La task force di esperti, sebbene rinnovata dal governo, non fa conoscere ai cittadini i metodi con cui opera e prende decisioni cruciali sulla loro vita: perché?

 

Ci sono delle novità sui membri del Comitato Tecnico Scientifico che da più di un anno si occupa della pandemia di coronavirus nel nostro Paese, con l’ingresso di nuovi esperti voluto dal nuovo governo. Senza entrare nel merito delle nomine, ci sono però molte altre cose che i cittadini vorrebbero sapere su questo ente preposto alla nostra sicurezza, dato che le sue decisioni influenzano vita e lavoro di tutta la popolazione.

Per oltre un anno, infatti, abbiamo subito i decreti emanati sulla base delle indicazioni fornite dal CTS, ma senza sapere come queste in sostanza vengano prese. I cittadini infatti dovrebbero avere il diritto di conoscere i metodi applicati e che stano alla base di tali scelte, dato che hanno il dovere (che poi è un obbligo) di attenersi alle regole che ne scaturiscono.

Le domande che vorremmo porre al CTS riguardano i metodi e i criteri scientifici utilizzati. Se si parla infatti di grandi numeri è implicito che ci debba essere una procedura statistica e matematica per stimare prima –  e valutare dopo – l’incidenza dei provvedimenti proposti sui parametri che fanno scattare i livelli di allarme: persone positive, in terapia intensiva, ricoverati, deceduti, indice RT e così via. Proprio quella che vorremmo conoscere.

Cioè, per dirla in modo semplice, come vengono effettuati questi calcoli? Per essere più precisi: di quanto riduce il numero di decessi il passaggio da zona gialla ad arancione o rossa? E di quanto diminuiscono i posti letto nelle terapie intensive applicando il coprifuoco dalle 22 alle 5? E se fosse anticipato di due ore quale sarebbe al percentuale di vite salvate in più o in meno? E ancora: il dimezzamento dell’operatività di bar e ristoranti a quanti positivi in meno corrisponde grossomodo, e a quanti decessi in meno? Vi sono delle stime? Come sono state fatte? Tutto questo non viene comunicato dal CTS per ragioni ignote.

In sostanza, ci vorrebbero delle risposte da parte del Comitato per far vedere come lavora, liberando i cittadini dal sospetto che l’unico modus operandi segua la banale logica: meno gente in giro uguale meno contagi, uguale meno positivi, uguale meno ricoveri, uguale meno decessi. Che di scientifico, questo, ha ben poco.

Inoltre, le chiusure serali e i coprifuoco sembrano essere stati istituiti al solo scopo di impedire la movida e lo stazionamento fuori da locali e per strada degli avventori, prevalentemente ragazzi e giovani. Dunque: quali sono i dati che mostrano un pericoloso incremento di contagi tramite queste categorie anagrafiche?  E perché invece l’affollamento sui mezzi pubblici diurno non produrrebbe gli stessi effetti devastanti? Qualche numero a riprova non sarebbe male darlo.

Dato che sembra tutto così aleatorio, allora perché non proporre anche una regola del tipo: chi è nato nell’anno corrispondente al primo numero che esce sulla ruota di Bari non esce di casa quel giorno? Sembra assurdo o comico? Paradossalmente in questo modo si saprebbe, tramite un calcolo coi dati dell’anagrafe, il numero esatto delle persone viventi che non affollerebbero strade e vie. Ecco, un numero preciso derivato da un criterio almeno.

Non sembra così complicato rispondere a queste semplici domande, eppure finora il CTS ha mantenuto l’assoluto segreto su dati, numeri e metodi. Non si capisce perché.

 

 

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Foto crediti: Envato Elelents (ove non diversamente specificato)

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