Antidepressivi, antimalarici, antiebola: ecco gli studi per combattere il virus.
Dagli antimalarici alle terapie per l’HIV, dagli antivirali agli anticoagulanti, dai modulatori del sistema immunitario ai cocktail di più principi attivi, da alcuni antiipertensivi alla plasmaterapia. Fino alla surreale vicenda dell’antiinfluenzale giapponese Avigan, vera “bufala” da social. Tra le novità: un antidepressivo e lo studio degli anticorpi monoclonali, dai quali la scienza si aspetta molto.
A parte l’Avigan, come procedono le sperimentazioni delle cure (non delle bufale) per Covid-19?
I risultati di alcune di queste sperimentazioni sono stati resi noti da poco, altri saranno pubblicati nelle prossime settimane. Fermo restando che, ad oggi, l’arma più efficace resta la prevenzione. In attesa di un vaccino.
Ultima novità: negli USA parte trial clinico con un antidepressivo comune e di basso costo per combattere il virus. Di che si tratta?
I ricercatori della Washington University School of Medicine di St. Louis stanno avviando una sperimentazione clinica per verificare se il farmaco fluvoxamina può prevenire le letali “tempeste di citochine”, eventi che inondano l’organismo di cellule immunitarie (le citochine) che quando superano un determinato livello aiutano il virus invece di combatterlo. Una risposta immunitaria che può portare a insufficienza d’organo pericolosa per la vita e che è una delle principali preoccupazioni dei medici nei pazienti con gravi infezioni da Covid-19. I ricercatori della School of Medicine dell’Università della Virginia (UVA) Alban Gaultier e Dorian A Rosen hanno scoperto l’anno scorso che la fluvoxamina può fermare l’infiammazione mortale nota come sepsi, in cui la risposta immunitaria prima è eccessiva e poi si spegne senza controllo. Il farmaco, hanno determinato, riduce la produzione di citochine. Si è dimostrato efficace nei topi come trattamento preventivo per la sepsi e ora sarà testato come misura protettiva per i pazienti con Covid-19. Uno degli obiettivi dei ricercatori e clinici di tutto il mondo è anche quello di trovare il modo di non far aggravare fino alla terapia intensiva i pazienti Covid-19 in modo che il loro organismo combatta il virus senza venirne sopraffatto.
Che cos’è la fluvoxamina?
È un farmaco appartenente alla classe degli inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina (SSRI). È usata prevalentemente per il trattamento della depressione maggiore e dei disturbi d’ansia (come il disturbo ossessivo-compulsivo, il disturbo d’ansia sociale, la dismorfofobia e gli attacchi di panico).
L’obiettivo dello studio clinico che sta partendo?
Eric J. Lenze, della Washington University, prevede di testare la fluvoxamina in 152 pazienti con Covid-19 in Illinois e Missouri. I pazienti riceveranno fluvoxamina o un placebo durante la quarantena a casa. Inoltre, riceveranno termometri, sensori di ossigeno da dito e monitor automatici della pressione arteriosa. Ciò consentirà loro di comunicare quotidianamente al team di ricerca i livelli di ossigeno e altri segni vitali, tramite telefonate o online. “La nostra speranza è che nei pazienti che sono malati ma che stanno abbastanza bene da poter stare a casa, somministrando loro fluvoxamina si possa impedire un aggravamento da ricovero in ospedale”, afferma la ricercatrice Caline Mattar, della Divisione malattie infettive dell’Università di Washington.
Ma come? Un antidepressivo per combattere un virus?
“L’uso di un farmaco psichiatrico per il trattamento di Covid-19 può sembrare controintuitivo, ma non è più controintuitivo rispetto all’utilizzo di un farmaco per la malaria – sottolinea Lenze -. Questo farmaco esiste da decenni, quindi sappiamo come usarlo in sicurezza. Se efficace, potrebbe essere un farmaco ideale da riutilizzare per i pazienti ambulatoriali con Covid-19”.
Vero, l’antimalarico, la clorochina o l’idrossiclorochina (meno effetti collaterali) in sperimentazione, ovunque. O meglio usato ovunque anche come prima arma per chi non ha gravi sintomi ed è a casa. Funziona?
La clorochina è usata per curare i pazienti con malaria da quasi un secolo. È una versione sintetica del chinino, un composto naturale che le persone hanno estratto dalla corteccia degli alberi di china fin dai primi del 1600. Ma Covid-19 è causato da un coronavirus e non da un parassita trasmesso dalle zanzare. I ricercatori però hanno prima ipotizzato e poi verificato che la clorochina agisce essenzialmente rallentando l’efficacia del virus nell’entrare nelle cellule e così ne frena il tasso di replicazione. Dozzine di studi clinici sono stati effettuati in Cina per testarne l’efficacia contro il nuovo coronavirus. E ne è partito uno multicentrico internazionale coordinato dagli inglesi per verificare la sua capacità di protezione al virus. Migliaia di operatori sanitari sono sotto studio. I primi risultati mostrano che sembrava ridurre il tasso di replicazione del virus. Alcuni ricercatori suggeriscono che la sua capacità di modulare il comportamento del sistema immunitario può mitigare le cosiddette tempeste di citochine. Il farmaco ha diversi vantaggi: già noto per essere sicuro nell’uomo e costa poco. Nella ricerca preclinica ha dimostrato di essere efficace contro le infezioni virali come la sindrome respiratoria acuta grave (SARS), la sindrome respiratoria del Medio Oriente (MERS) e l’HIV.
E l’idrossiclorochina?
È un farmaco strettamente correlato alla clorochina. È un suo metabolita potenzialmente meno tossico del farmaco per la malaria che viene utilizzato per trattare alcune malattie autoimmuni come il lupus e l’artrite reumatoide. Migliori risultati se si somministra assieme a un antibiotico, l’azitromicina.
E l’antivirale nuovo che era in sperimentazione per il virus Ebola?
Si chiama remdesivir. In alcuni casi ha permesso la guarigione di pazienti gravi, anche in Italia. La FDA negli Stati Uniti lo ha approvato rapidamente, nonostante i risultati delle sperimentazioni siano solo parzialmente positivi. Come altri farmaci sono già in uso off label.
La cura che finora ha dato i risultati migliori, ovunque sia applicata, è di sicuro la plasmaterapia, che in Italia ha trovato un protocollo efficace. Dall’Italia agli Stati Uniti, dal Belgio alla Gran Bretagna, dalla Cina alla Germania, ovunque sembra funzionare se applicata in determinati tempi su un’altissima percentuale di pazienti. Di che si tratta?
È un’immunizzazione passiva, tramite gli anticorpi contro il coronavirus prodotti da chi è guarito e concentrati nel suo plasma sanguigno. Se iniettati in un malato che si sta aggravando e come se si iniettasse un “arrivano i nostri” che spiazzano letteralmente il virus. Tra Mantova, Pavia e Padova si sommano già circa 300 trattati con successo. C’è una sperimentazione ufficiale iniziata a fine marzo di questo trattamento dei pazienti Covid-19 nel nord Italia, ma non solo. E, a Pavia, c’è l’obbligo di non divulgarne i risultati prima della pubblicazione scientifica ormai in dirittura d’arrivo. Poi verrà detto quanti sono guariti. Ma anticipazioni ufficiose parlano di un vicino al 100%, così è almeno per i casi di Mantova dove in realtà di morti non se ne registrano da circa un mese. E quanti sono stati finora i trattati con l’”antidoto” prodotto da chi guarisce? Ottanta, ufficialmente, a fine aprile. Una terapia che non solo l’Italia sta sperimentando, ma anche gli Stati Uniti (dove la si sta usando in 116 centri universitari), il Canada e Israele. Limiti: scarsi donatori, ma negli Stati Uniti sono in corso campagne a tappeto per raccogliere guariti donatori con il New York Times in testa e star del cinema e dello sport che donano.
I farmaci che tengono sotto controllo l’HIV, il virus che se non “congelato” uccide causando l’AIDS, sono anch’essi in campo per il coronavirus. Che risultati?
Sono il ritonavir e il lopinavir. Questa combinazione di farmaci contro l’HIV è venduta con il nome commerciale di Kaletra sembrava avere effetti positivi nei primati contagiati dal coronavirus della MERS. Per questo è stata usata su un numero importante di pazienti in uno studio clinico controllato, che però non ha portato ai risultati sperati. I medici di Wuhan l’hanno testata su 199 pazienti con sintomi gravi da Covid-19, e hanno confrontato la progressione della malattia in questi e in pazienti trattati soltanto con cure standard. Il trattamento non ha fatto la differenza e più di un quinto dei pazienti è deceduto. Ci saranno altre sperimentazioni: un’ipotesi è che nel caso dei pazienti cinesi il farmaco sia stato somministrato troppo tardi per essere d’aiuto. Si sta inoltre sperimentando l’uso del Kaletra in associazione all’interferone beta, una molecola che regola l’infiammazione nell’organismo e che sembra agire contro il coronavirus della MERS. Questo mix di farmaci è al centro del primo trial farmacologico su pazienti con MERS in Arabia Saudita.
E il farmaco per l’artrite reumatoide?
Contrasta la reazione eccessiva del sistema immunitario, all’origine di alcune delle più gravi complicanze del Covid-19 e che sembra offrire speranze ai pazienti con polmonite da nuovo coronavirus. Oltre che nella terapia contro l’artrite reumatoide, il medicinale viene impiegato anche per trattare la sindrome da rilascio di citochine, un effetto collaterale della terapia antitumorale CAR-T che consiste in un massiccio rilascio di molecole infiammatorie in risposta alle cellule immunitarie usate nel trattamento. Il tocilizumab, nome del farmaco, contrasta la tempesta di citochine, i medici cinesi in prima linea nell’epidemia hanno trattato con il farmaco 21 pazienti, portandoli a un miglioramento nelle prime 24-48 ore. Sono stati i primi a testarlo. Non elimina il virus, però. La sperimentazione in Italia è in corso in vari centri.
Molti farmaci, alcuni anche economici, sul tappeto. Crea problemi?
Vero, sembrano funzionare farmaci già disponibili: non sono farmaci da prevenzione o da sintomi lievi, parlo di farmaci che devono usare solo i medici in un reparto ospedaliero e solo per portare un paziente da grave a guarito. È un’ottima notizia perché per pandemie passate questa situazione non si era mai creata.
E c’è anche un anticoagulante?
Studi in vitro condotti da un gruppo di ricercatori cinesi avevano rivelato che il virus SARS-CoV-2 sembrava scomparire a contatto con elevate concentrazioni di enoxaparina sodica, un anticoagulante fra i più utilizzati per la prevenzione del tromboembolismo venoso. Perché lo si è utilizzato? Perché sono oltre il 20% i pazienti con coronavirus a sviluppare trombi, che possono poi causare infarti o ictus. Somministrando un alto dosaggio del principio attivo a pazienti colpiti da Covid-19, si sono avuti risultati molto promettenti. L’enoxaparina sodica è un’eparina a basso peso molecolare, dotata di una spiccata attività antitrombotica. Negli ultimi anni, numerose prove scientifiche hanno confermato il ruolo dell’eparina anche in caso di infezione da Covid-19, per ridurre la mortalità dovuta a fenomeni tromboembolici, tutt’altro che infrequenti nei pazienti colpiti dal virus: durante i processi infiammatori tipici delle infezioni virali è stato infatti rilevato lo sviluppo di una trombosi diffusa nei polmoni e, nei casi più gravi, anche in altri organi vitali, con seri rischi per la vita. Ora l’utilità del noto anticoagulante sembra andare oltre con il nuovo coronavirus che si legherebbe all’eparina invece di attaccare le cellule dell’organismo.
