Dopo le affermazioni di Alberto Zangrillo gli esperti delineano il futuro del coronavirus.

 

“Il virus dal punto di vista clinico non esiste più. Ci metto la firma“. Alberto Zangrillo, direttore di Terapia Intensiva al San Raffaele di Milano, ne è sicuro. E l’affermazione rimbalza su tutti i media online.

La domanda riguardava l’evoluzione del coronavirus, la risposta ha spiazzato l’opinione pubblica. Da dove tale convinzione? “Tale tesi è stata espressa da più esperti, come il professor Clementi e il professor Silvestri: i tamponi eseguiti negli ultimi dieci giorni hanno risultati con una carica virale infinitesimale rispetto ai tamponi eseguiti sui pazienti un mese fa”, risponde Zangrillo.

Le fonti? Uno studio fatto dal virologo direttore dell’Istituto di virologia del San Raffaele, Massino Clementi, e le proiezioni di Guido Silvestri della Emory University di Atlanta. Clementi è anche polemico: “Ci sono catasfrofisti che sembrano quasi augurarsi una seconda ondata del virus. La fase zero si ha dopo 28 giorni senza contagi, per ora in Europa è successo solo in Slovenia”. E Zangrillo ribadisce: “Oggi è il 31 maggio e circa un mese fa sentivamo epidemiologi temere per la fine del mese e inizio giugno una nuova ondata e chissà quanti posti di terapia intensiva da occupare. In realtà il virus dal punto di vista clinico non esiste più”.

 

Ma allora che fine farà il virus del Covid-19?

Zangrillo: “Ci sono le premesse che come accaduto già con i suoi “cugini” causa di Sars e Mers, il virus possa scomparire a breve nel prossimo periodo”. E replica anche alla Grecia che riapre le frontiere ma non all’Italia: “Lo dico consapevole del dramma che hanno vissuto i pazienti che non ce l’hanno fatta. Non si può continuare a portare l’attenzione in modo ridicolo come sta facendo la Grecia sulla base di un terreno di ridicolaggine, che è quello che abbiamo impostato a livello di comitato scientifico nazionale e non solo, dando la parola non ai clinici e non ai virologi veri.

 

Per Zangrillo quindi la paura del Coronavirus è ormai alle spalle. Ma è davvero così?

Per il 90% dei virologi e degli infettivologi non scomparirà per sempre ma non farà più i danni fatti nel momento del picco pandemico e che sta ancora facendo laddove ha iniziato dopo la sua azione. È diffusa l’opinione che alla fine diventerà causa di un normale raffreddore. Resta il fatto che “dobbiamo mantenere basso il livello di trasmissione, come ora che l’indice è pari a 0,3-0,4. Perché il Coronavirus si propaga ancora velocemente con gli asintomatici”, dice Stefano Vella, docente all’Università Cattolica di Roma, già direttore del Centro per la salute globale all’Istituto Superiore di Sanità, e presidente dell’International Aids Society negli anni della scoperta dei primi antiretrovirali. E in un certo senso replica indirettamente a Zangrillo: “Le misure, di certo, hanno smorzato l’epidemia, le terapie intensive si svuotano perché abbiamo imparato a trattare prima e meglio l’infezione. Che il virus sia indebolito, personalmente ho qualche dubbio, aspetto le prove, per me circola ancora ed è pronto a rialzare la testa. Ma evitiamo di seminare il terrore. Nella fase della convivenza con il virus manteniamo gli accorgimenti igienici e il distanziamento sociale, senza cambiare radicalmente le nostre abitudini”.

 

Per l’HIV-AIDS, in realtà, non si è riusciti ad azzerare i contagi, a che punto siamo?
“Oggi in Italia abbiamo 160mila persone che convivono con il virus HIV, procediamo al ritmo di quattro-cinquemila nuove infezioni all’anno. La svolta è venuta con farmaci che l’hanno resa una malattia cronica, ma abbiamo avuto 45 milioni di morti nel mondo per Aids. Quella è una malattia che non si attacca per strada con il primo venuto, come un virus respiratorio, richiede prevenzione nei comportamenti sessuali ma nessun lockdown”.

 

La nostra società sembra però ancora paralizzata dalla paura del Sars-CoV-2?
“Adesso è più vero che ce la faremo, perché abbiamo capito come fermarlo. Però la Corea, esempio virtuoso, ha avuto contagi di importazione in questi giorni, in un soffio sono riesplosi i casi, ha dovuto chiudere di nuovo. Dobbiamo tranquillizzare con cautela. Ma si può dire che la gente si stanca se la stressiamo troppo, e poi smette di proteggersi, come successe per l’Aids: a un certo punto le persone allentano le precauzioni nonostante gli appelli alla prudenza. Noi ora dobbiamo mantenere l’indice Rt sotto a uno. Deve rimanere ai livelli di questi giorni, nessun ‘tana liberi tutti’, perché il virus cerca ancora gente da infettare. Si è visto che la mascherina e le distanze funzionano, quindi diamo speranze. Ma questa rimane una pandemia globale, non possiamo pensare di risolverla solo a casa nostra”.

 

E la mascherina, tanto vituperata da parte della scienza all’inizio, ora sembra strumento preventivo vincente. Come mai?

Uno studio pubblicato di recente su Science ha confermato che le mascherine riducono la trasmissione del coronavirus. In un articolo scritto da Kimberly Prather e i colleghi dell’University of California San Diego, i ricercatori hanno ribadito come i dispositivi di protezione sono una barriera fisica essenziale, riducendo il numero di particelle virali nel respiro di una persona asintomatica.

E ora che si riaprono i confini, quali rischi?
Vella: “Riprendiamoci la nostra vita continuando ad applicare le cautele che abbiamo visto funzionare. Nella lotta al Coronavirus l’indice di trasmissione attuale 0,3-0,4 va considerato un grande risultato, che però dobbiamo mantenere anche ora con le riaperture e la ripresa dei voli, monitorando passo passo e spegnendo immediatamente eventuali focolai. Sia di monito quanto sta accadendo in Corea del Sud”.

 

C’è il problema tamponi e test sierologici che in Italia sono stati sempre pochi. Forse per motivi economici.

Di certo mentre gli italiani vorrebbero farli per sentirsi più sicuri, siamo ben lontani da altri Paesi nei numeri. Mai come la Cina che sta concludendo oggi la tamponatura di tutti gli 11 milioni di abitanti della città di Wuhan. In Italia invece è stata bassa anche l’adesione ai test sierologici (150 mila) previsti per lo studio Istat e per le ricerche epidemiologiche. Secondo i dati comunicati dalla CRI, nei primi giorni solo il 15% ha dato una prima risposta positiva anche se si è preso qualche giorno per valutare. Oltre il 60% dei cittadini contattati, invece, ha chiesto di essere richiamato nei prossimi giorni per vari motivi. Questione di fiducia? Forse.

 

Come fare allora?
Per esempio approfittare di eventi come la riapertura del calcio, se a stadi aperti, per sottoporre i tifosi entranti a test sierologici (ci vogliono pochi minuti per il prelievo) nel mentre entrano distanziati e sottoposti al termo-scanner. Basterebbero punti della Croce Rossa fuori degli accessi. Anche per il Rigoletto a piazza di Siena a Roma si potrebbe approfittare dell’evento. Dal calcio e dal mondo dello spettacolo se ben coordinato potrebbe arrivare un aiuto concreto alla scienza italiana.

 

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