Sistema endocrino, riproduttivo, cardiocircolatorio: gli studi confermano la pericolosità delle sostanze sversate dall’industria in acqua.

Quando si parla di PFAS, le sostanze perfluoroalchiliche, la maggioranza della popolazione pensa che sia un problema connesso alle aree del Vicentino e del Veronese. In realtà. L’inquinamento generale è diffuso quasi ovunque. Il motivo è che le principali fonti di esposizione per l’essere umano includono, oltre all’acqua potabile, gli alimenti, la migrazione da pellicole e rivestimenti alimentari, tappeti, abbigliamento, polvere, cera, prodotti cosmetici.

Dunque, anche l’inquinamento generale, anche se a basse concentrazioni, è molto diffuso e può determinare un accumulo tale da essere alla base di manifestazioni patologiche associate, come dimostrato da numerosi studi internazionali. La maggior parte degli studi ha, infatti, considerato popolazioni generali con livelli espositivi di fondo non imputabili a inquinamento industriale. In questi casi, anche livelli espositivi relativamente bassi, soprattutto in fasce di popolazione più sensibili, possono comportare significative alterazioni cliniche. In Europa si stimano costi sanitari fra i 52 e gli 84 miliardi di euro all’anno relativi alle conseguenze dell’inquinamento da PFAS.

Le ricerche di interesse internazionale condotte dall’equipe dell’endocrinologo dell’università di Padova e componente del Consiglio Superiore di Sanità, Carlo Foresta, hanno permesso di identificare numerosi meccanismi biologici che sottendono le manifestazioni cliniche associate all’esposizione a PFAS, quali per esempio la ridotta fertilità maschile e femminile, il ritardo del menarca, la ridotta densità ossea, la riduzione dei parametri antropometrici e genitali indicativi di un’azione inibente sul testosterone.

Sulla base di queste evidenze, la comunità scientifica ha riconosciuto gli effetti dei PFAS come interferenti endocrini e metabolici nell’uomo, promuovendo attività di sensibilizzazione con l’obiettivo di considerare tali sostanze suscettibili di approfondimenti tossicologici, normativi e legislativi.

“Il nostro obiettivo è anche quello di tracciare una linea condivisa nel proporre comuni strategie di intervento sanitario e di prevenzione nelle popolazioni a elevato rischio espositivo ai PFAS – sottolinea Foresta, che dirige tra l’altro l’unità di Andrologia e Medicina della Riproduzione e la Banca di Crioconservazione dei gameti maschili -.Tuttavia, è utile considerare che l’inquinamento generale a carico dei PFAS, data la loro diffusione, non è facilmente modificabile dal comportamento dei singoli né è possibile immaginare un’abolizione a breve termine di queste sostanze chimiche che sicuramente hanno modificato il nostro stile di vita, visto il loro utilizzo in numerosi prodotti di uso quotidiano. La ricerca chimica per individuare alternative non può basarsi solo su piccole modificazioni di molecole già note, ma deve individuare sostituti la cui attività biologica sia valutata ancor prima della loro immissione nella produzione industriale. In ogni caso, dobbiamo tutti avere la consapevolezza che l’inquinamento generale è un rischio, l’intervento sanitario sarà decisivo nella tutela della salute pubblica”.

 

Quali i rischi per la salute attribuibili ai PFAS?

“Le sostanze perfluoroalchiliche – risponde Foresta – sono composti utilizzati principalmente per rendere resistenti ai grassi e all’acqua diversi tipi di materiali come tessuti, tappeti, rivestimenti, ecc. Tali composti sono altamente persistenti nell’ambiente e negli organismi. Le principali fonti di assimilazione per la popolazione sono rappresentate dall’assunzione con la dieta (in via diretta attraverso gli alimenti, o in via indiretta attraverso migrazione di queste sostanze dal packaging o dalle stoviglie) e l’acqua potabile. Le Agenzie Sanitarie Internazionali non hanno ad oggi classificato in maniera conclusiva come certamente, o probabilmente, associate a PFAS patologie neoplastiche o non neoplastiche, anche se numerose evidenze sperimentali ed epidemiologiche suggeriscono la presenza di possibili effetti sulla salute umana”.

 

C’è un rischio cardiovascolare collegabile?

I PFAS sono in grado di aumentare l’aggregazione piastrinica; pertanto, considerando anche la riconosciuta associazione con l’aumento di colesterolo, i PFAS sono un plausibile fattore di rischio cardiovascolare. È anche del tutto plausibile (benché ancora da verificare) che i PFAS interagiscano con altri riconosciuti fattori di rischio (ipertensione, obesità, fumo di sigaretta, eccetera). Pertanto, i PFAS rappresentano un probabile fattore ambientale di rischio cardiovascolare nelle popolazioni esposte, in cui i soggetti che presentano anche altri fattori di rischio costituirebbero un sottogruppo di popolazione altamente vulnerabile. I dati epidemiologici relativi alla pressione arteriosa suggeriscono che un’alterazione della struttura vascolare, o la disfunzione endoteliale possano essere tra i meccanismi implicati nell’incremento del rischio cardiovascolare nella popolazione esposta a PFAS”.

 

Mi risultano anche effetti sul metabolismo scheletrico. Conferma?

“Queste sotanze alterano l’omeostasi della vitamina D e rappresentano quindi un fattore di rischio per il tessuto osseo in tutte le fasce di età, dall’età evolutiva (fase di crescita) alla post-menopausa e all’ageing maschile, fasi ad alto rischio per l’osteoporosi. Il monitoraggio dello status della vitamina D e della salute del sistema scheletrico è altamente raccomandato nelle popolazioni esposte. Nel contempo, la carenza subclinica di vitamina D (un problema diffuso nelle società occidentali) rappresenta un fattore di suscettibilità agli effetti dell’esposizione a PFAS”.

 

E il sistema endocrino-riproduttivo femminile quanto risente di questi inquinanti ambientali?

I PFAS sono un riconosciuto fattore di rischio per gli esiti avversi in gravidanza, in particolare per il basso peso alla nascita e per l’aborto spontaneo: tali effetti sono dovuti ad interferenza endocrina ed hanno come bersaglio primario l’endometrio e la placenta. Attenzione va data anche al possibile rischio di pre-eclampsia, associabile ai citati effetti protrombotici dei PFAS”.

 

C’è anche un influsso negative sullo sperma?

“Sulla base delle evidenze internazionali che evidenziano un legame dei PFAS alla membrana degli spermatozoi, e vista la possibilità che nelle tecniche di fecondazione assistita tramite iniezione intra-citoplasmatica (ICSI) avvenga una contaminazione da PFAS, si suggerisce la valutazione della concentrazione di PFAS nel liquido seminale di soggetti a rischio e che intendono sottoporsi a fecondazione assistita tramite ICSI”.

 

 

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