Il 2020 segna l’anno degli YOLD, i ‘giovani vecchi’, termine con cui vengono chiamati gli individui tra 65 e 75 anni.

 

Se tradizionalmente si sarebbero ritirati dal lavoro allo scoccare dei 65 rintocchi, i trend attuali ci dicono che continueranno a lavorare e rimarranno socialmente attivi. 

 

Quella degli yold è la più ricca, sana e numerosa generazione di anziani mai apparsa sul Pianeta e non hanno alcuna intenzione di ritirarsi dalle proprie attività. Proposito corroborato da una ricerca scientifica tedesca che ha sottolineato come il pensionamento acceleri il decadimento cognitivo e per la proprietà transitiva rimandare l’appuntamento con poltrona e telecomando la rallenterebbe facendo guadagnare in media un anno e mezzo di lucidità in più.

 

La sfida ai modelli tradizionali che vedono gli anziani dedicati alla cura dei nipoti sarà uno dei fattori dirompenti nel mercato dei servizi e delle finanze.

Basti pensare che in epoca pre Covid-19 gli over 60 erano il gruppo di clienti più in rapida crescita nel settore aereo e nel turismo, dove hanno una capacità di spesa maggiore rispetto ai giovani adulti in maniera inaspettata sono un gruppo in crescita anche nel settore della formazione: sembra che Harvard abbia più iscritti nella divisione dedicata alla formazione continua che in quella dei tradizionali corsi universitari, così come riferisce anche The Economist.

 

Il settore delle risorse umane, a caccia di ‘giovani’ talenti dovrà ripensare i propri modelli di selezione. Alcune ricerche hanno infatti sottolineato che i lavoratori anziani hanno una produttività lievemente superiore alla media. I laboratori di lungo corso infatti hanno circuiti cerebrali ormai cablati dalla pratica, competenze, esperienze e maturità che presto saranno un valore negoziabile in quella che viene chiamata ‘competence economy’.

 

Insomma abbiamo guadagnato 10-15 anni in più di vita che ora potrà essere anche impiegata in maniera produttiva. Nonostante esista una pressione di ricambio generazionale per fare spazio alle nuove leve, uno studio longitudinale italiano del 2017 aveva analizzato la relazione tra pensionamento e declino delle funzioni cognitive, che secondo l’APA è un fattore produttivo di demenza (i cui costi sono stati stimati a quelli relativi a malattie cardiache ed oncologiche). 

 

Nei riti di passaggio delle società occidentali il pensionamento è particolarmente attenzionato perché impone cambiamento importati da uno stile di vita degli individui, che da un giorno all’altro ricevono meno stimoli intellettivi. L’ipotesi di una ‘vita meno impegnata’ avrebbe un effetto diretto sui costi di assistenza a lungo termine. 

I risultati di diverse ricerche supportano l’idea che il pensionamento migliori la cognizione a breve termine ma tale vantaggio sfumi a lungo termine.

 

Per verificarlo sono stati presi in esame due gruppi: quelli che vanno in pensione appena possibile e quelli che smettono il più tardi concesso. Ebbene emerge che i primi sono più spesso uomini con scarse competenze e i secondi appartengono a livelli superiori e riferiscono maggiore soddisfazione nel lavoro e gradimento per la libertà connessa alle loro attività.

Per sfruttare adeguatamente la mole di competenze e saggezza dei più adulti sarà però necessario scardinare quell’ageismo che porta le aziende a investire sui giovani e a relegare i più grandi a mansioni marginali. Ma soprattutto sarà necessario un investimento in prevenzione (a cui è dedicato solo il 2-3% della spesa sanitaria, una strategia miope che sì paga a medio lungo termine con cifre moltiplicate centinaia di volte). Insomma abbiamo un patrimonio umano e professionale che liquidiamo e ricicliamo in attività poco qualificanti.

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