Ai Giochi Mondiali Militari svoltisi a Whuan molti atleti si sono ammalati con sintomi uguali a quelli del Covid-19.

 

E se il coronavirus si fosse diffuso a Wuhan prima di quanto comunicato ufficialmente? Se avesse contagiato gli atleti che hanno partecipato ai Giochi Mondiali Militari che si sono svolti proprio nella capitale dell’Hubei a fine ottobre?

Ieri sono emerse varie testimonianze di atleti che vi hanno partecipato e che si sono ammalati durante la loro permanenza a Wuhan o in zone limitrofe. Tra il 18 e il 27 ottobre del 2019, infatti, la città cinese ha ospitato la manifestazione sportiva dedicata agli atleti iscritti presso le forze armate di tutti i Paesi. E, guarda caso, è proprio tale manifestazione a essere ora all’esame degli 007 della virologia mondiale, degli scienziati che stanno delineando l’identikit del killer del Covid-19. L’albero genealogico del coronavirus e il momento della sua comparsa sulla scena prima locale poi mondiale. “Di certo – afferma il virologo milanese Fabrizio Pregliasco – stiamo spostando indietro l’orologio del primo caso, sempre che sia possibile ricostruire appieno il percorso di un coronavirus che all’inizio probabilmente era molto meno infettante, meno letale. Era in fase di addestramento nella sua capacità di contagio da uomo a uomo”.

 

La pentatleta francese Elodie Clouvel ha detto ieri di non temere una possibile contaminazione da Covid-19. “Probabilmente io sono positiva”. Perché, da dove deriva questa sua convinzione?

 Racconta: «Penso che con Valentin (Belaud, altro pentatleta) abbiamo già avuto il coronavirus perché eravamo a Wuhan per i Giochi Militari. Ci siamo ammalati, lui ha saltato tre giorni di allenamenti, io ho avuto problemi mai avuti prima. E quando abbiamo parlato con un medico militare, ci ha detto: penso che l’abbiate già avuto perché gran parte della delegazione si è ammalata». La delegazione francese che ha partecipato ai Giochi militari era composta da 406 persone di cui 281 atleti e, in seguito ai sospetti di possibili casi di Covid-19 al ritorno da Wuhan, il Ministero delle Forze Armate, che finora non si era espresso ufficialmente, ha diffuso una precisazione con cui smentisce che alcuni atleti abbiano contratto il virus. «Il Ministero desidera ricordare che quando i Giochi mondiali militari estivi si sono svolti dal 18 al 27 ottobre 2019, a Wuhan, in Cina, l’epidemia legata al Covid-19 non era allora nota – si legge nella nota pubblicata da l’Equipe -. Il primo caso di Covid-19 è stato segnalato dalla Cina all’Oms solo il 31 dicembre, due mesi dopo la fine dell’evento».

«La delegazione francese ha beneficiato del monitoraggio medico, prima e durante i Giochi, con un team dedicato composto da circa venti persone – prosegue il Ministero francese -. Non vi sono stati casi dichiarati, durante e al ritorno dai Giochi, assimilabili, a posteriori, di Covid-19. Finora, per quanto ne sappiamo, nessun altro paese rappresentato all’evento di Wuhan ha segnalato casi simili».

 

In realtà non è vero, anche per gli italiani casi sospetti e numericamente collegabili a un contagio. Perché?

Ai mondiali militari di Wuhan «ci siamo ammalati tutti, 6 su 6 nell’appartamento e moltissimi anche di altre delegazioni. Tanto che al presidio medico avevano quasi finito le scorte di medicine». Così Matteo Tagliariol, uno dei campioni della scherma azzurra racconta quanto accaduto lo scorso ottobre e il possibile contatto col coronavirus già allora. «Ho avuto febbre e tosse per 3 settimane – dice lo spadista azzurro – e gli antibiotici non hanno fatto niente; poi è toccato a mio figlio e alla mia compagna. Il peggio è stato il ritorno a casa. Dopo una settimana, mi è venuta la febbre altissima, sentivo che non respiravo. Il malanno non passava nemmeno con gli antibiotici, sono guarito dopo tre settimane Non sono un medico, ma i sintomi sembrano quelli del covid-19».

 

Ma che cosa è successo tra il 18 e il 27 ottobre del 2019 tra gli atleti presenti nella città cinese poi diventata primo grande focolaio dell’espressione più cattiva del nuovo coronavirus?

Probabilmente il virus ha fatto le prove su soggetti giovani, sani e anche sotto stress sportivo. Facendo una sorta di sondaggio tra varie federazioni sportive militari, nessun collegamento, ma un numero fuori norma di influenzati in quei giorni e anche dopo: alcuni atleti, non pochi, hanno raccontato di aver avuto febbre alta e problemi respiratori dopo esser tornati nel loro Paese di provenienza. Tirando le somme, da dati di ogni singolo Paese e finora non incrociati, tra durante e dopo le cosiddette Olimpiadi militari si riscontra un picco di ammalati riconducibili a diagnosi di influenza, bronchiti, polmoniti e comunque febbre molto alta e brividi, pari a un 20% degli atleti e dei vari addetti delle delegazioni partecipanti.

 

Come sono state fatte le diagnosi?

Non certo ipotizzando un virus, tantomeno con test biologici per il nuovo Coronavirus allora sconosciuto. Vi sono stati anche atleti ricoverati. Cinque atleti stranieri, dei quali non è stata rivelata la nazionalità, sono stati trasportati al City Jinyintan Hospital a causa di “malattie infettive importate e trasmissibili”. Si trattava, secondo il direttore dell’ospedale Zhang Dingyu, di malaria. Filtra però che, fermo restando che non è stata resa nota la nazionalità dei ricoverati, nessuno proveniva, o era passato, in Paesi endemici per la malaria. Di fatto sono stati curati, secondo protocollo, con l’idrossiclorochina, guarda caso un vecchio farmaco per la malaria ma anche uno dei farmaci attualmente in sperimentazione per il Covid-19.

 

C’è poi il caso Sarri, l’allenatore della Juventus che si ammalò gravemente di polmonite virale al suo rientro dal tour bianconero in Cina della scorsa estate. Era coronavirus, o è solo una “bufala” da social?

“Troppo presto l’estate 2019 per il nuovo coronavirus, escluderei il caso Sarri. La gravità è in una polmonite in un grande fumatore. Mentre non escludo affatto quanto accaduto durante i Giochi militari. Avere la certezza scientifica sarebbe un tassello importante”, dice Pregliasco.

 

E si può scoprire?

“Certo – risponde il virologo milanese – basterebbe sottoporre tutti questi atleti e gli accompagnatori a test sierologici. Di sicuro hanno le IgG da coronavirus, che secondo un ultimo studio cinese, tutti i guariti hanno. Forse non immunizzanti, ma indicative che un contagio c’è stato. D’altra parte la data di avvio dell’epidemia si è già spostata indietro di qualche mese. I primi casi, in Francia e in Germania, a dicembre 2019. Migliaia di casi in Lombardia e in Italia già dal 26 gennaio, molto prima del paziente di Codogno. Casi allora diagnosticati come polmoniti senza causa e gravi influenze. Oggi riconducibili al coronavirus. Quindi, già ora possiamo dire con certezza che l’onda epidemica europea era in atto a metà gennaio”.

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *