Identificati nel Regno Unito, sono un mix di due varianti che può essersi originato da eventi di ricombinazione in individui infettati contemporaneamente da distinte versioni mutate del coronavirus.

 

Dopo le varianti più contagiose e quelle in grado di ridurre l’efficacia degli attuali vaccini anti-Covid, i ricercatori britannici hanno identificato i ricombinanti di Sars-Cov-2, cioè delle nuove versioni del virus costituite da parti di genoma appartenenti a distinte varianti virali. Il team responsabile del sequenziamento e della loro analisi, il Covid-19 Genomics UK Consortium (COG-UK), ha rivelato di aver isolato i primi 8 “ibridi” del virus nel Regno Unito e che questi presentano un mix di sequenze provenienti dalla variante inglese B.1.1.7 e da altre linee evolutive di Sars-Cov-2.

“Le lunghe serie di mutazioni presenti nel genoma di Sars-Cov-2 corrispondono a lignaggi diversi e sono fortemente indicative della ricombinazione del virus” indicano gli studiosi sul sito Virological.org specializzato nell’analisi e nell’interpretazione molecolare e dell’epidemiologia virale. Sei degli otto ricombinanti presentano il gene S della proteina Spike della variante inglese B.1.1.7, con posizione e composizione genetica delle sequenze che, secondo i ricercatori, nel complesso forniscono ulteriori prove a sostegno dell’ipotesi che questi virus abbiano effettivamente avuto origine da eventi di ricombinazione che possono essersi verificati in individui infettati da due diverse varianti contemporaneamente.

“La generazione di un genoma di Sars-Cov-2 ricombinante richiede che un individuo (e la stessa cellula all’interno di quell’individuo) sia co-infettato da due lignaggi geneticamente distinti, consentendo in tal modo che si verifichi la commutazione del modello di Rna. Pertanto – aggiungono gli studiosi – è più probabile che si verifichino eventi di ricombinazione quando la prevalenza (di diverse varianti virali, ndr) è elevata”.

Riguardo alle diverse varianti responsabili delle co-infezioni, i ricercatori hanno scoperto che a ricombinare con B.1.1.7 sono stati diversi lignaggi, tra cui B.1.36.17, una variante mutata che è stata riscontrata oltre 100 volte nel Sud-Est del Regno Unito. “Il carattere genetico distintivo della variante B.1.1.7 (che comprende 22 mutazioni nel genoma rispetto al lignaggio ancestrale B.1.1) ha facilitato l’identificazione dei ricombinanti” precisa il team di ricerca, sottolineando che la ricombinazione è un evento frequente e ben documentato nell’evoluzione molecolare dei coronavirus e, in particolare, nel sottogenere Sarbecovirus cui appartiene Sars-Cov-2.

La comparsa di genomi ricombinanti non ha dunque sorpreso i ricercatori che, almeno per ora, non temono particolari ripercussioni’ sull’andamento dei contagi. “Non avranno implicazioni immediate nella traiettoria della pandemia – rassicurano – . La ricombinazione della variante B.1.1.7 (identificata come “variante di preoccupazione”) è il risultato di processi che, allo stesso modo in cui le sostituzioni di amminoacidi sono per lo più dovute a errori nella replicazione senza necessariamente mostrare effetti fenotipici, nella maggior parte dei casi è semplicemente il risultato di processi intra-ospite che si verificano in ogni infezione”.

 

 

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