Nonostante non siano ancora stati identificati segni univoci ed inequivocabili, per ciascuna specie animale è possibile elencare una serie di atteggiamenti psicomotori, sia spontanei sia evocati, che vengono a presentarsi in un animale sofferente.
La definizione di dolore approvata dall’Associazione Internazionale per lo Studio del Dolore (IASP) definisce il dolore come “un’esperienza sensoriale ed emotiva spiacevole associata a (o simile a quella associata a) un danno tissutale effettivo o potenziale”.
Rispetto alla precedente definizione (1979), la modifica principale consiste nell’aver riconosciuto che per provare dolore non è necessario saperlo esprimere verbalmente. “La descrizione verbale – spiega la IASP – è solo uno dei numerosi modi per esprimere il dolore; l’incapacità di comunicare non nega la possibilità che un essere umano o un animale provi dolore”.
Circa la possibilità che anche gli animali possano provare dolore se ne è discusso per molti anni, e i numerosi studi che sono stati condotti negli ultimi decenni hanno confermato tale possibilità.
Innanzitutto, è stato stabilito che nell’uomo e negli animali i nocicettori e le fibre nervose sono virtualmente identici, così come molto simili sono i percorsi neuro-trasmettitoriali e le aree corticali deputate all’elaborazione dello stimolo doloroso. Va inoltre ricordato che la maggior parte degli studi volti a valutare l’efficacia di farmaci analgesici viene condotta su modelli animali in cui condizioni di dolore acuto o cronico vengono indotte sperimentalmente.
Alcuni degli effetti conseguenti a una riorganizzazione strutturale e funzionale permanente del sistema nervoso in via di sviluppo, a seguito di esperienze dolorose importanti, sono stati descritti negli animali da laboratorio, ed è piuttosto verosimile che essi si possano presentare anche in tutte le altre specie animali.
La possibilità che gli animali provino dolore è peraltro suffragata dal fatto che essi sono istintivamente portati ad assumere composti dotati di azione analgesica.
Infine, non va dimenticato che negli animali le esperienze dolorose sono sempre seguite da manifestazioni adattative volte a evitare nel proseguo della vita uno stimolo doloroso conosciuto, il che ci porta ad avallare l’ipotesi che anche gli animali possano provare emozioni o ricordi: e visto che il dolore (contrariamente alla mera nocicezione) deriva dalla consapevolezza cosciente dello stato algico, è possibile dedurre che anche gli animali, al pari dell’uomo, possono provare dolore (in tutte le sue componenti, fisica ed emozionale) e non solo nocicezione.
Da un punto di vista veterinario, tutto ciò rappresenta il riconoscimento ufficiale del dolore animale e mette i veterinari in una “posizione algologica”, assegnando loro un ruolo proattivo nel riconoscere, valutare e gestire il dolore animale. Il trattamento del dolore dovrebbe pertanto rappresentare una componente essenziale anche delle cure veterinarie, ma la difficoltà nell’individuare nell’animale la presenza di stati dolorosi limita talvolta l’applicazione di una appropriata terapia.
Gli animali, così come i pazienti umani non verbalizzanti, non sono in grado di esprimere a parole la presenza di dolore, ma esattamente allo stesso modo degli uomini sono in grado di provarlo e di subirne tutte le conseguenze: un dolore non controllato e prolungato ha infatti effetti sfavorevoli anche negli animali, potendone compromettere le capacità di guarigione e la qualità della vita.
Delle analogie tra le difficoltà diagnostiche del dolore nell’animale e nell’essere umano non verbalizzante si è anche discusso in alcune sessioni scientifiche multidisciplinari nell’ambito di recenti Congressi nazionali dell’Associazione Italiana per lo Studio del Dolore, in quanto la presenza di stimoli dolorosi da parte di pazienti non verbalizzanti (bambini molto piccoli, soggetti dementi, pazienti in stato comatoso) comporta per i medici curanti notevoli limiti diagnostici e terapeutici. Un approccio multidisciplinare che veda coinvolti medici e veterinari nella ricerca di strumenti diagnostici e terapeutici comuni è pertanto decisamente auspicabile, nell’ottica di migliorare il benessere dei rispettivi pazienti.
Come i medici veterinari ben sanno, al pari per esempio dei medici pediatri, la diagnosi di dolore negli animali non è cosa semplice, essendo questi pazienti non verbalizzanti. Sebbene informazioni importanti possano derivare dall’anamnesi riportata dal proprietario (l’alias del genitore), è essenziale seguire un iter procedurale che dovrebbe comprendere le seguenti valutazioni:
- La stima del potenziale livello di dolore che può essere raggiunto dall’animale in virtù della patologia presente (cosiddetta diagnosi presuntiva). Trattandosi di livelli solo presunti, devono essere valutati in funzione di vari fattori, come la soglia individuale del dolore, la presenza di altre cause dello stesso (infiammazione/infezione, patologie concomitanti, eccetera), nonché l’età, di norma avanzata, che porta a nascondere il dolore molto più che nei giovani. Vari livelli di dolore (da lieve ad atroce) possono essere associati alle diverse patologie presenti.
- L’esame clinico diretto, durante il quale, mediante esame obiettivo, venga indagata la presenza di segnali, possibili indici di dolore, a carico dell’apparato cardiovascolare, respiratorio, digerente, urinario, neurologico e muscolo scheletrico; alla visita clinica diretta può essere associata l’effettuazione di indagini collaterali di laboratorio, volte ad individuare eventuali modificazioni metaboliche e neuroendocrine ascrivibili alla presenza di dolore.
- La valutazione delle modificazioni psicomotorie e di particolari espressioni che possono comparire in un soggetto con dolore acuto o persistente risulta il miglior metodo per determinarne la presenza e la severità.
Nonostante non siano ancora stati identificati segni univoci ed inequivocabili della presenza di dolore, per ciascuna specie animale di interesse veterinario è possibile elencare una serie di atteggiamenti psicomotori, sia spontanei sia evocati, che vengono a presentarsi in un animale sofferente.
Va tenuto a mente che mentre una condizione algica acuta può essere accompagnata da modificazioni psicomotorie abbastanza ovvie e facilmente identificabili, il dolore persistente si associa a modificazioni più subdole, e come tali più difficilmente individuabili, che evolvono in tempi lunghi e si traducono prevalentemente in variazioni dello stile di vita dell’animale.
La ricerca di segni e atteggiamenti psicomotori associati a dolore, soprattutto se questo è presente da un certo tempo, deve prevedere un ampio coinvolgimento del proprietario dell’animale, che conoscendo in modo più approfondito il suo carattere e il suo comportamento normale ha chiaramente più possibilità rispetto al veterinario di osservare eventuali variazioni rispetto a comportamenti considerati normali.
In tal senso, l’anamnesi è di fondamentale importanza e aiuta il clinico a definire meglio il grado e il tipo di dolore presente, e a contestualizzarlo nell’ambito del quadro clinico che si trova ad affrontare. È quindi buona norma informarsi sempre su eventuali cambiamenti di abitudine, sulle capacità di movimento dell’animale, sulle grandi funzioni organiche, sul rapporto sonno-veglia, eccetera. In linea di massima, le principali modificazioni psicomotorie che vengono messe in atto dagli animali in presenza di dolore acuto o persistente riguardano postura del corpo, attività, andatura, movimenti, umore, espressioni, vocalizzazioni, comportamenti evocati, abitudini alimentari o eliminatorie.
La valutazione di specifiche modificazioni psicomotorie e, in alcuni casi, di alcune variabili cliniche, può essere effettuata utilizzando sistemi di gradazione numerica (scale del dolore) appositamente allestiti per la valutazione del dolore negli animali. Nell’ambito dell’approccio diagnostico di condizioni algiche, l’uso di pain scores rappresenta un valido ausilio diagnostico, poiché tali sistemi di valutazione possono rappresentare per il veterinario un mezzo obiettivo e “pronto all’uso”.
Attribuire un punteggio una condizione dolorosa può indirizzare il veterinario verso un approccio terapeutico appropriato (proporzionato al grado di dolore). Inoltre, le scale del dolore permettono al veterinario di avere una linea guida per la valutazione dell’efficacia del trattamento e dell’evoluzione della patologia.
Le scale del dolore dovrebbero essere utilizzate non solo dal personale veterinario nei pazienti ricoverati in ospedale, ma anche dal proprietario dell’animale a casa. La valutazione del livello di attività dell’animale effettuata in casa dal proprietario può fornire al veterinario informazioni di follow-up molto utili.
Educare il proprietario sul dolore e le modificazioni psicomotorie ad esso associate è essenziale per un feedback adeguato. Tenuto conto della numerosità di scale monoparametriche e multiparametriche elaborate per cani e gatti, non è importante quale scala utilizzare: l’importante è sceglierne almeno una per il dolore acuto ed un’altra per quello persistente ed usarle.
