questo caso è definito muscolo infiltrante e va trattato in modo più aggressivo, con una terapia in tutto il corpo, a livello sistemico”.

 

Prevenzione: a rischio i fumatori

“La diagnosi precoce è fondamentale” prosegue Conti, “soprattutto nelle donne, i cui sintomi sono spesso trascurati e vengono trattate con antibiotici invece di far fare esami di approfondimento”.

“Uno dei principali fattori di rischio è il fumo (il 50% dei malati è fumatore) e in loro la probabilità di sviluppare questo tumore è tre volte più alta. Ma anche per chi ha smesso c’è un rischio doppio di contrarre il cancro rispetto a chi non ha mai fumato”.

 

Come si cura il tumore alla vescica

“Le buone notizie per le cure sono che rispetto a soli dieci anni fa sono comparse importanti novità soprattutto per i tumori metastatici” afferma Patrizia Giannatempo.

“Ci sono sostanzialmente quattro tipologie fondamentali di trattamento: alla chemioterapia tradizionale si è affiancata l’immunoterapia, che può essere sia di mantenimento sia di seconda linea, cioè che interviene se la chemio non ha dato i risultati sperati”.

“Un’altra novità è rappresentata dagli anticorpi monoclonali coniugati: si tratta di molecole a forma di Y alle quali sono agganciati farmaci in grado di uccidere le cellule tumorali. Si legano alla nectina, uno specifico recettore presente sulla superficie delle cellule maligne e vi rilasciano dentro il farmaco. Il che è molto più performante e con meno effetti tossici che immettere il farmaco direttamente nell’organismo”.

“Infine, gli inibitori FGF3 che agiscono su un’alterazione sulle cellule tumorali, denominata appunto FGF3, con un meccanismo chiave-serratura: si inseriscono come una chiave se trovano questa apposita serratura e fanno fuori le cellule cancerose. Sono impiegati prevalentemente nei tumori non infiltranti, ma funzionano anche nei carcinomi metastatici”.

“Il paziente con malattia non muscolo-invasiva può essere sottoposto a un trattamento locale come il TURB (Transurethral Resection of the Bladder – Resezione vescicale transuretrale) e le istillazioni di farmaci chemioterapici in vescica (BCG – Bacillo di Calmette Guerin). Non ultimo vi sono i trattamenti chirurgici locali e trattamenti combinati di radioterapia”.

 

Il trattamento radioterapico

Anche la radioterapia ha fatto passi da gigante nell’ultimo decennio: adesso ci sono sistemi in grado di erogare la dose di radiazione con estrema precisione perché grazie alle moderne tecniche di imaging è possibile visualizzare in tempo reale l’immagine del sito di irradiazione durante il trattamento. Questo permette di ridurre il numero di sedute di radioterapia” afferma Marco Krengli, Presidente Eletto AIRO.

“È impiegata in tre scenari clinici: innazitutto come trattamento curativo con l’intento di preservare la vescica, che prevede una resezione endoscopica, seguita da radio-chemioterapia e ottiene una risposta completa in oltre il 70% dei pazienti, che a loro volta hanno una sopravvivenza a 5 anni di oltre il 70%. In questo gruppo di pazienti la preservazione effettiva della vescica è possibile in circa l’80% dei casi”.

“Poi c’è la radioterapia post-operatoria dopo cistectomia, che consente di ridurre le recidive nei casi localmente più avanzati e con metastasi linfonodali. Infine, la radioterapia palliativa nei casi inoperabili e con metastasi, che colpiscono soprattutto le ossa della colonna vertebrale, permettendo di evitare dosi massicce di farmaci antidolorifici riducendo il dolore e migliorando la qualità della vita”.

 

 

 

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