Senza attuare il lockdown il Paese ha raggiunto il 60% di immunità di gregge.

 

“Chiudere i confini è ridicolo”, questa l’affermazione fatta al governo svedese, a fine gennaio 2020, da parte dell’epidemiologo Anders Tegnell, l’uomo che ha scelto e imposto con la sua determinazione scientifica la strategia anti-coronavirus della Svezia. Criticato dai colleghi di mezzo mondo, in alcuni casi “messo alla berlina” da virologi catastrofisti, che abbiamo anche noi in Italia, Anders Tegnell è ora cercato dai giornalisti di mezzo mondo dopo aver raccontato a Nature il suo approccio, scientifico e non empirico, “basato sulla fiducia” nella nazione, nel suo popolo, per affrontare la pandemia.

Perché Tegnell è diventato una star? Perché la Svezia, senza drammi né gravi impatti economici, ora sta per annunciare il raggiungimento dell’obiettivo: l’”immunità di gregge”, cioè oltre il 60% della popolazione con anticorpi per il coronavirus, da maggio, fine maggio. Primo Paese al mondo e senza ancora un vaccino pronto. Perché né in Cina, né in Corea del Sud, né a Singapore è stato raggiunto questo obiettivo. Impensabile all’inizio anche per la Svezia, ma non per Tegnell che avverte: “Ci sono abbastanza segnali per dimostrare che possiamo pensare all’immunità di gregge. Finora sono stati segnalati pochissimi casi di reinfezione a livello globale.

La domanda ora è: quanto tempo durerà questa immunità di gregge raggiunta? Non lo sappiamo, perché di questo virus sappiamo ancora poco, ma c’è sicuramente ora una risposta immunitaria”. E ora la Svezia è prossima all’uscita dal tunnel, senza i contraccolpi economici che il coronavirus sta avendo in tutto il resto del mondo, perché aziende e uffici sono rimasti sempre aperti.

Ma i critici di Tegnell sono molti. Gli ultimi sono 22 scienziati di alto profilo che la scorsa settimana hanno scritto sul quotidiano svedese Dagens Nyheter che le autorità di sanità pubblica stavano fallendo e di conseguenza hanno esortato i politici a intervenire con misure più rigorose. E hanno indicato l’elevato numero di morti per coronavirus nelle case di cura per anziani e il tasso di mortalità complessivo della Svezia, che sostengono superiore a quello dei vicini nordici: 131 per milione di persone, rispetto ai 55 per milione in Danimarca e ai 14 per milione in Finlandia, Paesi che hanno adottato distanziamento sociale e blocchi ad attività e alla popolazione.

Mentre gran parte dell’Europa ha imposto severe restrizioni alla vita pubblica, la Svezia non si è bloccata o ha imposto rigide politiche di distanziamento sociale. Ha lanciato misure volontarie “basate sulla fiducia”: ha consigliato alle persone anziane di evitare i contatti sociali e ha raccomandato alle persone di lavorare da casa, lavarsi le mani regolarmente ed evitare viaggi non essenziali. Ma i confini e le scuole per i minori di 16 anni sono rimasti aperti, così come molte aziende, compresi ristoranti e bar.

L’architetto dell’approccio della “fiducia” nei cittadini è stato Anders Tegnell, epidemiologo presso l’Agenzia di sanità pubblica svedese, organismo indipendente di consulenza del governo. Nonostante le critiche, e qualche errore di comunicazione, con Covid-19 l’Agenzia di sanità pubblica svedese è andata avanti, e va avanti, con il suo piano di mitigazione dolce della pandemia, senza chiusure né divieti. Il governo di minoranza guidato dal socialdemocratico Stefan Löfven ha rinunciato per ora di avvalersi dei poteri speciali che ha ottenuto dal Parlamento e che saranno in vigore fino al prossimo 30 giugno. Si continua senza lockdown, anche perché come ha detto il vicedirettore dell’Agenzia, Anders Wallensten, in Svezia “il picco è stato raggiunto più di una settimana fa, e ogni giorno registriamo un numero di casi inferiore”.

 

Gli effetti della mitigazione dolce quali sono?

Il 22 aprile i nuovi casi accertati sono stati 194, meno della metà del giorno prima, e quasi un terzo rispetto alla media dell’ultima settimana. Il calo è evidente soprattutto nella capitale, il focolaio principale dell’infezione in Svezia, dove bar e ristoranti sono rimasti sempre aperti anche a Pasqua, con l’unica indicazione di servire solo ai tavoli. Ed è qui che l’Agenzia ha annunciato, sulla base di un test a campione effettuato su 700 persone, di aspettarsi che entro il primo maggio un terzo della popolazione della regione di Stoccolma possa risultare positiva al virus: e parliamo di 600 mila persone. Attualmente i casi di contagio accertati nella capitale sono poco più di 6 mila.

 

Entrando nel merito, qual è la via svedese per contrastare la pandemia?

Come in molti altri Paesi, la Svezia ha mirato ad appiattire la curva dei casi, rallentando il più possibile la diffusione, per evitare il collasso del ​​sistema sanitario e della società. Ma la scommessa è nel metodo adottato. Tegnell: “Questa non è una malattia che può essere fermata o sradicata, almeno fino a quando non viene prodotto un vaccino funzionante. Dobbiamo trovare soluzioni a lungo termine che mantengano la distribuzione dell’infezione a un livello decente. Le leggi svedesi sulle malattie trasmissibili si basano principalmente su misure volontarie, sulla responsabilità individuale. Il cittadino ha la responsabilità di non diffondere una malattia. Da qui siamo partiti. La quarantena può essere contemplata per persone o piccole aree, come una scuola o un hotel. Ma legalmente non potevamo, né possiamo, bloccare un’area geografica”.

 

Su quali antefatti scientifici si basa questo approccio?

Tegnell risponde: “È difficile parlare delle basi scientifiche di una strategia con questo virus, di cui non sappiamo molto e che stiamo imparando a conscere giorno dopo giorno. Lockdown, isolamento, chiusura dei confini: nulla di tutto ciò ha una base scientifica accertata. La chiusura dei confini, per esempio, è ridicola, perché Covid-19 ora è in ogni Paese. Abbiamo maggiori preoccupazioni riguardo ai movimenti all’interno della Svezia”.

 

Ma avete avuto morti nelle case di riposo e nelle case di cura per gli anziani. Come mai?

“È il mio grande rammarico. Abbiamo sottovalutato il problema — dice a Nature — e su come erano applicate le misure di contenimento. Avremmo dovuto fare controlli in modo più approfondito”. Anche in Svezia, Covid-19 ha colpito duramente nelle strutture di assistenza per anziani, provocando il grosso dei decessi (in generale 1.765 su oltre 15 mila casi di contagio accertati) tra i pazienti con più di 70 anni, molti dei quali già con problemi di salute pregressi. Ciò rappresenta il più alto tasso di mortalità della Svezia, rispetto ai Paesi vicini. Le indagini sono in corso, perché anche il governo vuole capire quali raccomandazioni non sono state seguite e perché.

 

L’approccio svedese è stato più volte criticato per essere troppo rilassato. Che cosa risponde Tegnell alle critiche? E alle accuse di mettere a rischio la vita delle persone?

“Io non credo ci sia mai stato questo rischio. L’agenzia di sanità pubblica ha raccolto e pubblicato modelli dettagliati regione per regione che giungono a conclusioni molto meno pessimistiche, rispetto ad altri ricercatori, in termini di ricoveri e decessi per mille casi confermati. C’è stato un aumento sì, ma finora non è traumatico. Certo, siamo entrati in una fase dell’epidemia in cui abbiamo visto molti più casi, con più persone in unità di terapia intensiva, ma è quanto accaduto in qualsiasi altro Paese, anche dove hanno “blindato” la popolazione”.

 

Ma non avete rischiato molto mantenendo le scuole fino a 16 anni aperte?

Spiega a Nature Tegnell: “La scienza mostra che chiudere le scuole non ha senso a epidemia iniziata. Andrebbero chiuse proprio all’inizio per ottenere un effetto. A Stoccolma, che ha la maggior parte dei casi in Svezia, abbiamo raggiunto il picco della curva, quindi chiudere le scuole ora non ha senso. Inoltre, è fondamentale per la salute psichica e fisica che le giovani generazioni rimangano sempre attive. Comunque, scuole superiori e università sono passate temporaneamente ai corsi a distanza”.

 

Altri ricercatori ed epidemiologi, anche in Svezia, hanno criticato l’agenzia per non aver pienamente riconosciuto il ruolo degli asintomatici. Non sono un problema?

Esiste la possibilità che gli asintomatici possano essere contagiosi e alcuni studi recenti lo indicano. Ma la quantità di diffusione è probabilmente abbastanza piccola rispetto alle persone che mostrano sintomi. Nella normale distribuzione di una curva a campana gli asintomatici sono ai margini, mentre la maggior parte della curva è occupata dai sintomatici, e sono quelli che vanno veramente fermati.

 

Ma gli svedesi sono soddisfatti della strategia “dolce”?

Sembra di sì. A parte le persone molto anziane, la maggior parte dei problemi riscontrati in Svezia non sono dovuti alla malattia, ma alle misure che in alcuni ambienti non sono state applicate correttamente. I dati, inoltre, hanno dimostrato che le epidemie invernali da influenza e da norovirus (gastrointestinali) sono diminuite costantemente quest’anno, il che significa che il distanziamento sociale e il lavaggio delle mani in Svezia sono applicati alla lettera e stanno funzionando. E con l’aiuto di Google, l’agenzia di salute pubblica ha visto che i movimenti degli svedesi sono diminuiti drasticamente. La strategia volontaria ha avuto un effetto reale.

 

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