Editoriale di Alessandro Barbano sul Corriere dello Sport-Stadio del 13 ottobre 2020.

 

Qual è l’evidenza scientifica dei contagi da calcetto? La risposta è: nessuna. Se per scientifica s’intende un’indagine in grado di provare che focolai di Covid 19 siano stati causati in Italia o nel mondo da sport amatoriali di contatto. Il divieto imposto dai virologi al governo, e dal governo ai cittadini, si fonda invece su quello che potremmo definire il buon senso scientifico, e cioè la convinzione dei consulenti del Comitato tecnico che il calcetto porti ad aumentare la quantità di particelle di saliva che vengono espulse con il respiro.

Il fatto è che il buon senso scientifico talvolta produce paradossi non spiegabili. Perché da oggi si ferma il calcetto all’aperto e si lascia invece che l’attività in palestra prosegua. Non sappiamo se i virologi del Cts frequentino alcune palestre italiane, dove in un ambiente di pochi metri quadrati, in condizioni di areazione inadeguata, più persone sollecitano la respirazione, e quindi l’espirazione, con il rischio che un effetto di pseudonebulizzazione delle goccioline di saliva trasferisca il virus da un organismo all’altro.

Non mancano peraltro studi che provano la trasmissione del contagio negli ambienti chiusi. Lo ricordano, in una lettera pubblicata il 5 ottobre scorso su Science, sei studiosi americani, tra cui un epidemiologo considerato un autorità come Linsey Marr, docente della Virginia Tech. I virus contenuti nella saliva – spiegano gli scienziati – cadono a terra in pochi secondi entro 2 metri dalla sorgente, e possono essere spruzzati come piccole palle di cannone sulle persone vicine. Ma sul contagio all’aperto si ritiene invece che il rischio sia molto inferiore. Non a caso la virologa Maria Rita Gismondo, intervistata nella pagina a fianco da Mario Pappagallo, definisce pericolosi i contatti prolungati all’aperto per oltre 15 minuti, a una distanza inferiore a un metro e mezzo. Se queste cautele valgono, non c’è motivo di vietare un’attività come il calcetto, in cui i contatti sono rapidi e intermittenti, con un rischio che ne consegue molto limitato.

A noi sembra che i nuovi divieti introdotti dal governo colpiscano la socialità familiare e domestica, nella convinzione che l’interruzione di incontri in casa, feste private e attività sportive amatoriali non abbia conseguenze economicamente rilevanti. Mentre si tutela ancora una socialità per così dire pubblica, come lo sport in palestra, perché impatta maggiormente sul Pil. Questa però è una strategia della mortificazione, che non è priva effetti depressivi anche da un punto di vista economico, perché contribuisce ad abbassare l’umore di una comunità. E suscita irritazione. Perché, come spiega Enrico Bucci, docente alla Temple University di Philadelphia, nel libro “Scimmie al Volante” di Marco Mensurati e Fabio Tonacci – declina generici scenari di allarme in precauzioni prive di fondamento scientifico. Dimostrando che l’unica consapevolezza che anima le scelte del governo è che “siamo stati, e siamo tuttora, impreparati” ad affrontare la pandemia.

Infatti: i posti di terapia intensiva aggiuntivi, annunciati nei mesi scorsi, sono in parte ancora indisponibili. Per fare un tampone in alcune regioni bisogna mettersi in fila per dieci ore davanti agli ambulatori ospedalieri. Fioccano le denunce di cittadini positivi, che restano isolati in casa senza alcuna assistenza delle Asl. La medicina di territorio in gran parte d’Italia è carente, quando non del tutto assente. Se siamo di nuovo chiamati a un lockdown mascherato, è perché troppo poco è cambiato nell’organizzazione e nella risposta del sistema sanitario. E mentre il governo rinuncia inspiegabilmente ai fondi del Mes, con i quali potrebbe rigenerare una sanità inefficiente, i costi dell’impasse politico vengono scaricati sui cittadini.

 

 

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Foto crediti: Envato Elelents (ove non diversamente specificato)

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