L’incertezza esistente riguardo alle indicazioni da fornire ai ragazzi con un solo rene rispetto alla pratica dei più comuni sport di squadra nasce anche dal fatto che la classificazione degli sport in base al vigore dei contatti è equivoca.

 

 

Nei pazienti pediatrici che si ritrovano con un solo rene, o dalla nascita (1 su 1.500) o a causa di un tumore – con terapie ancora in corso oppure guariti, come la maggior parte di quanti hanno sconfitto il tumore di Wilms -, la pratica dell’attività sportiva comporta dei benefici innegabili e dimostrabili.

Lo ribadisce il Dott. Filippo Spreafico – coordinatore del Gruppo di Lavoro sui tumori del rene dell’AIEOP (Associazione Italiana di Ematologia e Oncologia Pediatrica) – in un recente articolo, “Recommending exercise for children with a single kidney”, pubblicato sul numero di febbraio dell’autorevole rivista scientifica Nature Reviews Urology.

L’articolo, non solo sgombra ogni dubbio sui vantaggi effettivi dell’esercizio fisico per bambini e adolescenti con un solo rene, ma prova a chiarire quali siano i possibili rischi derivanti in particolare dalla pratica dei cosiddetti “sport da contatto”, mettendo ordine tra i pareri contrastanti espressi negli anni sull’argomento dalla comunità scientifica mondiale.

In molti Paesi europei e negli Stati Uniti vige un orientamento sostanzialmente a favore della pratica degli sport di squadra da contatto – incluso il gioco del calcio – con limitazioni relative esclusivamente agli sport agonistici da “forte” contatto fisico, dai quali i malati di cancro con un solo rene vengono esclusi. Non deve invece essere questo il caso della pallavolo o del basket, per i quali infatti i rischi di forte collisione fisica tale da indurre un trauma severo al rene sono stimati essere veramente bassi.

“È oggetto di dibattito – afferma il Dott. Spreafico – se sia sicuro o meno per le persone con un solo rene impegnarsi in sport agonistici di squadra ad alto impatto come il football americano e il rugby, ma le evidenze esistenti suggeriscono che la probabilità di subire lesioni renali durante la pratica di questi sport è tuttavia bassa, inferiore a quella di sviluppare ad esempio lesioni alla testa. Nella popolazione pediatrica il tasso riportato di lesioni ai reni imputabili al football americano è pari allo 0,1–0,7% di tutte le lesioni collegate a questo sport e allo 0,07–0,5% di tutti gli infortuni connessi allo sport in generale. Inoltre questi traumi sono spesso di lieve entità e non richiedono alcun intervento chirurgico né causano disfunzioni permanenti”.

L’incertezza esistente riguardo alle indicazioni da fornire ai ragazzi con un solo rene rispetto alla pratica dei più comuni sport di squadra nasce anche dal fatto che la classificazione degli sport in base al vigore dei contatti è equivoca. Basandoci sui dati che abbiamo circa l’incidenza dei traumi, le attività sportive associate a un aumento dei tassi di danno ai reni includono il ciclismo, lo slittino, lo sci alpino, lo snowboard, l’equitazione e l’uso di veicoli fuoristrada o bici da cross. Tuttavia, ciclismo, pattinaggio, sci, equitazione e snowboard sono classificati come sport da “contatto limitato” dall’American Academy of Pediatrics (e, quindi, non soggetti a grandi restrizioni), mentre il basket e il calcio sono classificati come sport da “contatto o collisione”.

“Sulla base dei dati disponibili, riteniamo– aggiunge Spreafico – che i benefici derivanti dal coinvolgimento in esercizio fisico e sport, anche agonistico e di squadra, per i bambini guariti dal tumore di Wilms potrebbero superare di gran lunga i rischi minimi correlati di subire un danno al rene rimasto. Collisioni tra veicoli a motore comportano il più alto rischio di lesioni ai reni durante l’infanzia, eppure nessuno ha suggerito di precludere l’ottenimento della patente di guida ai giovani adulti sopravvissuti a un tumore di Wilms e con un solo rene”.

L’impegno nell’esercizio fisico potrebbe essere dunque fondamentale per migliorare la qualità di vita delle persone con un rene o con una malattia renale, che tendono ad essere invece molto inattive. In particolare, è stato dimostrato che nei pazienti affetti da malattia renale cronica l’importanza di evitare uno stile di vita sedentario è fondamentale (in uno studio condotto su più di 400.000 partecipanti è stato analizzato come l’esercizio fisico possa influenzare il rischio di alcuni tipi di cancro in base all’intensità e alla costanza con cui viene praticato).

La maggior parte dei pazienti pediatrici, tuttavia, non è abbastanza attiva per godere di questi benefici: un sostanziale calo nella pratica dell’esercizio fisico e dello sport è evidente, infatti, in bambini e adolescenti quando viene diagnosticato loro il cancro, e i livelli di attività spesso non si riprendono del tutto nemmeno dopo il trattamento.

Ecco perché oncologi pediatrici, urologi e nefrologi spesso raccomandano l’attività sportiva ai malati di cancro: sia pure con alcune cautele, soprattutto riguardo agli sport per cui esiste un rischio reale di trauma renale, ogni paziente può essere guidato nella scelta dello sport che più lo appaga, anche di squadra. “Purtroppo -conclude Spreafico- non esistono sistemi di protezione per la regione lombare collaudati e certificati che aiutino a prevenire del tutto i traumi, ma come oncologi pediatri ci stiamo adoperando insieme a degli esperti per approfondire anche questo aspetto”.

 

 

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