Dilettanti e giovanili sono i meno esposti.

 

I ricercatori dell’Università di Aarhus hanno simulato la presenza di un infetto in campo analizzando il tempo in cui tutti gli altri giocatori si trovano nel raggio di un metro e mezzo. “Per il rischio di contrarre il Covid-19 quindi il calcio non sembra risultare uno sport critico”, concludono i ricercatori di Aarhus. Nei giorni in cui la Serie A sta cercando un modo per la ripartenza in sicurezza, un appiglio scientifico sembra quello giunto dalla Danimarca.

I ricercatori hanno studiato i movimenti degli atleti in 14 partite di Super League (il torneo nazionale) simulando la presenza di un infetto in campo e analizzando il tempo in cui tutti gli altri giocatori si trovano nel raggio di un metro e mezzo.

Dallo studio è emerso che i calciatori rimangono entro la distanza di possibile infezione tra zero e 657 secondi, con la media di un minuto e 28 secondi per atleta. Lo studio ha anche evidenziato la differenza fra ruolo e ruolo: un portiere ad esempio è quasi sempre distante da tutti gli altri protagonisti, mentre il più a rischio secondo i dati degli studiosi danesi sembra essere il centravanti. Le indicazioni sanitarie attuali ritengono che per “un contatto rilevante” a rischio coronavirus sia necessario rimanere almeno 15 minuti a meno di due metri da una persona infetta.

Stando a quanto rilevato dagli studiosi dunque il calcio sarebbe uno sport definito dalla stessa Università di Aarhus “non critico”. Ma c’è di più: sempre secondo gli scienziati, i dilettanti e i ragazzi del settore giovanile hanno metà delle possibilità di contagio rispetto ai professionisti (sui quali è basato lo studio), perché non sono così veloci e così vicini agli avversari come i calciatori di alto livello.

 

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *