Ora è l’occasione per la Lombardia di diventare laboratorio per una sanità universale.

 

La Lombardia sta anche cercando di rimediare all’errore fatale di aver aperto le Rsa ai malati Covid. Ieri l’assessore al Welfare Giulio Gallera ha dichiarato che entreranno nelle Rsa solo soggetti non positivi: gli anziani che entreranno verranno sottoposti a test sierologici e tamponi. Difende la delibera dell’8 marzo, oggi oggetto di inchiesta, in cui si stabiliva che i malati Covid meno gravi potessero essere ospitati dalle strutture per anziani per alleggerire i malati. Tuttavia nei fatti viene superata, così come quella del 30 marzo, che stabiliva che gli ultra 75enni con più patologie dovessero essere ospitati nelle Rsa e non negli ospedali. Scelte che si sono rivelate fatali per il contagio e la mortalità tra ultrasettantenni: in alcuni casi, come nel Pio Albergo Trivulzio, la mortalità ha superato di oltre il 60% quella dell’anno precedente.

E soprattutto sarebbe ora che, se non lo si vuole fare pubblicamente, si lavassero i panni sporchi. Perché in un sistema a convenzione occorrono rigidi controlli (possibilmente indipendenti da conflitti di interesse, sia di appartenenza politica sia accademici o economici) di come sono organizzate e funzionano le strutture a cui si delega la sanità e il welfare. La delibera dell’8 marzo può anche essere difesa ma che le Rsa non fossero in grado di tutelare gli assistiti qualcuno l’avrebbe dovuto sapere.

Comunque, il super modello di sanità lombardo sarebbe da riscrivere, completamente no ma quasi sì. È quello che emerge dopo quasi quattro mesi di emergenza Covid. Implicitamente lo stanno ammettendo anche gli stessi vertici della Regione che stanno lavorando a nuove scelte politiche, tra cui la creazione di una task force che affianchi l’organizzazione sanitaria e chi ne ha in mano le chiavi.

Molti i problemi che sono venuti al pettine. E soprattutto pesa il confronto con un’altra Regione del Nord, politicamente affine, ossia il Veneto. Mentre, a livello generale, la riflessione è che a volte far quadrare i conti nella sanità (e la Lombardia finora è stata Regione ricca e virtuosa) non può passare per scelte la cui ricaduta è sulle spalle dei cittadini e di chi lavora in prima linea, senza calcoli ma con rischi moltiplicati.

Non ci sono solo le inchieste giudiziarie (dalla gestione delle Rsa ai test sierologici acquistati senza gara, alla ormai famosa zona rossa che rossa non era di Bergamo), nelle quali si cercano colpevoli. C’è anche, pesante, il problema politico. Il sistema “scricchiola”. Le questioni da riformare sono la medicina territoriale e di prevenzione, che si è dimostrata fragile, il personale sanitario, poco di fronte alle emergenze, la mancanza di terapie intensive (problema nazionale). Le Asl sostituite da grandi aziende a trazione ospedaliera (le Asst) che si occupano sia dei malati acuti, da ricoverare una tantum, sia dei malati cronici, da seguire costantemente nelle cure. Le Asst si sono rivelate una scelta non in grado di soddisfare i cittadini nei problemi quotidiani, come la medicina del lavoro, l’assistenza agli anziani, il supporto all’infanzia e alla donna, i servizi psicologici. Figurarsi nella gestione di una pandemia. Ma attenzione: il problema non sono le sigle, ma le persone, la politica che le guida, le delibere, gli “ordini di scuderia”. La sanità deve passare veramente a un management scientifico che abbia anche le mani libere per decidere. E non mi si venga a dire dei curriculum eccetera, perché ognuno di noi sa come nel nostro Paese funzionano le regole nei concorsi, nell’accesso alle specializzazioni, ai ruoli di docenza. Le notizie di cronaca al riguardo includono perfino gli esami di ammissione alle facoltà a numero chiuso, qual è la medicina.

Dall’opposizione in Regione si fanno sentire le richieste, spero fatte con la mano sul cuore e non solo per opportunità politiche: “Occorre rivedere il modello esistente, va ripristinato il ruolo della medicina di base e di prevenzione, che non si riassume solo nella figura dei medici generalisti”, afferma Carmela Rozza, consigliera del Pd. Il piano Regionale appena elaborato e inviato al governo prevede, intanto, che oltre alle 900 terapie intensive pubbliche e private se ne aggiungano strutturalmente altre 500 (inoltre devono essere mantenuti almeno fino al 2021 dei centri Covid). Per la medicina territoriale, la Lombardia ha a disposizione adesso 500 milioni di risorse nazionali da utilizzare in parte per le assunzioni di personale infermieristico (occorrono 8 infermieri ogni 50mila abitanti, pertanto verranno fatte circa 1.600 assunzioni).

Ma soprattutto questa è l’occasione per la Lombardia, i suoi politici, i suoi medici e ricercatori, di diventare laboratorio per una sanità universale, sostenibile, dove ovunque (anche nel territorio) si lavori in ottica di ricerca, assistenza e cura e dove ovunque poveri e ricchi godano delle stesse attenzioni e degli stessi trattamenti. Consapevoli che una sanità efficiente può rispettare tutti gli obiettivi, mantenendo i conti in nero. E diventando anche riferimento per pazienti esteri.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *