Preoccupano in Italia obesità infantile e alcolismo tra anziani. Il fenomeno del “binge drinking” tra i giovanissimi determina un effetto tossico sul fegato, col rischio di coma etilico.

 

 

L’allarme lanciato dagli specialisti epatologi nel corso del 54° Congresso nazionale dell’AISF – Associazione Italiana per lo Studio del Fegato a Roma il 24 e il 25 marzo è chiaro: ciò che oggi preoccupa maggiormente per la salute del fegato è la cirrosi dovuta a obesità e ad abuso di alcol, fenomeni che si sono acuiti durante la pandemia. Complicanze in termini di cardiovascolari ed epatologiche sono destinate a provocare conseguenze negli anni a venire.

In forte aumento il consumo di alcolici tra le minorenni: tra 16 e 17 anni la frequenza delle consumatrici a rischio (40,5%) raggiunge quella dei coetanei maschi (43,8%) e tra 11 e 15 anni 10 minori su 100 sono a rischio. Cresce anche il binge drinking con oltre 4 milioni di consumatori che ne hanno abusato nel 2020, 930mila tra gli 11 e i 25 anni di età, con 120mila minori intossicati.

Le conseguenze, però, non sempre sono immediate: “durante la pandemia c’è stato un aumento nel consumo di alcolici misurato dalle vendite, che ha portato a un aumento dei ricoveri per epatite alcolica negli USA e a un incremento dei casi di trapianto di fegato per malattie alcol correlate in Nord Europa – sottolinea il Prof. Alessio Aghemo, Segretario AISF – In Italia non abbiamo ancora dati aggiornati, ma è ragionevole supporre che vi sia un impatto prolungato nel tempo. L’incremento delle complicanze probabilmente si verificherà nei prossimi 5-10 anni, poiché queste  non sempre sono acute, e talora richiedono molto tempo per emergere”.

Anche gli adulti comunque non sono morigerati nell’assunzione di alcolici. Nel periodo pandemico, secondo i dati PASSI d’Argento dell’Istituto Superiore di Sanità, il 57% degli adulti di età 18-64 anni ha dichiarato di aver consumato alcol nei 30 giorni precedenti l’intervista.

Complessivamente il 17% degli intervistati ha fatto un consumo di alcol a maggior rischio per la salute, per quantità e modalità di assunzione: il 3% ne ha fatto un consumo abituale elevato, superando le soglie di consumo medio giornaliero indicate dalle linee guida internazionali, l’8% risulta un binge drinker e un altro 9% ha consumato prevalentemente alcol fuori pasto.

Il consumo di alcol a rischio resta una prerogativa delle classi socialmente più avvantaggiate, per reddito o per istruzione, residenti nel Nord Italia ed è maggiore fra gli uomini. Inoltre, nel 2020, il Sistema di Monitoraggio SISMA dell’ONA-ISS, le elaborazioni ISS dei dati Multiscopo ISTAT e i sistemi di rilevazione del Ministero della Salute hanno rilevato 8,6 milioni di consumatori a rischio (22,9% maschi e 9,4% femmine) con un incremento annuale del 6,6% e del 5,3%, rispettivamente per i due generi. Colpiti i target di popolazione più vulnerabili: minori (760mila) e anziani (2milioni 600mila) le fasce di età di maggiore criticità.

Attualmente le quantità di alcol che non sono considerate dannose in chi ha un fegato sano sono rispettivamente  3 unità di alcol negli uomini e 2 nelle donne durante la giornata. Una unità di alcol corrisponde a un bicchiere di vino o a una lattina di birra – spiega la Prof.ssa Manuela MerliInoltre, a meno di 18 anni non si dovrebbe bere perché gli enzimi non sono ancora maturi per metabolizzare l’alcol. Questi stessi enzimi anche dopo i 65 anni attraversano una riduzione di attività, che lascia intuire come anche la popolazione anziana dovrebbe moderare notevolmente il consumo di alcol. Tuttavia, l’alcol è sempre più diffuso nelle fasce giovanili, talvolta attraverso il fenomeno del binge drinking, per cui non si consuma abitualmente, ma in occasioni particolari si assumono più di 5 unità alcoliche in poche ore, determinando un effetto tossico importante sul fegato, col rischio soprattutto sui più giovani di provocare un coma etilico”.

Anche l’aumento dell’obesità rappresenta un problema e incrementa le patologie epatiche. Il grasso accumulato nel fegato, infatti, nel 5-10% dei casi può portare a una cirrosi epatica e in questo periodo storico i soggetti sovrappeso sono milioni, con effetti che si riflettono anche sull’epidemiologia delle malattie del fegato.

In alcuni Stati del Pacifico oltre il 50% della popolazione è all’interno del range di obesità – sottolinea il Prof. Giulio Marchesini, già Professore Ordinario di Dietetica Clinica presso l’Università di Bologna – L’Italia sta meglio di altri Paesi europei, con circa il 12% della popolazione nel range di obesità e il 20-25% nel range del sovrappeso. Tuttavia, il nostro è il secondo Paese europeo per obesità infantile e le proiezioni per il futuro indicano che un bambino con obesità ha l’80% di probabilità di diventare un adulto obeso, con relative complicanze e patologie di tipo cardiologico, epatologico, nefrologico. Il grasso, infatti, si localizza a livello dell’addome, danneggiando pancreas e fegato: da una parte provoca diabete, dall’altra un danno epatico che può sfociare in cirrosi e in epatocarcinoma”.

Inoltre – aggiunge la Prof.ssa Manuela Merli, Professore Ordinario Gastroenterologia La Sapienza di Roma – quando interviene la cirrosi, può instaurarsi una progressiva malnutrizione che si riflette anche sulla muscolatura corporea, provocando una precoce sarcopenia, che può portare un paziente di 40 anni con cirrosi grave ad avere una fragilità analoga a quella di un 70enne. La malnutrizione, la fragilità e la sarcopenia devono essere contrastate perché hanno effetti negativi sulla sopravvivenza”.

 

 

 

 

 

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