Alti livelli di attività fisica possono ritardare la comparsa del declino cognitivo e l’insorgere della patologia.

 

Bastano 8.900 passi al giorno per proteggersi dalla neurodegenerazione (cioè la perdita di tessuto cerebrale) e dal declino cognitivo dovuto alla malattia di Alzheimer.

Lo afferma una ricerca pubblicata il 17 luglio sulla rivista JAMA Neurology da parte di ricercatori del Massachusetts General Hospital di Boston.

Non solo: dalla ricerca è emerso che anche la riduzione dei rischi di eventi cardiovascolari contribuisce a rallentare l’insorgere e la progressione della malattia.

“Abbiamo visto che l’attività fisica intensa sembra avere effetti positivi sul declino cognitivo, e in più rallenta la perdita di materia grigia nelle persone sane ma che hanno alti livelli di placca amiloide nel cervello, che è responsabile dell’Alzheimer” dicono i ricercatori.

La malattia infatti resta latente per anni, addirittura decenni, prima di manifestarsi con i tipici sintomi di perdita di memoria e funzioni cognitive. In questa fase “pre-clinica”, caratterizzata dall’accumulo di placche beta amiloidi nel cervello, si può dunque intervenire per cercare di posticipare il più possibile l’esordio dei sintomi. Attualmente non esiste però una terapia o un trattamento in grado di proteggere dalla comparsa dell’Alzheimer.

Diventa quindi fondamentale identificare quali siano i fattori che possano diminuire o rallentare la progressione della patologia.

La ricerca effettuata a Boston è stata relativamente semplice. Sono state reclutate 182 persone anziane, tra cui molte con elevati livelli di placche nel cervello, alle quali è stato fornito un pedometro per contare quanti passi camminati ogni giorno.

Si è visto che nelle persone con una media vicina ai 10.000 passi il beneficio in termini di rallentamento del declino cognitivo è stato notevole. In più, anche tutto ciò che si fa per diminuire il rischio di patologie cardiocircolatorie ha contribuito, in maniera indipendente, agli effetti protettivi.

Lo studio prosegue: “vogliamo scoprire se anche altre forme di attività fisica danno lo stesso risultato e individuare quali cambiamenti nello stile di vita possono influenzare il decorso della malattia. L’Alzheimer è una patologia multifattoriale e per questo dobbiamo applicare un approccio multifattoriale se volgiamo cambiare la sua progressione” concludono i ricercatori.

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