Riportati da alcuni volontari della sperimentazione clinica. Ma il virus  può causare affaticamento cronico.

 

“È come avere i postumi di una grande sbornia”, così alcuni volontari che si sono sottoposti ai test hanno descritto alcuni dei presunti effetti collaterali del vaccino covid prodotto dalla casa farmaceutica statunitense Pfizer in collaborazione con l’azienda tedesca BionTech. Ovviamente, come accade sempre in questi casi, lo studio clinico è in doppio cieco, cioè i partecipanti ai test non hanno idea se gli è stato iniettata una sostanza placebo o il vero vaccino, ma alcuni dei volontari britannici che partecipano alla sperimentazione hanno riferito di aver sofferto di effetti collaterali dopo l’inoculazione e credono di aver ricevuto la dose effettiva dell’antidoto.

Tra di loro Glenn Deshields, 44enne di Austin, Texas, che ha detto di aver fatto un test degli anticorpi tramite il suo medico e che è risultato positivo. L’uomo ha descritto gli effetti collaterali paragonandoli a una sbornia ma si è detto anche felicissimo dell’annuncio di Pfizer e BionTech sull’efficacia del vaccino.

Le due aziende hanno spiegato che dall’analisi preliminare il loro vaccino può impedire a oltre il 90% delle persone di contrarre il Covid-19 e prevedono, quindi, di richiedere l’approvazione di emergenza per utilizzare il vaccino entro la fine di novembre dando il via libera all’uso già da dicembre. Pfizer ritiene che sarà in grado di fornire 50 milioni di dosi entro la fine di quest’anno e circa 1,3 miliardi entro la fine del 2021.

Sintomi più comuni invece per un’altra volontaria Carrie, 45enne del Missouri che ha ricevuto la sua prima vaccinazione a settembre e la seconda il mese scorso. Ha detto di aver sofferto di mal di testa, febbre e dolori in tutto il corpo dopo la prima dose e degli stessi sintomi ma più pesanti dopo la seconda. Anche lei, però, si è detta felice di aver potuto contribuire a questi test che poterebbero ora rivelarsi fondamentali per lottare contro la pandemia da coronavirus. Lo stesso animo che ha pervaso anche altri volontari a cui però probabilmente è stato somministrato placebo visto che poco dopo si sono ammalati di Covid.

Pfizer dal suo canto ha confermato che BNT162, questo il nome del vaccino in sperimentazione, non ha fatto registrare effetti avversi gravi nei partecipanti, circa 43.000 persone a cui è stato somministrato. Nel precedente studio sono stati rilevati soltanto febbre e dolore nel sito dell’iniezione, effetti collaterali comuni per qualunque vaccino, anche quello che ogni anno si fa contro l’influenza.

La momentanea sbornia dopo il vaccino non è certo paragonabile a quella fatica che assilla il 50% dei guariti e che non se ne va per mesi. Sottoponendo a specifici test un gruppo di pazienti guariti dalla Covid-19, l’infezione provocata dal coronavirus SARS-CoV-2, un team di ricerca irlandese ha determinato che circa il 50 per cento di essi sperimentava affaticamento persistente. La fatica cronica era indipendente dalla gravità della malattia. Più esposti le donne (che peraltro sono colpite meno e di solito anche quelle che guariscono di più) e chi aveva avuto una storia di ansia e depressione.

Le conseguenze a lungo termine della Covid-19, l’infezione provocata dal coronavirus SARS-CoV-2, non sono ancora perfettamente comprese dagli scienziati, trattandosi di una nuova patologia, tuttavia col passare del tempo vengono individuati sempre più segni e sintomi legati al contagio. Gli scienziati hanno individuato una vera e propria condizione chiamata “sindrome del Covid lungo” o Long Covid, come dimostrato da uno studio guidato da scienziati del King’s College di Londra, caratterizzata da strascichi che si protraggono per mesi dopo la guarigione. Tra le manifestazioni della Long Covid (di cui abbiamo già scritto e che ora trova conferma) vi è un affaticamento persistente, che può essere equiparato a una sindrome da fatica cronica post-virale o alla fatigue di chi è in cura per un tumore. Un nuovo studio ha rilevato questo sintomo nel 50 per cento dei pazienti coinvolti a diverse settimane dal superamento dell’infezione.

A determinare che l’infezione da coronavirus SARS-CoV-2 possa innescare affaticamento persistente è stato un team di ricerca del Dipartimento di Immunologia dell’Ospedale St. James e del Trinity Translational Medicine Institute presso il Trinity College di Dublino. Gli scienziati hanno sottolineato in un comunicato stampa che la stanchezza è una manifestazione comune fra coloro che sviluppano sintomi in seguito al contagio, ma che non erano finora ben note le conseguenze a lungo termine.

È stato possibile grazie al loro studio, disegnato ad hoc, che ha coinvolto circa 130 persone, tutte infettate dal coronavirus e trattate in regime ambulatoriale o ricoverate presso l’Ospedale St. James. I partecipanti erano in maggioranza donne (55 per cento) e l’età media era di circa 50 anni. I volontari sono stati seguiti per un periodo più o meno lungo in base al tipo di trattamento ricevuto, e sono stati tutti sottoposti a test standardizzati in grado di evidenziare la presenza di fatica cronica. Incrociando tutti i dati è emerso che, a sei settimane dalla guarigione dalla fase acuta della Covid-19, poco più del 52 per cento dei partecipanti presentava affaticamento persistente, sulla base del punteggio ottenuto nella Chalder Fatigue Scale (CFQ-11). Il 42,2 per cento ha invece dichiarato di essersi completamente ripreso dall’infezione.

Gli scienziati sottolineano che non c’era alcuna correlazione tra la gravità della malattia e lo sviluppo della fatica cronica, quindi può manifestarsi anche in chi sviluppa sintomi lievi. Le donne e chi aveva avuto una storia di ansia e depressione erano le categorie a rischio maggiore di sperimentare la condizione. In un articolo pubblicato su The Conversation alcune settimane addietro, Frances William del King’s College di Londra aveva dichiarato che la stanchezza persistente rilevata in diversi pazienti coinvolti nel “Covid Symptom Study” era legata anche al trauma della pandemia.

“Le persone che hanno combattuto con la Covid-19 hanno avuto più di una semplice infezione virale. La loro malattia si è verificata durante un cambiamento sociale senza precedenti, quando sono state imposte restrizioni agli spostamenti e in un momento di grande ansia e rischi difficili da quantificare, il tutto accompagnato da notizie continue 24 ore su 24”, ha sottolineato l’esperto. Tutto questo non ha fatto altro che esacerbare e prolungare gli strascichi dopo la guarigione. I dettagli dello studio irlandese “Persistent fatigue following SARS-CoV-2 infection is common and independent of severity of initial infection” sono stati pubblicati sulla rivista scientifica PloS ONE.

 

 

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