Ecco che cosa si sta facendo nel mondo per arginare la pandemia.
Jon Cohen e Kai Kupferschmidt firmano su Science un’analisi giornalistica della situazione mondiale e, soprattutto, delle strategie adottate da ogni singolo Paese. E questo senza ancora sapere che il congresso degli Stati Uniti sta per approvare un pacchetto di aiuti alla sanità, alle aziende in crisi, ai tanti licenziati e ai contribuenti pari a un trilione di dollari.
Dopo che Donald Trump ha appena firmato il primo pacchetto per la sanità pubblica da 550 miliardi di dollari. Tamponi e test gratuiti, nuovi posti letto di terapia intensiva, mascherine e tute protettive per il personale ospedaliero. Sembra la Lombardia, ma sono gli Stati Uniti. I consiglieri medici anti-Obamacare sono stati, per ora, silenziati dai fatti. E i fatti sono un trilione di dollari per una “semplice influenza”, come Trump ha definito il Covid-19 fino al 12 marzo. Poi emergenza nazionale, richiesta di poteri straordinari come in guerra e colpa alla Cina, “Ci ha avvertiti in ritardo”.
Ma in realtà l’Organizzazione mondiale della Sanità (OMS) ha lanciato l’allerta da gennaio. E la scienza Usa lo sapeva, mentre la politica lo negava. Stati Uniti ed Europa, a parte l’Italia, hanno messo il silenziatore all’allerta. Ci sono voluti 2 mesi di attesa, di pressioni sull’OMS affinché non creasse troppi allarmismi a discapito dell’economia. “Stiamo a guardare”. “Riguarda la Cina”. “È solo un’influenza un po’ più forte”. Frasi ricorrenti tra i governi mentre l’allarme per la malattia da coronavirus 2019 (Covid-19) aumentava, diventava sempre più forte.
Da gennaio ci sono voluti circa due mesi perché si cominciasse a mettere in atto misure severe per rallentare la diffusione della malattia, che l’OMS ha dichiarato ufficialmente pandemia il 13 marzo. E forse quei due mesi ad occhi chiusi rispetto alla Cina e all’Italia ora si pagano. Migliaia di eventi sono stati cancellati, scuole, ristoranti, bar e club sono stati chiusi, fermi o quasi i trasporti, a terra gli aerei. Crollo dell’economia, colpita dal virus quasi più delle persone.
Si poteva evitare o attutire?
“Certo. Questa era una pandemia attesa, è dall’ultima del 2009, la suina, che è attivo un panel di esperti del G7 che ha lavorato per studiare le varie strategie in base ai vari tipi di possibili virus e al modo di contrastare le diverse vie di contagio. Poi scoppia la pandemia e ogni Stato fa come vuole e ci si rende conto che tutto il lavoro fatto non è stato recepito dalla politica”, dice Maria Rita Gismondo, direttrice del Laboratorio di Microbiologia del Polo universitario Sacco di Milano. Lei è una componente di questo panel del G7.
E ora? Come mai la Lombardia sembra non ottenere risultati come la Cina?
“In primo luogo, perché è partita dopo con la quarantena totale, ma non basta. C’è di mezzo il non rispetto per le istituzioni diffuso tra di noi”, dice la Gismondo. D’altra parte lo stesso governatore Attilio Fontana ha annunciato limitazioni più severe visto che il 40% dei milanesi del coprifuoco sanitario non ne ha proprio tenuto conto. Come se nulla fosse. In Cina l’esercito ha garantito, invece, l’applicazione rigida delle norme anti-contagio.
Ma qual è stata la strategia migliore attuata nel mondo?
“Quella supertecnologica della Corea del Sud che prima ha fatto tamponi a tutti poi ha tracciato i positivi e imposto un’app che avvisa i negativi si stanno andando in qualche posto dove vi sono positivi – spiega la Gismondo -. Il contagio è stato così bloccato in due settimane. Da 909 casi il 29 febbraio a soli 74 all’inizio di questa settimana. E a costi, alla fine, più contenuti di quanto spenderanno altri. Israele attua la strategia sudcoreana”. Corea del Sud, Hong Kong e Singapore (stessa strategia) hanno dato importanti indicazioni da Sanità 5.0, invertendo i loro numeri negativi di contagio iniziali senza ricorrere alle tattiche autoritarie usate dalla Cina. Ma con una sorta di Grande Fratello sanitario, i cui risvolti riguardo la violazione della privacy preoccupano la Gismondo. “Ma il fine giustifica i mezzi”.
Che cosa è successo a causa del rinvio dei Paesi ad affrontare l’emergenza?
Scrive Science: “I numeri dei casi sono esplosi e, a sua volta, anche il numero di morti. Gli ospedali in Italia, il Paese europeo più colpito, sono sovraccarichi, costringendo i medici a prendere decisioni angosciose su chi trattare e su chi rinunciare”. “Questo è male”, ha finalmente riconosciuto il presidente degli Stati Uniti Donald Trump il 16 marzo. “Questa è guerra”, ha detto il suo omologo Emmanuel Macron al popolo francese lo stesso giorno.
Ma come combattere questa guerra è oggetto ancora di discussioni.
Le misure introdotte in tutta fretta variano ampiamente tra i Paesi e persino all’interno degli stessi Paesi. Il governo degli Stati Uniti sconsiglia i raduni di oltre 10 persone, ma San Francisco ha ordinato a tutti di rimanere a casa. Italia, Francia e Spagna hanno chiuso in casa le loro popolazioni quasi al completo, con la polizia o i militari in alcuni luoghi che pattugliano le strade, ma ancora i pub nel Regno Unito restavano per qualche giorno aperti. La Germania, come molti altri Paesi, ha chiuso le scuole, ma rimangono aperte per i bambini più piccoli in Svezia.
Una situazione a macchie di leopardo che favorisce il virus e non chi lo combatte. O no?
“Sì, proprio così”, annuisce il virologo dell’università di Milano, Fabrizio Pregliasco. Ma è anche vero che il patchwork riflette le diverse fasi dell’epidemia, nonché le differenze di risorse, culture, governi e leggi. E c’è anche confusione su ciò che funziona meglio e su come bilanciare ciò che è necessario con ciò che è ragionevole. “Specialmente per un periodo prolungato, come si prevede al momento in Italia”, aggiunge Pregliasco. Almeno è quanto paventano sia Fontana sia il premier Giuseppe Conte che si appresta a prorogare a tempi indeterminati il “tutti a casa” che sarebbe dovuto terminare il 3 aprile. E Conte ora riconosce il potere della scienza: “Determinante è il parere degli scienziati, i migliori sul mercato e di cui ci stiamo avvalendo, visto che non rincorriamo i sondaggi ma abbiamo in qualche modo, doverosamente, ceduto il passo alla comunità scientifica, che in alcuni momenti della storia può anche guidare le decisioni politiche».
Così ora dovrebbero fare tutti i Paesi del mondo, anche se poi occorrerebbe fare in modo che la scienza fosse meno politica. In questi giorni se si leggono o si ascoltano pareri e strategie di sette scienziati difficile trovarne due concordanti.
Ma il patchwork riguarda anche l’Italia, così almeno sembra in casi e morti tra Lombardia, Veneto e Piemonte, per esempio. O no?
“In parte dipende dalla comunicazione, soprattutto iniziale, dei casi confermati e non eccetera”, dice Gismondo. “E poi anche per scelte strategiche – aggiunge Pregliasco -, l’area di Vò in Veneto ha scelto di fare i tamponi a tutti, individuando il 3% della popolazione positiva e anche che il 76% dei positivi non aveva sintomi. Senza il tampone sarebbero andati in giro a diffondere il virus”. Una strategia alla Sud Corea ma molto meno tecnologica. “Anche in Lombardia bisognerà fare più test, caso mai in gruppi a rischio o in zone con più casi”, conclude Pregliasco.
Test, tracciabilità, isolamento, quarantena, lavaggio mani e distanza di sicurezza da persona a persona, quindi. Ma i test costano e finora si è cercato di prorogarli.
Gli Stati Uniti hanno avuto un avvio lento in fatto di test. Al 16 marzo avevano effettuato solo 74 test per milione di abitanti, rispetto ai 5.200 test per milione in Corea del Sud. Solo questa settimana gli Stati Uniti hanno iniziato a eseguire test su larga scala. In Europa, la Germania è in prima fila, con oltre 100.000 test a settimana. E ora, anche se iniziano a fare test a tappeto, alcuni Paesi potrebbero non avere la capacità di rintracciare i contatti delle persone infette. Negli Stati Uniti, il lavoro spetta ai dipartimenti sanitari statali e locali, che spesso non dispongono delle risorse sufficienti. Occorrerebbe responsabilizzare di più la popolazione dei positivi.
Per molti, la domanda più grande è: quando e come finirà? In molti sono convinti che l’umanità non si sbarazzerà di Covid-19 come ha fatto con la SARS (sindrome respiratoria acuta grave) nel 2003. Dice a Science Mark Woolhouse, un epidemiologo dell’Università di Edimburgo: “Vivremo indefinitamente con questo virus. Tenendolo a bada. Potrebbe essere necessario bloccare la società per molti mesi, a costi sconcertanti per l’economia, la vita sociale e la salute mentale, almeno fino a quando non sarà disponibile un vaccino”.
Alcuni Paesi stanno pensando di consentire gradualmente alla popolazione di accumulare immunità rinunciando a un blocco completo e permettendo che si verifichino alcune infezioni, preferibilmente in gruppi a basso rischio come bambini o giovani adulti. Questa è la strategia annunciata dal primo ministro olandese Mark Rutte in un discorso televisivo il 16 marzo. Ma uno studio di ricercatori dell’Imperial College di Londra, pubblicato online il 16 marzo, ha concluso che anche un’epidemia mitigata avrebbe sopraffatto i sistemi sanitari e causato almeno 250.000 morti nel Regno Unito e oltre 1,1 milioni negli Stati Uniti. Sopprimere il virus combinando tutte le misure disponibili, comprese le chiusure scolastiche e l’allontanamento sociale dell’intera popolazione, è “l’unica strategia praticabile al momento”, ha scritto il team londinese. Seth Berkley, a capo della GAVI, la Vaccine Alliance, dice a Science: “La Terra potrebbe dover fermarsi per un anno o due”. Ovviamente in attesa di un vaccino.
