Al 98% la causa è un’anomalia cardiaca. Nel cuore di Eriksen c’è stato un cortocircuito nei “comandi elettrici” del ritmo. Una aritmia ventricolare che porta a fibrillazione e al blocco del cuore.

 

Un cuore sano, allenato allo sport agonistico, sottoposto ai più severi test finora noti per confermarne l’idoneità “senza macchia né dubbi”. Periodicamente controllato in Olanda, in Inghilterra, in Danimarca e, infine, in Italia. Tutti Paesi dove la maglia dei controlli sulla salute dei calciatori è molto rigida e stratta.

La causa del malore del 29enne centrocampista della nazionale danese e dell’Inter Christian Eriksen, durante il match Danimarca-Finlandia agli Europei di calcio, resta un mistero: “Non sappiamo ancora cosa sia successo”, dice Morten Boesen responsabile dello staff medico della nazionale danese, che tranquillizza tutti: “Christian è di buon umore e tutti i test al momento sembrano a posto. È attento e risponde in modo chiaro e pertinente. Il suo cuore batte di nuovo”.

Tranquillizza tutti, ma complica l’anamnesi: che cosa è successo al 43esimo minuto della partita. Perché un cuore forte e giovane improvvisamente ha deciso di fermarsi?

Per forza di cose, è scientifico pensare alla genetica. Al 98% la causa è un’anomalia cardiaca. Nel cuore di Eriksen c’è stato un cortocircuito nei “comandi elettrici” del ritmo. Una aritmia ventricolare che porta a fibrillazione (lo sfarfallio dei comandi a vuoto) e al blocco del cuore.

Principale possibile malattia: l’anomalia genetica che porta alla cardiomiopatia aritmogena, causa di morte improvvisa (inaspettata e non sospettabile) negli atleti e non solo. In Italia, a Padova, abbiamo il più grande studioso a livello internazionale di morti improvvise negli atleti e anche il laboratorio di genetica che da anni studia il fenomeno fino ad arrivare ad una molecola in grado di correggere l’anomalia genetica che funziona in vitro.

Il professor emerito Gaetano Thiene, anatomopatologo specialista in cardiologia, ha eseguito in passato le perizie autoptiche su Davide Astori (Fiorentina) e Antonio Puerta (Siviglia), e dall’alto della sua esperienza non usa giri di parole per descrivere il miracolo avvenuto per Eriksen: “Era già alle porte dell’aldilà, la fibrillazione ventricolare è l’anticamera della morte. E invece il miracolo questa volta è avvenuto”.

Alessandra Rampazzo, biologa e genetista dell’università di Padova, da circa trent’anni lavora su questo tipo di patologie cardiovascolari: “Una patologia sottostante c’è di sicuro. E purtroppo queste patologie possono sfuggire anche ai controlli più serrati come quelli dei medici sportivi ma causano più di un quarto degli arresti cardiaci. Penso, appunto, alla cardiomiopatia aritmogena del ventricolo destro”.

Altre patologie che possono stroncare un atleta, poi, sono la cardiomiopatia ipertrofica, oggi facilmente riscontrabile con un ecocardiografo, oppure l’anomalia coronarica, considerata come una delle più insidiose patologie esistenti.

Sulla cardiomiopatia aritmogena del ventricolo destro c’è ancora molto da lavorare: nessun sintomo predittivo, l’innesco può essere uno stress psico-fisico od emotivo, la base è genetica, quando si manifesta spesso è quando uccide. Anche se segnali precedenti potrebbero esserci, ma probabilmente sono talmente lievi da non indurre approfondimenti. “Purtroppo, in alcuni soggetti è veramente difficile da identificare – spiega Rampazzo -, fino al primo sintomo che è l’arresto cardiaco. E questo in atleti di alto livello, non solo nel calcio”.

C’è un’età più a rischio? Risponde la ricercatrice patavina: “Da studi epidemiologici, la zona rossa è la seconda e terza decade di vita, l’età in cui più frequentemente dà i primi segni di sé. L’importante che il primo segno non sia anche l’ultimo”.

Continua: “L’espressione della malattia è molto variabile, da persona a persona, anche nella stessa famiglia se esistono due soggetti con lo stesso difetto genetico potrebbe manifestarsi in uno e mai nell’altro. Dovesse essere riscontrata realmente, di certo un’attività agonistica sarebbe sconsigliata. Perché al momento come cura c’è il defibrillatore impiantabile e farmaci solo sintomatici”.

Ma che cosa accade al cuore di chi ha questa anomalia genetica? “Si forma nel tempo e probabilmente per insulti passati inosservati del tessuto cicatriziale, laddove ci sono i comandi elettrici del cuore, che può far scattare il cortocircuito che ferma il cuore. Per salvare la persona colpita occorre rapidamente far ripartire il cuore”.

Che cosa ci prospetta la ricerca per il futuro? “Abbiamo trovato cause genetiche, identificato i meccanismi cellulari che portano al danno. E ora possiamo ipotizzare sia biomarker predittivi sia l’identificazione di farmaci che vadano a correggere il difetto – dice la Rampazzo -. Noi stiamo sperimentando un farmaco, per ora in vitro, promettente nel correggere il difetto che porta al tessuto cicatriziale nel tempo. Ma non abbiamo i fondi per test su animali e, quindi, sull’uomo. Abbiamo in corso una campagna di raccolta di fondi che si chiama Beat the Beat”.

In molti adesso si chiedono se il campione di Inter e Danimarca potrà tornare a giocare. Ma nessuno si vuole esporre, di certo c’è una patologia sottostante di cui ora si sa l’esistenza. E che se viene confermata non consiglia certo di continuare nello sport agonistico. Thiene non si sbilancia: “Eventi così non capitano a caso. Ma non importa, abbiamo vinto, il ragazzo è vivo”.

 

 

 

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