Quella inglese la più diffusa, la brasiliana si diffonde con più facilità e l’indiana al momento non desta preoccupazione.

 

Prima è stata quella inglese, poi quella brasiliana e sudafricana ora quella indiana, stiamo parlando delle varianti covid-19 che con le loro modifiche al virus iniziale rappresentano ora il pericolo principale di questa fase della pandemia da coronavirus perché possono mettere a rischio sia i sistemi di controllo fin qui individuati per contenere la diffusione del contagio sia i rimedi contro la malattia, in primis i vaccini. Al momento i primi dati confermano che tutti i vaccini attualmente disponibili in Italia sono efficaci contro la variante inglese del nuovo coronavirus mentre c’è più incertezza sulle altre perché più recenti e quindi senza studi a supporto.

La variante più diffusa finora in Italia è quella cosiddetta inglese perché identificata per la prima volta nel Regno Unito e nota anche come B.1.1.7. Questa variante si è diffusa moltissimo e in breve tempo perché ha dimostrato di avere una maggiore trasmissibilità rispetto alle varianti circolanti in precedenza (trasmissibilità superiore del 37% rispetto ai ceppi non varianti). Secondo gli ultimi dati raccolti dal ministero della Salute e dall’Istituto superiore di sanità, la variante inglese ha abbondantemente superato il 90 per cento dei casi confermati di coronavirus in Italia, quindi, è diffusa largamente in tutta Italia. La sua diffusione ha causato una nuova impennata di casi ma fortunatamente non è resistente ai vaccini già in uso.

L’altra mutazione del coronavirus a rappresentare una percentuale di casi da tenere in considerazione è la cosiddetta variante P.1 o brasiliana, perché inizialmente identificata in Brasile a gennaio. Secondo gli ultimi dati raccolti dallo stesso Iss in base all’indagine di prevalenza delle varianti condotta con il supporto della Fondazione Bruno Kessler, le Regioni e le Provincie autonome, la variante brasiliana ha mantenuto una prevalenza intorno al 4% diffondendosi prevalentemente nel centro Italia, in particolare in Umbria, Toscana, Lazio ed Emilia-Romagna, Diversi casi sono stati segnalati da nord a sud ma con percentuali minori. Caratterizzata da maggiore trasmissibilità (50% più trasmissibile rispetto alle varianti circolanti precedentemente in Sud Africa), al momento però non è chiaro se provochi differenze nella gravità della malattia.

Le altre varianti invece per ora si attestano a una percentuale sotto l’1 per cento. Tra queste quella Sudafricana (variante B.1.351.V2) identificata nel dicembre 2020 ed è ora la più diffusa in Sud Africa. Come quella inglese ha anch’essa una maggiore capacità di trasmettersi da un soggetto all’altro anche se inferiore a quella della variante inglese. Anche in questo caso è stata documentata in infezioni riscontrate da nord a sud ma per ora in numero limitato. Gli studi hanno dimostrato una potenziale maggiore trasmissibilità della variante sudafricana ma non sono disponibili studi definitivi sulla gravità della malattia provocata.

L’ultima variante covid a preoccupare l’Italia negli ultimi giorni è quella indiana già segnalata in alcune regioni anche se per ora in casi sporadici. La preoccupazione deriva da quanto sta accadendo in India dove si è assistito a un boom di contagi ma questo non necessariamente dipende dal nuovo ceppo. La variante B.1.617, che ha una serie di “sub-varianti” per il momento però è stata classificata dall’Oms come mutazione “di interesse” ma non ancora “preoccupante”, cioè non più letale o resistente ai vaccini. Per gli esperti, in base ai primissimi studi ancora in corso, la variante indiana del Covid potrebbe essere più trasmissibile ma non preoccupante né resistente ai vaccini. Per prima è stata identificata in Veneto ma è probabile che sia già circolata anche in altre parti d’Italia.

 

 

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