La diatriba tra il Pirellone e Nino Cartabellotta della Fondazione Gimbe.

 

“Gravissime, offensive e soprattutto non corrispondenti al vero”. Così la Regione Lombardia commenta, in una nota, le parole del presidente della Fondazione Gimbe Nino Cartabellotta che, in un’intervista al Corriere della Sera e in un’altra a Radio 24, parlando della Lombardia, ha sostenuto che “si combinano anche magheggi sui numeri”.

La replica: “In Lombardia i dati sono pubblicati in modo trasparente. Nessuno, a partire dall’Iss, ha mai messo in dubbio la qualità del nostro lavoro. È inaccettabile ascoltare simili affermazioni che ci auguriamo siano rettificate da chi le pronunciate”.

Segue la decisione di querelare la Fondazione. “Regione Lombardia, attraverso il proprio ufficio legale, ha deciso di presentare una querela contro la fondazione Gimbe e il suo presidente Nino Cartabellotta”. Si tratta di “un atto inevitabile dopo quanto affermato dal presidente della fondazione che, parlando dei dati sanitari della Lombardia, ha dichiarato, fra l’altro, che ‘si combinano anche dei magheggi sui numeri’”. Si tratta di “accuse intollerabili e prive di ogni fondamento – si legge nella nota – per le quali il presidente di Gimbe dovrà risponderne personalmente. I nostri dati, come da protocollo condiviso da tutte le Regioni, vengono trasmessi quotidianamente e con la massima trasparenza all’Istituto Superiore Sanità”.

Sì, ma attenzione a entrare nel circuito delle polemiche, anche perché al momento non risulta che, come si dovrebbe fare, vi siano controlli centrali sui dati inviati quotidianamente. E in sanità spesso ai controlli corrispondono sorprese.

 

Ma che cosa ha detto Cartabellotta, che conosco personalmente e reputo persona affidabile?

Cartabellotta ha detto: “In Lombardia si sono verificate troppe stranezze negli ultimi tre mesi: soggetti dimessi che venivano comunicati come guariti alla Protezione civile e andavano ad alimentare il cosiddetto silos dei guariti, alternanza e ritardi nella comunicazione e trasmissione dei dati che sarebbe stata giustificata nella prima fase e molto meno ora. Come se ci fosse la necessità di mantenere sotto un certo livello il numero dei casi diagnosticati”.

 

Perché si sarebbero comunicati dati non corretti?

Perché si avvicina la data della riapertura delle Regioni e il motore economico del Paese potrebbe rischiare di stare chiuso un po’ più degli altri.

 

Secondo l’analisi della Fondazione Gimbe, Lombardia, Piemonte e Liguria, non sono pronte, dal punto di vista epidemiologico, alla riapertura. Su quali basi?

Dice Cartabellotta: “Le analisi post lockdown da noi effettuate dimostrano che in queste tre Regioni si registra la percentuale più elevata di tamponi diagnostici positivi e il maggior incremento di nuovi casi. E questo dopo aver valutato tre elementi nel periodo 4-27 maggio: percentuale di tamponi diagnostici positivi, tamponi diagnostici per 100mila abitanti, incidenza di nuovi casi per 100mila abitanti.

 

E che cosa sarebbe emerso?

Lombardia, Piemonte, Liguria, Puglia ed Emilia-Romagna risultano superiori alla media nazionale per quanto riguarda la percentuale di tamponi diagnostici positivi, ma anche per l’incidenza di nuovi casi per 100.000 abitanti: rispetto alla media nazionale, la Lombardia ne ha 96, la Liguria 76 e il Piemonte 63. “Il governo – commenta Cartabellotta – a seguito delle valutazioni del Comitato Tecnico-Scientifico si troverà di fronte a tre possibili scenari: il primo, più rischioso, di riaprire la mobilità su tutto il territorio nazionale; il secondo, un ragionevole compromesso, di mantenere le limitazioni solo nelle 3 Regioni più a rischio, con l’opzione di consentire la mobilità tra di esse; il terzo, più prudente, di prolungare il blocco totale della mobilità interregionale, fatte salve le debite eccezioni attualmente in vigore”. Negli ultimi 20 giorni la Lombardia ha avuto il 6% di tamponi diagnostici positivi, termine che indica i tamponi fatti per la diagnosi del Sars-Cov-2 ed esclude quelli eseguiti per confermare la guarigione virologica o per la necessità di ripetere il test. Un numero “particolarmente rilevante”, insieme a quello della Liguria, pari al 5,8%. A fronte di una media nazionale del 2,4% di tamponi diagnostici positivi, le altre Regioni che ne hanno una percentuale più alta della media sono il Piemonte (con il 3,8%), la Puglia (3,7%) e l’Emilia-Romagna (2,7%).

 

La Lombardia non sarebbe pronta per quattro motivi, secondo gli analisti Gimbe. Quali sono?

Il primo: la percentuale di positivi al giorno è più alta di quella che viene comunicata. Per capire la reale incidenza dei nuovi casi sul numero di tamponi eseguiti non bisogna prendere, come invece viene fatto nei comunicati quotidiani, il totale dei tamponi, ma solo dei diagnostici, escludendo cioè quelli eseguiti per confermare la guarigione virologica o per necessità di ripetere il test. Così facendo il quadro cambia: nella settimana tra il 4 e il 27 maggio, la percentuale di tamponi diagnostici positivi in Lombardia (6%) è superiore alla media nazionale (2,4%). L’ultimo dato comunicato dalla Lombardia è invece dell’1,7%. Situazione critica anche per Liguria (5,8%) e, in misura minore, per Piemonte (3,8%), Puglia (3,7%) ed Emilia-Romagna (2,7%).

 

E il secondo motivo?

Il numero dei positivi è sottostimato, perché manca ancora un tamponamento massiccio. I tamponi diagnostici per 100 mila abitanti in Lombardia sono 1.608, poco sopra la media nazionale di 1.343. Contro i 4.076 della Valle d’Aosta e i 4.038 della Provincia Autonoma di Trento, le Regioni che ne fanno di più. Il Veneto è a 1.800. Ora il dubbio è: quanti sarebbero davvero i casi se la Lombardia facesse un tamponamento massiccio?

 

Terza osservazione critica?

I nuovi casi giornalieri, per 100 mila abitanti, sono il triplo della media nazionale, ma sono i meno noti. L’incidenza di nuovi casi per 100.000 abitanti, rispetto alla media nazionale (32), è nettamente superiore in Lombardia (96). Seguono Liguria (76) e Piemonte (63). Se il dato del Molise (44) non desta preoccupazioni perché legato a un recente focolaio già identificato e circoscritto, quello dell’Emilia-Romagna (33) potrebbe essere sottostimato dal numero di tamponi diagnostici (1.202 per 100.000 abitanti) ben al di sotto della media nazionale (1.343). “Al di là dei bollettini ufficiali, i dati che preoccupano per la Lombardia, sono i meno noti”.

 

A 23 giorni dall’allentamento del lockdown, dunque, la curva del contagio non è adeguatamente sotto controllo in Lombardia, Liguria e Piemonte?

Gimbe conferma: in queste Regioni si rileva la percentuale più elevata di tamponi diagnostici positivi, il maggior incremento di nuovi casi, a fronte di una limitata attitudine all’esecuzione di tamponi diagnostici. In Emilia-Romagna, una propensione ancora minore potrebbe distorcere al ribasso il numero dei nuovi casi.

 

Infine, quale il quarto punto critico?

La Lombardia sovrastima i guariti perché li comunica insieme ai dimessi di cui non è noto lo status di guarigione, clinica o virologica. Ciò fa sì che i 24.037 soggetti oggi potenzialmente infetti in realtà possano essere di più. E ciò, insieme alla limitata propensione all’effettuazione dei tamponi, sottostima il valore dell’indice Rt. Cartabellotta invita la Regione Lombardia a rendere disponibili tutti i suoi dati in formato open “come fanno altre Regioni”. “Per i dimessi non si conosce il loro status di guarigione clinica o virologica e, come ‘casi attivi’ devono restare in isolamento domiciliare”. E aggiunge un quinto punto: “Oltre alla distorsione del quadro epidemiologico nazionale (la Lombardia in alcune fasi dell’epidemia riportava oltre il 50% dei guariti), l’indice Rt utilizzato dal ministero della Salute, è condizionato dai casi chiusi, decessi e guariti. Di conseguenza, se i guariti sono sovrastimati l’Rt si abbassa. A questo va aggiunta la mancata disponibilità dei decessi su base provinciale e comunale”.

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