L’isolamento sociale, in persone che già tendono a nascondersi, ha contribuito alle ricadute di chi era in cura e al fiorire dei disturbi in pazienti che non ne soffrivano prima. Anche tra i giovanissimi.

 

La natura dei disturbi alimentari è proprio quella di mostrarsi, all’inizio, con segnali difficilmente riconoscibili. Ci sono, però, alcuni campanelli di allarme. Una netta modificazione del comportamento alimentare che può anche partire dallo scegliere abitudini alimentari più “sane”.

Si tende, per esempio, a mangiare meno del solito giustificando il proprio comportamento (“ho già mangiato”, “fa caldo”, “ho male allo stomaco”, “non mi sento bene”). A volte il cibo diventa una vera ossessione e lo si “cerca” ovunque, dalle ricette nei programmi tv ai foodblogger.

Cambia l’attenzione al proprio corpo e, in particolare, ci si concentra su alcune parti (pancia, glutei e gambe), iniziando spesso una erronea ed estenuante attività fisica atta a modificare la forma. A volte ci si accorge che la persona che soffre di questi disturbi passa più tempo in bagno e questo perché compaiono alcune condotte eliminatorie, come il vomito autoindotto o l’uso di lassativi e diuretici.

Tutto ciò è aumentato a causa dei lockdown per contrastare la pandemia. E ora lo dimostrano studi che si sono dedicati a questo aspetto: le conseguenze del lockdown sull’alimentazione e sui corretti stili di vita. Dispense piene, molto più tempo da trascorrere in casa, rapporti sociali interrotti. È stato anche questo il lockdown, che ha portato con sé una serie di effetti sulle nostre abitudini e sul rapporto con il cibo. Anche nei bambini e negli adolescenti, ancora sotto stress tra le incognite sul rientro a scuola, dispositivi e regole di prevenzione e distanziamento forzato dai loro coetanei.

Durante i primi mesi di pandemia e, in particolare, durante il lockdown l’attenzione clinica verso questi disturbi è cresciuta e da diversi osservatori in Paesi diversi si è assistito a un “importante incremento di richiesta di aiuto”.

La pandemia sembra non solo aver esacerbato alcuni casi già noti, ma anche aver messo in luce una “epidemia” di disturbi alimentari, in particolare nei bambini e negli adolescenti. Stime non confermate parlano di un incremento del 20% delle nuove diagnosi.

Secondo uno studio pubblicato di recente sull’International Journal of Eating Disorders e condotto su oltre mille pazienti tra Olanda e Stati Uniti i DCA (Disturbi del comportamento alimentare), come anoressia e bulimia, nelle persone che già ne soffrivano prima del lockdown, si sono aggravati. “Lo studio – dice Cynthia Bulik, esperta di disturbi alimentari presso l’Università del Nord Carolina e Istituto Karolinska di Stoccolma – indica che molti pazienti anoressici hanno ristretto ulteriormente la propria alimentazione, mentre pazienti con bulimia nervosa hanno riferito un aumento degli episodi di ‘binge eating’ (abbuffate compulsive). Un paziente su tre ha raccontato di aver visto peggiorare i propri sintomi. L’isolamento sociale, in persone che già tendono a nascondersi, ha contribuito alle ricadute di chi era in cura e al fiorire dei disturbi in pazienti che non ne soffrivano prima. Anche tra i giovanissimi”.

D’altronde, i disturbi alimentari si manifestano in modo diverso a seconda dell’età, ma ci sono delle tendenze ormai confermate. Per quanto riguarda l’anoressia, per esempio, ne soffrono ragazzini sempre più giovani (13-15 anni) e coinvolge sempre più pazienti di sesso maschile, con una maggiore difficoltà nel riconoscere il quadro clinico.

In questo contesto il lockdown ha peggiorato la situazione. A maggio il nostro Istituto Superiore di Sanità aveva già sottolineato i pericoli: “L’isolamento sociale – spiegano gli psicologi – può aumentare il rischio di ricaduta o peggiorare i disturbi dell’alimentazione per diversi motivi. La paura di un contagio, per esempio, si associa spesso alla sensazione di non avere il controllo della situazione, che conduce a un ulteriore aumento delle restrizioni alimentari o, all’opposto, a un aumento degli episodi di alimentazione incontrollata”.

Il ruolo del lockdown è stato anche evidenziato dai risultati di uno studio pubblicato sulla rivista Psychiatry Research da un team di ricerca dell’Anglia Ruskin University di Cambridge, nel Regno Unito, che ha esaminato il comportamento e le abitudini alimentari di 319 clienti di un club benessere durante l’estate del 2020. Gli studiosi avevano già eseguito un’indagine analoga nel 2019 e hanno quindi valutato l’impatto delle restrizioni introdotte nella primavera del 2020 nei partecipanti allo studio (età media 37 anni, 84% donne).

Per l’analisi è stato utilizzato un questionario sull’atteggiamento alimentare, chiamato EAT-26, che ha previsto risposte a domande relative ad affermazioni del tipo “Sono terrorizzato dall’essere sovrappeso”, “Ho un impulso a vomitare dopo i pasti” e “Mi sento estremamente in colpa dopo aver mangiato”. I riscontri hanno permesso agli studiosi di rilevare un aumento significativo dei punteggi medi di EAT-26 dopo il lockdown, suggerendo un maggiore livello di comportamenti alimentari morbosi, come l’anoressia e la bulimia.

“Non possiamo dire con certezza che la responsabile di questo aumento dei comportamenti associati ai disturbi alimentari sia la pandemia di Covid-19 – afferma Mike Trott, ricercatore dell’Anglia Ruskin University e primo autore dello studio –. Tuttavia, sappiamo che le persone spesso usano il cibo per affrontare lo stress e chiaramente in tanti sono stati colpiti da eventi stressanti e cambiamenti significativi negli ultimi 12 mesi”.

Allo stesso tempo, lo studio ha anche indicato che i livelli di esercizio fisico individuale sono aumentati da 6,5 ore a settimana nel 2019 a 7,5 ore a settimana dopo il lockdown. “Potrebbe essere che i partecipanti al nostro studio fossero desiderosi di ricominciare le loro routine di esercizio dopo il lockdown e recuperare il tempo perso allenandosi di più – aggiunge Trott –. Indipendentemente dai motivi, ci sono molti benefici per la salute fisica e mentale nell’esercizio fisico regolare, quindi questo è un risultato positivo”.

Ancora non sono chiari i fattori scatenanti legati nello specifico alla pandemia e al lockdown, anche se si possono avanzare alcune ipotesi medico-scientifiche. Alcune caratteristiche individuali, come la precisione estrema, tratti del temperamento, la disregolazione emotiva, l’approccio all’alimentazione, la tendenza a sovrappeso o sottopeso, la storia di disturbi alimentari in famiglia, sembrano essere fattori di predisposizione.

Un altro lavoro sulla rivista Nature Reviews Endocrinology firmato da esperti delle Università di Copenaghen e Aarhus University ha mostrato anche che la quarantena può favorire l’obesità. A livello psicologico scattano gli stessi meccanismi che si riscontrano nei casi bulimia e anoressia? Spesso i meccanismi alla base sono sovrapponibili: disregolazione emotiva, noia per la lunga permanenza in casa, scarso esercizio fisico e stravolgimento dei normali bioritmi hanno favorito anche molti dei casi di sovrappeso marcato, pure nei giovanissimi con conseguenze che probabilmente dovremo affrontare nei mesi futuri.

Ora, però, è necessario tornare alla normalità evitando che l’eccezione diventi una cattiva regola. Il lento ristabilirsi dei ritmi lavorativi e scolastici favorirà naturalmente la ripresa di abitudini più consone, comprese quelle alimentari. Il cibo e la tavola rappresentano un luogo di convivialità anche all’interno delle famiglie. Favorire pasti regolari e col giusto apporto di nutrienti, uno scambio emotivo ed affettivo, recuperare cibi sani e un buon dialogo ci riporteranno lentamente alla normalità. Gli adulti hanno il compito di tenere sott’occhio campanelli d’allarme e sintomi insidiosi.

 

 

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